15 novembre, 2009
Honduras Tra involuzion e della società e risveglio popolare
A poco meno di due settimane dal discusso voto in Honduras, il continente latinoamericano, ad eccezione del governo della Colombia che in questi ultimi giorni pare si stia allineando con la posizione ambigua degli Stati Uniti, pare indirizzarsi verso un non riconoscimento della farsa elettorale con la quale il governo di fatto pretende di legittimarsi al potere ed istituzionalizzare il colpo di Stato. Intanto il popolo in resistenza aspetta un disconoscimento di questo circo elettorale da parte del Partido de Unificación Democrática (UD) e del Partido de Innovación y Unidad (PINU), come aveva già fatto in precedenza la Candidatura Independiente Popular.
Per approfondire l'analisi di questa crisi che colpisce tutto il continente latinoamericano, Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" hanno intervistato Bertha Cáceres, del direttivo del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (COPINH) ed ex designata della Candidatura Independiente Popular.
- Mancano poco meno di due settimane alle elezioni e prosegue la tattica dilatoria dei poteri dello Stato per non far tornare il presidente Zelaya. Come si sta vivendo questa situazione tra le fila della Resistenza?
- Continuiamo con le azioni, mobilitazioni ed attività in tutto il paese, non solo a Tegucigalpa, e questo è qualcosa di cui deve essere tenuto in conto dalla dirigenza collettiva del Frente di Resistencia che è radicato nella capitale. C'è una grande incertezza tra la popolazione sul tema del reintegro del Presidente e questo ha generato un gran dibattito nelle comunità, contribuendo alla crescita politica delle persone.
- La Candidatura Indipendente ha deciso di sciogliere ogni dubbio e si è ritirata dal processo elettorale per essere coerente con la posizione antigolpista mantenuta in questi quattro mesi. Che succederà adesso?
- Abbiamo fatto una consultazione in tutto il paese, parlando con la gente e chiedendo la loro opinione in vista della partecipazione al processo elettorale. La stragrande maggioranza ci ha detto che non può esserci partecipazione senza il previo ritorno all'ordine costituzionale, che passa per il reintegro di Zelaya.
Abbiamo anche fatto un'analisi della situazione in cui si sviluppano le elezioni.
Abbiamo una società militarizzata, un consenso mediatico a favore dei candidati golpisti, la partecipazione dei settori religiosi fondamentalisti nell'osservazione delle elezioni, l'impunità per quanti hanno violato i diritti umani, il coinvolgimento del Tribunal Supremo Electoral nel golpe e la sua partecipazione ad una frode elettorale che già stiamo denunciando.
Inoltre, ci siamo consultati con la gente riguardo alla disponibilità a partecipare alla costruzione collettiva di un progetto storico di liberazione come l'Assemblea Costituente e la risposta è stata totalmente affermativa.
Così la nostra decisione di non partecipare sfocia in un progetto che è più a medio e lungo periodo, e che comincerà il prossimo anno, accomunando attorno alla figura di Carlos H. Reyes tutte queste forze che sono state alla radice della Candidatura Indipendente Popolare.
- C'è coscienza tra la gente dei Dipartimenti nell'interno del paese di ciò che sta accadendo in questi giorni nella capitale?
- Le comunità stanno cercando tutte le forme possibili per mantenersi informate ed in questo senso le radio comunitarie stanno giocando un ruolo molto importante. Esiste un richiamo deciso al non riconoscimento delle elezioni e c'è anche coscienza del fatto che il popolo ha diritto all'autodifesa e che non può continuare a sopportare la repressione. Ad ora sono molti gli episodi di attacchi con elicotteri a volo radente e con incursioni di truppe militari. In alcuni luoghi la gente ha reagito ed è riuscita ad allontanare la polizia ed i militari e la rappresaglia ha provocato arresti illegali e torture. Purtroppo nessuno sta parlando di ciò che accade nelle comunità.
- In che maniera la firma dell'Accordo Tegucigalpa - San José colpisce l'agenda della Resistenza?
- Nonostante si tratti di due agende differenti è evidente che la firma dell'accordo ci ha danneggiati, perchè esiste un'interazione tra il presidente Zelaya e la Resistenza.
Il dialogo e l'accordo sono stati una strategia degli Stati Uniti dopo aver in qualche modo supportato il golpe. Ed ora vogliono presentarsi come i grandi strateghi, collaborando con i golpisti per debilitare la Resistenza e la possibilità di esprimersi direttamente ed indirettamente attraverso una nuova Assemblea Costituente.
Già si sentono soddisfatti e ora vogliono obbligare il resto della comunità internazionale ad accettare e riconoscere la farsa elettorale e togliere le sanzioni. In questo senso speriamo che il resto dei paesi continuino con fermezza, anche se ci sono già segnali che ci indicano che non stanno dando il giusto protagonismo all'elemento più attivo di questa congiuntura, che è la Resistenza.
Nessuno starebbe parlando dell'Honduras se il popolo in resistenza non avesse lottato e sacrificato la propria vita per quasi 140 giorni. Il grande protagonista di tutta questa storia è il popolo honduregno e ciò che deve prevalere è il suo volere.
- D'ora in avanti nella storia dell'Honduras ci sarà un prima ed un dopo 28 giugno 2009. Cos'è cambiato nella società honduregna?
- Dal punto di vista di ciò che ha significato il Colpo di Stato sicuramente c'è stata una grande involuzione e per il momento non abbiamo ancora la percezione del suo impatto e del suo costo per la società.
Sono stati sospesi progetti, deviando fondi per i progetti sociali e per la risoluzione dei conflitti agrari, hanno saccheggiato i fondi dell'ALBA e stanno dando un grande spazio ai settori religiosi fondamentalisti come l'Opus Dei. Inoltre stanno rinforzando i corpi repressivi ed investendo una gran quantità di denaro per creare lobby con i politici degli Stati Uniti affinché supportino il governo di fatto.
Senza dubbio nulla sarà più lo stesso, nonostante ciò il popolo si è risvegliato. Ha aumentato la sua coscienza politica, ha cominciato a chiamare con nome e cognome gli oligarchi, i golpisti ed ha imparato a dare un significato diverso alle parole.
D'ora in avanti nessun politico demagogo potrà essere credibile di fronte al popolo al momento di usare parole come "democrazia", "libertà", "giustizia", "costituzione".
Da questo punto di vista l'involuzione che ha portato il golpe è stata controbilanciata dal risveglio del popolo e ora il compito è dare maggiore incisività a questo avanzamento, che è intensamente umano e a cui tuttavia non possiamo dare dimensione o misurare.
In questo senso, le elezioni del 29 novembre si scontreranno con un gran rifiuto popolare, perchè malgrado il bombardamento mediatico il popolo sa comprendere e decidere. Questo popolo darà delle sorprese, c'è da esserne sicuri, intensificando il lavoro affinché non si riconosca questa farsa.
(traduzione a cura di www.cantiere.org)
© (Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
Per approfondire l'analisi di questa crisi che colpisce tutto il continente latinoamericano, Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" hanno intervistato Bertha Cáceres, del direttivo del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (COPINH) ed ex designata della Candidatura Independiente Popular.
- Mancano poco meno di due settimane alle elezioni e prosegue la tattica dilatoria dei poteri dello Stato per non far tornare il presidente Zelaya. Come si sta vivendo questa situazione tra le fila della Resistenza?
- Continuiamo con le azioni, mobilitazioni ed attività in tutto il paese, non solo a Tegucigalpa, e questo è qualcosa di cui deve essere tenuto in conto dalla dirigenza collettiva del Frente di Resistencia che è radicato nella capitale. C'è una grande incertezza tra la popolazione sul tema del reintegro del Presidente e questo ha generato un gran dibattito nelle comunità, contribuendo alla crescita politica delle persone.
- La Candidatura Indipendente ha deciso di sciogliere ogni dubbio e si è ritirata dal processo elettorale per essere coerente con la posizione antigolpista mantenuta in questi quattro mesi. Che succederà adesso?
- Abbiamo fatto una consultazione in tutto il paese, parlando con la gente e chiedendo la loro opinione in vista della partecipazione al processo elettorale. La stragrande maggioranza ci ha detto che non può esserci partecipazione senza il previo ritorno all'ordine costituzionale, che passa per il reintegro di Zelaya.
Abbiamo anche fatto un'analisi della situazione in cui si sviluppano le elezioni.
Abbiamo una società militarizzata, un consenso mediatico a favore dei candidati golpisti, la partecipazione dei settori religiosi fondamentalisti nell'osservazione delle elezioni, l'impunità per quanti hanno violato i diritti umani, il coinvolgimento del Tribunal Supremo Electoral nel golpe e la sua partecipazione ad una frode elettorale che già stiamo denunciando.
Inoltre, ci siamo consultati con la gente riguardo alla disponibilità a partecipare alla costruzione collettiva di un progetto storico di liberazione come l'Assemblea Costituente e la risposta è stata totalmente affermativa.
Così la nostra decisione di non partecipare sfocia in un progetto che è più a medio e lungo periodo, e che comincerà il prossimo anno, accomunando attorno alla figura di Carlos H. Reyes tutte queste forze che sono state alla radice della Candidatura Indipendente Popolare.
- C'è coscienza tra la gente dei Dipartimenti nell'interno del paese di ciò che sta accadendo in questi giorni nella capitale?
- Le comunità stanno cercando tutte le forme possibili per mantenersi informate ed in questo senso le radio comunitarie stanno giocando un ruolo molto importante. Esiste un richiamo deciso al non riconoscimento delle elezioni e c'è anche coscienza del fatto che il popolo ha diritto all'autodifesa e che non può continuare a sopportare la repressione. Ad ora sono molti gli episodi di attacchi con elicotteri a volo radente e con incursioni di truppe militari. In alcuni luoghi la gente ha reagito ed è riuscita ad allontanare la polizia ed i militari e la rappresaglia ha provocato arresti illegali e torture. Purtroppo nessuno sta parlando di ciò che accade nelle comunità.
- In che maniera la firma dell'Accordo Tegucigalpa - San José colpisce l'agenda della Resistenza?
- Nonostante si tratti di due agende differenti è evidente che la firma dell'accordo ci ha danneggiati, perchè esiste un'interazione tra il presidente Zelaya e la Resistenza.
Il dialogo e l'accordo sono stati una strategia degli Stati Uniti dopo aver in qualche modo supportato il golpe. Ed ora vogliono presentarsi come i grandi strateghi, collaborando con i golpisti per debilitare la Resistenza e la possibilità di esprimersi direttamente ed indirettamente attraverso una nuova Assemblea Costituente.
Già si sentono soddisfatti e ora vogliono obbligare il resto della comunità internazionale ad accettare e riconoscere la farsa elettorale e togliere le sanzioni. In questo senso speriamo che il resto dei paesi continuino con fermezza, anche se ci sono già segnali che ci indicano che non stanno dando il giusto protagonismo all'elemento più attivo di questa congiuntura, che è la Resistenza.
Nessuno starebbe parlando dell'Honduras se il popolo in resistenza non avesse lottato e sacrificato la propria vita per quasi 140 giorni. Il grande protagonista di tutta questa storia è il popolo honduregno e ciò che deve prevalere è il suo volere.
- D'ora in avanti nella storia dell'Honduras ci sarà un prima ed un dopo 28 giugno 2009. Cos'è cambiato nella società honduregna?
- Dal punto di vista di ciò che ha significato il Colpo di Stato sicuramente c'è stata una grande involuzione e per il momento non abbiamo ancora la percezione del suo impatto e del suo costo per la società.
Sono stati sospesi progetti, deviando fondi per i progetti sociali e per la risoluzione dei conflitti agrari, hanno saccheggiato i fondi dell'ALBA e stanno dando un grande spazio ai settori religiosi fondamentalisti come l'Opus Dei. Inoltre stanno rinforzando i corpi repressivi ed investendo una gran quantità di denaro per creare lobby con i politici degli Stati Uniti affinché supportino il governo di fatto.
Senza dubbio nulla sarà più lo stesso, nonostante ciò il popolo si è risvegliato. Ha aumentato la sua coscienza politica, ha cominciato a chiamare con nome e cognome gli oligarchi, i golpisti ed ha imparato a dare un significato diverso alle parole.
D'ora in avanti nessun politico demagogo potrà essere credibile di fronte al popolo al momento di usare parole come "democrazia", "libertà", "giustizia", "costituzione".
Da questo punto di vista l'involuzione che ha portato il golpe è stata controbilanciata dal risveglio del popolo e ora il compito è dare maggiore incisività a questo avanzamento, che è intensamente umano e a cui tuttavia non possiamo dare dimensione o misurare.
In questo senso, le elezioni del 29 novembre si scontreranno con un gran rifiuto popolare, perchè malgrado il bombardamento mediatico il popolo sa comprendere e decidere. Questo popolo darà delle sorprese, c'è da esserne sicuri, intensificando il lavoro affinché non si riconosca questa farsa.
(traduzione a cura di www.cantiere.org)
© (Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
10 novembre, 2009
honduras: La Candidatura Indipendente Popolare si ritira dalle elezioni
Honduras
"Queste elezioni non sono del popolo,
sono del padrone"
La Candidatura Indipendente Popolare si ritira del processo elettorale
Di fronte a centinaia di persone riunite nella sede dello storico Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys, la Candidatura Indipendente Popolare ha deciso di ritirarsi dall’appuntamento elettorale del prossimo 29 novembre, considerandolo illegittimo, spurio e con un forte rischio di brogli da parte del regime di fatto, che continua a non volere repristinare l’ordine costituzionale in Honduras.
Il candidato presidenziale per la Candidatura Indipendente Popolare, nonché presidente dello Stibys e membro del Comitato Esecutivo Mondiale della Uita, Carlos Humberto Reyes, e suoi tre candidati alla vicepresidenza, Bertha Cáceres, Carlos Amaya e Maribel Hernández, hanno annunciato questa importante e definitiva decisione alla fine di una lunga serie di assemblee popolari che si sono svolte in tutto il paese, durante le quali sono state raccolte più di 11 mila schede compilate dai partecipanti in cui si chiedeva di esprimersi con un voto sulla decisione di partecipare o no alle elezioni.
La risposta è stata quasi unanime: più del 95 per cento delle persone che sostenevano la candidatura di Carlos H. Reyes hanno espresso la volontà di ritirarsi ed il candidato ha rispettato la volontà popolare.
“Stiamo vivendo un momento storico ed oggi, 8 novembre, prenderemo una decisione che è il risultato delle varie assemblee realizzate in tutto il paese – ha detto Carlos Amaya di fronte a centinaia di persone che hanno riempito il salone dello Stibys -.
Storicamente l’Honduras è stato utilizzato dall'imperialismo nordamericano per frenare i processi rivoluzionari in America Centrale e per favorire gli interessi delle sue multinazionali e delle elite politiche ed economiche locali.
Ci hanno venduto la falsa idea di una democrazia che non è mai esistita – ha continuato Amaya – e che questa democrazia ci avrebbe protetti in questo periodo di crisi economica. Il risultato è che più di un milione e mezzo di honduregni hanno dovuto abbandonare il paese per problemi economici.
Abbiamo visto come tutte le istituzioni dello Stato e l'imperialismo nordamericano si sono tolte finalmente la maschera ed hanno sostenuto il colpo di Stato contro un popolo che però si è svegliato. Ed è proprio questo ciò che temono i golpisti.
A meno di venti giorni dalle elezioni – ha continuato il candidato alla vicepresidenza –continua vigente la dittatura che ha represso ed assassinato la popolazione e queste elezioni servono solamente per legittimare e dare continuità al colpo di Stato. Recuperiamo la nostra memoria storica e continuiamo la lotta. Oramai il tempo si è esaurito”.
Dopo una profonda e dettagliata esposizione di Bertha Cáceres, membro della Direzione del Consiglio civico delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras, Copinh, su vari temi come la militarizzazione della regione, il processo di saccheggio e privatizzazione delle risorse naturali a favore delle multinazionali nordamericane ed europee, e la necessità di sviluppare un profondo lavoro di coscientizzazione e formazione della popolazione per combattere le politiche che puntano a frenare il processo emancipativo del popolo honduregno, ha preso la parola Carlos Humberto Reyes.
“Oramai sono cadute molte maschere, tra cui quella degli Stati Uniti. Ci hanno voluto ingannare dicendo che il dialogo avrebbe risolto il problema della costituzionalità nel paese. Hanno parlato di un giorno, poi di due, di tre e non è successo nulla.
Non possiamo continuare con questa farsa, il tempo è ormai finito. E più del 95 per cento delle persone consultate nelle assemblee ha detto che non dobbiamo partecipare al processo elettorale. Cosicché abbiamo deciso di ritirarci”, ha informato Reyes.
Parafrasando il conosciuto cantautore honduregno Mario di Mezapa, il candidato presidenziale ha aggiunto che “queste elezioni non sono nostre, non sono del popolo, bensì del padrone, e quindi ci ritiriamo dal processo elettorale, ma non dalla politica e nemmeno dalla resistenza e dalla lotta.
Con questa decisione non abbiamo perso niente – ha continuato – piuttosto sono loro quelli che perdono qualcosa e per continuare a governare hanno dovuto usare la baionetta. L'esperienza della Candidatura Indipendente è molto preziosa e ci insegna che la gente dei quartieri poveri, i maestri, gli operai, i contadini, le donne ed i giovani possono finalmente scegliere e lanciare i propri candidati, la propria gente.
Da queste elezioni uscirà un governo spurio e senza l'avallo popolare. Non potrà governare e dobbiamo sfruttare questa debolezza per farlo cadere e iniziare il percorso verso un'Assemblea Costituente”.
Carlos H. Reyes ha inoltre ricordato che per la popolazione è giunto il momento di iniziare a fare politica, di approfondire la propria organizzazione e di prendere veramente coscienza della storia e del futuro del paese, per continuare la resistenza contro il colpo di Stato ordito dall'impero contro i cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina.
In una breve dichiarazione a Sirel ed alla Lista Informativa “Nicaragua y más”, il candidato presidenziale e leader operaio ha dichiarato che è necessario approfittare dell’attuale congiuntura e della lotta di resistenza che si è sviluppata in questi mesi “per iniziare a costruire una nuova forza politica, che sappia affrontare le sfide future a partire dalla presa di coscienza della gente su queste elezioni ed agendo di conseguenza.
Il ritiro della Candidatura Indipendente non è la fine di qualcosa, bensì l'inizio di una nuova tappa, di un nuovo modo di fare politica, dove i candidati sono designati direttamente dalla popolazione e non dai soliti giochi politici dei partiti tradizionali che generano corruzione. Uno strumento politico elettorale per le organizzazioni popolari.
Approfitto dell'occasione – ha concluso Reyes – per sottolineare l’importanza del lavoro svolto dalla Uita e dai mezzi di comunicazione indipendenti internazionali in Honduras. Se non fosse stato per le denunce che abbiamo potuto far circolare a livello mondiale per mezzo della stampa internazionale, questi golpisti ci avrebbero già annientati.
Ringraziamo per il coraggio dimostrato da tutte queste persone, ringraziamo la Uita ed i vari compagni e compagne dei movimenti sindacali e popolari che ci hanno dato il loro sostegno in tutto il mondo.
Il governo di fatto – ha spiegato – vuole ora introdurre un decreto per stabilire e legalizzare il lavoro precario e terzerizzato. Con questa misura vogliono violare i principali contenuti del Codice del Lavoro, cioè vogliono trasformare l’Honduras in un paradiso fiscale e lavorativo per i padroni.
Anche per questo continuiamo a lottare ed a resistere. Chiediamo quindi a tutte le organizzazioni ed alle persone che fino ad oggi ci hanno appoggiato di continuare a farlo per vincere questa battaglia”, ha concluso.
© (Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua www.itanica.org )
VIDEO:
http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/11/la-candidatura-independiente-popular-se.html
Audio:
http://www.radiondadurto.org/agenzia/2009-11-07-15-52_red_trucchi-honduras.mp3
"Queste elezioni non sono del popolo,
sono del padrone"
La Candidatura Indipendente Popolare si ritira del processo elettorale
Di fronte a centinaia di persone riunite nella sede dello storico Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys, la Candidatura Indipendente Popolare ha deciso di ritirarsi dall’appuntamento elettorale del prossimo 29 novembre, considerandolo illegittimo, spurio e con un forte rischio di brogli da parte del regime di fatto, che continua a non volere repristinare l’ordine costituzionale in Honduras.
Il candidato presidenziale per la Candidatura Indipendente Popolare, nonché presidente dello Stibys e membro del Comitato Esecutivo Mondiale della Uita, Carlos Humberto Reyes, e suoi tre candidati alla vicepresidenza, Bertha Cáceres, Carlos Amaya e Maribel Hernández, hanno annunciato questa importante e definitiva decisione alla fine di una lunga serie di assemblee popolari che si sono svolte in tutto il paese, durante le quali sono state raccolte più di 11 mila schede compilate dai partecipanti in cui si chiedeva di esprimersi con un voto sulla decisione di partecipare o no alle elezioni.
La risposta è stata quasi unanime: più del 95 per cento delle persone che sostenevano la candidatura di Carlos H. Reyes hanno espresso la volontà di ritirarsi ed il candidato ha rispettato la volontà popolare.
“Stiamo vivendo un momento storico ed oggi, 8 novembre, prenderemo una decisione che è il risultato delle varie assemblee realizzate in tutto il paese – ha detto Carlos Amaya di fronte a centinaia di persone che hanno riempito il salone dello Stibys -.
Storicamente l’Honduras è stato utilizzato dall'imperialismo nordamericano per frenare i processi rivoluzionari in America Centrale e per favorire gli interessi delle sue multinazionali e delle elite politiche ed economiche locali.
Ci hanno venduto la falsa idea di una democrazia che non è mai esistita – ha continuato Amaya – e che questa democrazia ci avrebbe protetti in questo periodo di crisi economica. Il risultato è che più di un milione e mezzo di honduregni hanno dovuto abbandonare il paese per problemi economici.
Abbiamo visto come tutte le istituzioni dello Stato e l'imperialismo nordamericano si sono tolte finalmente la maschera ed hanno sostenuto il colpo di Stato contro un popolo che però si è svegliato. Ed è proprio questo ciò che temono i golpisti.
A meno di venti giorni dalle elezioni – ha continuato il candidato alla vicepresidenza –continua vigente la dittatura che ha represso ed assassinato la popolazione e queste elezioni servono solamente per legittimare e dare continuità al colpo di Stato. Recuperiamo la nostra memoria storica e continuiamo la lotta. Oramai il tempo si è esaurito”.
Dopo una profonda e dettagliata esposizione di Bertha Cáceres, membro della Direzione del Consiglio civico delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras, Copinh, su vari temi come la militarizzazione della regione, il processo di saccheggio e privatizzazione delle risorse naturali a favore delle multinazionali nordamericane ed europee, e la necessità di sviluppare un profondo lavoro di coscientizzazione e formazione della popolazione per combattere le politiche che puntano a frenare il processo emancipativo del popolo honduregno, ha preso la parola Carlos Humberto Reyes.
“Oramai sono cadute molte maschere, tra cui quella degli Stati Uniti. Ci hanno voluto ingannare dicendo che il dialogo avrebbe risolto il problema della costituzionalità nel paese. Hanno parlato di un giorno, poi di due, di tre e non è successo nulla.
Non possiamo continuare con questa farsa, il tempo è ormai finito. E più del 95 per cento delle persone consultate nelle assemblee ha detto che non dobbiamo partecipare al processo elettorale. Cosicché abbiamo deciso di ritirarci”, ha informato Reyes.
Parafrasando il conosciuto cantautore honduregno Mario di Mezapa, il candidato presidenziale ha aggiunto che “queste elezioni non sono nostre, non sono del popolo, bensì del padrone, e quindi ci ritiriamo dal processo elettorale, ma non dalla politica e nemmeno dalla resistenza e dalla lotta.
Con questa decisione non abbiamo perso niente – ha continuato – piuttosto sono loro quelli che perdono qualcosa e per continuare a governare hanno dovuto usare la baionetta. L'esperienza della Candidatura Indipendente è molto preziosa e ci insegna che la gente dei quartieri poveri, i maestri, gli operai, i contadini, le donne ed i giovani possono finalmente scegliere e lanciare i propri candidati, la propria gente.
Da queste elezioni uscirà un governo spurio e senza l'avallo popolare. Non potrà governare e dobbiamo sfruttare questa debolezza per farlo cadere e iniziare il percorso verso un'Assemblea Costituente”.
Carlos H. Reyes ha inoltre ricordato che per la popolazione è giunto il momento di iniziare a fare politica, di approfondire la propria organizzazione e di prendere veramente coscienza della storia e del futuro del paese, per continuare la resistenza contro il colpo di Stato ordito dall'impero contro i cambiamenti che stanno avvenendo in America Latina.
In una breve dichiarazione a Sirel ed alla Lista Informativa “Nicaragua y más”, il candidato presidenziale e leader operaio ha dichiarato che è necessario approfittare dell’attuale congiuntura e della lotta di resistenza che si è sviluppata in questi mesi “per iniziare a costruire una nuova forza politica, che sappia affrontare le sfide future a partire dalla presa di coscienza della gente su queste elezioni ed agendo di conseguenza.
Il ritiro della Candidatura Indipendente non è la fine di qualcosa, bensì l'inizio di una nuova tappa, di un nuovo modo di fare politica, dove i candidati sono designati direttamente dalla popolazione e non dai soliti giochi politici dei partiti tradizionali che generano corruzione. Uno strumento politico elettorale per le organizzazioni popolari.
Approfitto dell'occasione – ha concluso Reyes – per sottolineare l’importanza del lavoro svolto dalla Uita e dai mezzi di comunicazione indipendenti internazionali in Honduras. Se non fosse stato per le denunce che abbiamo potuto far circolare a livello mondiale per mezzo della stampa internazionale, questi golpisti ci avrebbero già annientati.
Ringraziamo per il coraggio dimostrato da tutte queste persone, ringraziamo la Uita ed i vari compagni e compagne dei movimenti sindacali e popolari che ci hanno dato il loro sostegno in tutto il mondo.
Il governo di fatto – ha spiegato – vuole ora introdurre un decreto per stabilire e legalizzare il lavoro precario e terzerizzato. Con questa misura vogliono violare i principali contenuti del Codice del Lavoro, cioè vogliono trasformare l’Honduras in un paradiso fiscale e lavorativo per i padroni.
Anche per questo continuiamo a lottare ed a resistere. Chiediamo quindi a tutte le organizzazioni ed alle persone che fino ad oggi ci hanno appoggiato di continuare a farlo per vincere questa battaglia”, ha concluso.
© (Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua www.itanica.org )
VIDEO:
http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/11/la-candidatura-independiente-popular-se.html
Audio:
http://www.radiondadurto.org/agenzia/2009-11-07-15-52_red_trucchi-honduras.mp3
Realismo magico: Micheletti rinuncia e resta
venerdì 6 novembre 2009
Perché stai che te ne vai e vai e vai
e vai e vai e vai e non te ne sei andato...
bolero, José Alfredo Jimenez www.youtube.com/watch?v=3ZUPlE18VkM
Honduras: ufficializzazione del colpo di stato
Il Fronte di Resistenza non riconoscerà il processo elettorale ed i suoi risultati. Fa appello a tutte le organizzazioni della Resistenza a livello nazionale per compiere azioni di rifiuto della farsa elettorale.
Tito Pulsinelli
Ora è definitivo: Micheletti & soci continuano nella stessa direzione, buttano alla spazzatura l'accordo propiziato da T. Shannon, e con un'operazione di grossolana cosmesi tirano fuori dal cappello un “governo di unità nazionale”, con gli stessi compari e lacchè di sempre. Senza il ritorno di Zelaya alla presidenza.
Cancellano il punto 5 dell'accordo appena raggiunto, che stabilisce espressamente la restituzione di Zelaya all’incarico per cui fu scelto dagli elettori, e marciano con fanfare e faccia tosta verso la farsa elettorale. Col consenso del Dipartimento di Stato, la sua ipocrita diplomazia dal doppio gioco, i sordidi servizi dell'ex presidente cileno Ricardo Lagos e la benedizione del cardinale di Tegucigalpa, hanno imbandito una beffa grottesca agli abitanti dell’Honduras. Ed a tutte le istituzioni internazionali che condannarono e ruppero le relazioni coi golpisti.
Senza Zelaya alla presidenza non si avrà alcun governo credibile, tanto meno unitario, né che possa riconciliare la nazione honduregna. Senza Zelaya non ci sarà partecipazione al processo elettorale, che sarà un'espressione minoritaria dei poteri di fatto e non coinvolgerà la maggioranza sociale. Il Gruppo di Rio ha già sancito che l’“unità nazionale” si ottiene con l'applicazione integrale degli accordi raggiunti. Il punto 5 parla con chiarezza del ritorno a Palazzo di Zelaya.
Gli attori occulti del Tegucigolpe hanno sempre agito ispirati allo “scenario di Haiti” (come questo blog ha segnalato fin dal principio): uno dei comandanti della base di Palmerola fu il protagonista del sequestro e deportazione del presidente Aristide in Africa.
Quel sequestro culminò con l’inversione del processo di liberazione dell'isola antillana e la successiva disarticolazione del movimento emancipatore Lavalas. Gli Stati Uniti ci riuscirono dopo un primo colpo di stato ed esilio di Aristide. Troppe coincidenze.
La fase 2 del Tegucigolpe, mira al maquillage accelerato delle forze golpiste, perché si rendano più presentabili, e possano procedere alla “frode elettorale annunciata”. Cercano un riconoscimento internazionale un pochino più ampio di quello attuale, limitato a Stati Uniti ed Israele. Chi parteciperà attivamente ai brogli? Contano in questo modo di assicurarsi un tempo supplementare, sufficiente per ottenere ciò che non gli è riuscito fino ad oggi: disarticolare, dividere, reprimere e soggiogare il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato.
In altre parole, una strategia sempre finalizzata al fattore tempo, con l'illusione di riuscire a rimuovere il problema che è impiantato nel centro nervoso e nel cuore dell’Honduras: il processo costituente. Questo, i golpisti ed i loro promotori del nord, non hanno potuto cancellarlo. Come anche la forza sociale che l'appoggia, cresciuta in esperienza, determinazione, coscienza della forza accumulata, articolazione interna e - per la prima volta - anche internazionale.
L’Honduras non è Haiti, Mel Zelaya non sta in Africa. La resistenza ha ottenuto una vittoria tattica, e va alla ricerca dell'affermazione strategica, con flessibilità e capacità d’innovazione.
Il mondo, e coloro che non hanno perso la decenza, devono continuare ad appoggiare le gesta dei figli di Morazan e di Lempira.
Da: http://selvasorg.blogspot.com/search/label/Honduras
Tradotto da Adelina Bottero
Perché stai che te ne vai e vai e vai
e vai e vai e vai e non te ne sei andato...
bolero, José Alfredo Jimenez www.youtube.com/watch?v=3ZUPlE18VkM
Honduras: ufficializzazione del colpo di stato
Il Fronte di Resistenza non riconoscerà il processo elettorale ed i suoi risultati. Fa appello a tutte le organizzazioni della Resistenza a livello nazionale per compiere azioni di rifiuto della farsa elettorale.
Tito Pulsinelli
Ora è definitivo: Micheletti & soci continuano nella stessa direzione, buttano alla spazzatura l'accordo propiziato da T. Shannon, e con un'operazione di grossolana cosmesi tirano fuori dal cappello un “governo di unità nazionale”, con gli stessi compari e lacchè di sempre. Senza il ritorno di Zelaya alla presidenza.
Cancellano il punto 5 dell'accordo appena raggiunto, che stabilisce espressamente la restituzione di Zelaya all’incarico per cui fu scelto dagli elettori, e marciano con fanfare e faccia tosta verso la farsa elettorale. Col consenso del Dipartimento di Stato, la sua ipocrita diplomazia dal doppio gioco, i sordidi servizi dell'ex presidente cileno Ricardo Lagos e la benedizione del cardinale di Tegucigalpa, hanno imbandito una beffa grottesca agli abitanti dell’Honduras. Ed a tutte le istituzioni internazionali che condannarono e ruppero le relazioni coi golpisti.
Senza Zelaya alla presidenza non si avrà alcun governo credibile, tanto meno unitario, né che possa riconciliare la nazione honduregna. Senza Zelaya non ci sarà partecipazione al processo elettorale, che sarà un'espressione minoritaria dei poteri di fatto e non coinvolgerà la maggioranza sociale. Il Gruppo di Rio ha già sancito che l’“unità nazionale” si ottiene con l'applicazione integrale degli accordi raggiunti. Il punto 5 parla con chiarezza del ritorno a Palazzo di Zelaya.
Gli attori occulti del Tegucigolpe hanno sempre agito ispirati allo “scenario di Haiti” (come questo blog ha segnalato fin dal principio): uno dei comandanti della base di Palmerola fu il protagonista del sequestro e deportazione del presidente Aristide in Africa.
Quel sequestro culminò con l’inversione del processo di liberazione dell'isola antillana e la successiva disarticolazione del movimento emancipatore Lavalas. Gli Stati Uniti ci riuscirono dopo un primo colpo di stato ed esilio di Aristide. Troppe coincidenze.
La fase 2 del Tegucigolpe, mira al maquillage accelerato delle forze golpiste, perché si rendano più presentabili, e possano procedere alla “frode elettorale annunciata”. Cercano un riconoscimento internazionale un pochino più ampio di quello attuale, limitato a Stati Uniti ed Israele. Chi parteciperà attivamente ai brogli? Contano in questo modo di assicurarsi un tempo supplementare, sufficiente per ottenere ciò che non gli è riuscito fino ad oggi: disarticolare, dividere, reprimere e soggiogare il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato.
In altre parole, una strategia sempre finalizzata al fattore tempo, con l'illusione di riuscire a rimuovere il problema che è impiantato nel centro nervoso e nel cuore dell’Honduras: il processo costituente. Questo, i golpisti ed i loro promotori del nord, non hanno potuto cancellarlo. Come anche la forza sociale che l'appoggia, cresciuta in esperienza, determinazione, coscienza della forza accumulata, articolazione interna e - per la prima volta - anche internazionale.
L’Honduras non è Haiti, Mel Zelaya non sta in Africa. La resistenza ha ottenuto una vittoria tattica, e va alla ricerca dell'affermazione strategica, con flessibilità e capacità d’innovazione.
Il mondo, e coloro che non hanno perso la decenza, devono continuare ad appoggiare le gesta dei figli di Morazan e di Lempira.
Da: http://selvasorg.blogspot.com/search/label/Honduras
Tradotto da Adelina Bottero
09 novembre, 2009
GIRO IN ITALIA DI UN DIRIGENTE DELLA RESISTENZA IN HONDURAS
Cari compagni e amici, come sapete in Honduras c’è stato un colpo di Stato effettuato dai militari in combutta con settori dell’oligarchia e sotto copertura e complicità Usa. Sapete anche, non tutti ahimè, che dal 28 giugno, giorno del golpe, il popolo honduregno oppone ai fascisti una valorosa resistenza, costata decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e un numero imprecisato di desaparecidos. Si tratta di una ripetizione dell’Operazione Condor che portò al golpe di Pinochet. Ancora oggi, dopo il fallimento di un presunto “dialogo” tra golpisti e il legittimo presidente Manuel Zelaya, la dittatura sostenuta dagli Usa si mantiene al potere e conta di legittimarsi agli occhi della “comunità internazionale” attraverso elezioni da essa controllate (e ovviamente manipolate) e che la vasta maggioranza della popolazione respinge.
Tutto questo è vergognosamente ignorato dalla classe politica tutta e dai media, fatta eccezione per “il manifesto”. Un silenzio indice di complicità con coloro che tornano ad attuare una strategia di aggressione colonialista nei confronti dell’America Latina liberatasi in massima parte del dominio Usa, delle sue multinazionali e del suo controllo militare. E’ dunque importantissimo e urgente che all’opinione pubblica italiana, esclusa strumentalmente dalla conoscenza di questi sviluppi, possa essere fornita un’informazione corretta e veritiera su un conflitto che minaccia di estendersi al continente intero e che avrebbe conseguenze nefaste su tutti i popoli e le classi in lotta per sovranità e giustizia sociale.
Il Circolo della Tuscia dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si fa promotore della proposta di una visita in Italia di un alto esponente del Fronte della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras. Chiediamo dunque agli altri circoli dell’ ANAIC, ma anche a tutte le strutture impegnate su temi internazionali, di partiti, associazioni, comitati, centri sociali, di considerare l’opportunità a partecipare all’organizzazione di un giro del dirigente honduregno in Italia, assumendosi i costi degli spostamenti locali e di vitto e alloggio.
Se vi fosse inoltre la possibilità di sostenere le spese del biglietto aereo, questo faciliterebbe l’impresa, giacchè anche i compagni honduregni non è che nuotino nell’oro e i loro fondi sono destinati a incombenze più immediate e urgenti.
Attendiamo dunque a stretto giro di email risposte da coloro che ritengano di partecipare con iniziative locali a questo giro del membro del direttivo del Frente. La visita potrebbe effettuarsi nella prima quindicina di dicembre o, se la maggioranza dei partecipanti lo ritenesse opportuno, dal 10 gennaio in poi. In questo secondo caso l’incontro con il dirigente della Resistenza honduregna potrebbe arricchirsi della presentazione del primo, esaustivo docufilm sul colpo di Stato, sul la Resistenza popolare e sul quadro complessivo latinoamericano.
Sandra Paganini, segretaria Circolo della Tuscia
Tutto questo è vergognosamente ignorato dalla classe politica tutta e dai media, fatta eccezione per “il manifesto”. Un silenzio indice di complicità con coloro che tornano ad attuare una strategia di aggressione colonialista nei confronti dell’America Latina liberatasi in massima parte del dominio Usa, delle sue multinazionali e del suo controllo militare. E’ dunque importantissimo e urgente che all’opinione pubblica italiana, esclusa strumentalmente dalla conoscenza di questi sviluppi, possa essere fornita un’informazione corretta e veritiera su un conflitto che minaccia di estendersi al continente intero e che avrebbe conseguenze nefaste su tutti i popoli e le classi in lotta per sovranità e giustizia sociale.
Il Circolo della Tuscia dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba si fa promotore della proposta di una visita in Italia di un alto esponente del Fronte della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras. Chiediamo dunque agli altri circoli dell’ ANAIC, ma anche a tutte le strutture impegnate su temi internazionali, di partiti, associazioni, comitati, centri sociali, di considerare l’opportunità a partecipare all’organizzazione di un giro del dirigente honduregno in Italia, assumendosi i costi degli spostamenti locali e di vitto e alloggio.
Se vi fosse inoltre la possibilità di sostenere le spese del biglietto aereo, questo faciliterebbe l’impresa, giacchè anche i compagni honduregni non è che nuotino nell’oro e i loro fondi sono destinati a incombenze più immediate e urgenti.
Attendiamo dunque a stretto giro di email risposte da coloro che ritengano di partecipare con iniziative locali a questo giro del membro del direttivo del Frente. La visita potrebbe effettuarsi nella prima quindicina di dicembre o, se la maggioranza dei partecipanti lo ritenesse opportuno, dal 10 gennaio in poi. In questo secondo caso l’incontro con il dirigente della Resistenza honduregna potrebbe arricchirsi della presentazione del primo, esaustivo docufilm sul colpo di Stato, sul la Resistenza popolare e sul quadro complessivo latinoamericano.
Sandra Paganini, segretaria Circolo della Tuscia
HONDURAS: la candidatura indipendente si ritira dalla farsa elettorale
Oggi, 8 novembre, dopo una serie di consultazioni popolari in diverse città del paese con organizzazioni sociali, la candidatura indipendente que dirige Carlos H. Reyes ha deciso ritirarsi dal processo elettorale e di ritirare la propria candidatura dal Tribunale Supremo Elettorale. Questo come conseguenza del fatto che non è stato restituito il presidente legittimo Mel Zelaya e perchè non ci sono garanzie per partecipare in un processo elettorale libero y trasparente.
Honduras: si è dimesso (ma non lascia) il governo golpista di Roberto Micheletti
di G. Carotenuto
Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.
Nella notte tra giovedì e venerdì 6 il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.
Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.
Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.
Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.
08 novembre, 2009
La differenza tra Cuba e Honduras nel lupanare dei media
07 novembre, 2009
HONDURAS: Secondo colpo di Stato
Migliaia di persone hanno affollato per più di una settimana la piazza di fronte al Congresso Nazionale, aspettando senza risultati concreti che i deputati decidessero il ripristino del presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya Rosales.
Di fronte a questa nuova strategia dilatoria, il Fronte Nazionale Contro il Colpo di Stato ha deciso di disconoscere il processo elettorale ed i suoi risultati, invitando i candidati che si sono opposti al colpo di Stato a ritirarsi dall’appuntamento elettorale, e la comunità internazionale a mantenere la sua posizione di delegittimazione del regime di fatto e delle elezioni stesse.
“È una decisione che abbiamo preso oggi perché non possiamo continuare a sopportare le strategie dilatorie dei golpisti, che hanno l’obiettivo di avvicinarsi sempre di più alle elezioni ed impedire che il presidente Zelaya occupi nuovamente la carica che gli spetta – ha detto Juan Barahona, leader di questa organizzazione, durante la conferenza stampa che si è svolta di fronte a migliaia di persone -.
Abbiamo anche inviato un messaggio chiaro e contundente alla Osa ed al governo degli Stati Uniti. Basta con i giochi e le manipolazioni degli ultimi giorni. Devono dimostrare serietà, responsabilità e coerenza con ciò che hanno detto quando hanno sostenuto apertamente il ripristino del presidente Zelaya.
Per questo motivo li stiamo dichiarando complici di quanto sta accadendo”, ha concluso Barahona.
Quasi contemporaneamente, i ministri degli Esteri del Meccanismo permanente di consultazione ed accordo politico del Grupo de Río, riuniti in Giamaica, hanno reso pubblica una risoluzione nella quale si dichiara che il ritorno di Manuel Zelaya alla Presidenza costituisce un requisito indispensabile per il ristabilimento dell'ordine costituzionale, dello stato di diritto e della vita democratica in Honduras.
Hanno anche determinato che “solo questa condizione garantirà la normalizzazione delle relazioni della Repubblica dell’Honduras con la comunità internazionale, così come il riconoscimento dei risultati delle elezioni previste per il 29 novembre.
Dopo il ritorno del Presidente costituzionale dell’Honduras, Manuel Zelaya, alla presidenza della Repubblica sarà imperativa la costituzione del Governo di Unità e Riconciliazione Nazionale prevista dall’Accordo di Tegucigalpa-San José”, aggiunge la risoluzione che in un certo modo controbilancia a livello internazionale la politica ambigua degli Stati Uniti e della stessa Osa su questo tema.
Secondo colpo di Stato
In alto mare anche l’accordo sulla conformazione di un Governo di Unità e Riconciliazione Nazionale, la cui installazione era prevista per il 5 novembre.
In modo apertamente provocatorio, la proposta del presidente di fatto, Roberto Micheletti, prevedeva il suo totale e discrezionale controllo del meccanismo da utilizzare per la conformazione del nuovo gabinetto e soprattutto, la sua presenza alla testa di questa nuova istanza governativa.
Ma il governo di fatto è andato oltre e a pochi minuti dalla mezzanotte del 5 novembre, Micheletti ha convocato la stampa nazionale ed internazionale per presentare un grottesto nuovo governo, formato da membri degli stessi partiti che hanno sostenuto e difeso il colpo di Stato contro il presidente Zelaya. Questa decisione è stata segnalata da molti come un vero e proprio secondo colpo di Stato.
Questa assurda decisione che rappresenta a tutti gli effetti una nuova sfida alla controprate ed alla comunità internazionale, è stata immediatamente condannata e respinta dal presidente Manuel Zelaya e da gran parte dei paesi latinoamericani e dalle organizzazioni internazionali.
Secondo il delegato di Zelaya nella Commissione di Verifica, Jorge Arturo Reina, “non siamo disposti a perdere i diritti del popolo honduregno legittimando questo colpo di Stato e nemmeno accettare che il Presidente dell’Honduras venga nominato dalla cupola militare.
La permanente violazione dei diritti umani, la cancellazione delle libertà pubbliche e la chiusura dei mezzi di comunicazione, la persecuzione contro il Presidente eletto dal popolo e contro i cittadini sono la prova più evidente della grande frode politica ed elettorale che il regime di fatto sta preparando.
Annunciamo quindi il nostro disconoscimento di questo processo elettorale e dei suoi risultati viziati. Le elezioni durante una dittatura non possono avere nessun valore”, ha detto leggendo un comunicato emesso dalla Presidenza legittima del paese.
Il comunicato ha invitato anche l’Osa a prendere posizione su quanto successo e a riaffermare la sua condanna del colpo di Stato, continuando ad ignorare il regime di fatto
“Con questa decisione risulta evidente la mancanza di volontà da parte del regime di rispettare il contenuto e lo spirito dell’accordo, ignorando la proposta del Piano Arias, le risoluzioni dell'Osa e della Onu – ha detto Reina –.
Dichiariamo il fallimento dell’accordo Tegucigalpa-San José a causa dell'inadempimento da parte del regime di fatto. L’accordo prevedeva che per il 5 novembre si sarebbe dovuto installare un Governo di Unità e di Riconciliazione Nazionale, presieduto dal presidente eletto dalla popolazione e cioè José Manuel Zelaya Rosales", ha concluso Reina.
In una breve dichiarazione a Radio Globo, il presidente Zelaya ha invece considerato assurda e incredibile l’intenzione del signor Micheletti di volere dirigere un governo di unità e riconciliazione. “In questo momento l’Accordo è lettera morta perché è impensabile che si crei un governo con alla testa una persona che nessun paese al mondo ha riconosciuto come Presidente della Repubblica.
Continuerò a lavorare e a lottare affinché si rispetti il popolo honduregno e non si legittimi il colpo di Stato”, ha concluso-
Durante le ultime ore la macchina diplomatica si è rimessa in moto per cercare una via d’uscita a questa nuova ed ennesima crisi.
Da più parti sono arrivate severe condanne contro il nuovo “gioco sporco” di Micheletti.
I governi del Nicaragua, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina e Brasile hanno condannato l’accaduto ed hanno dichiarato di non essere disposti a riconoscere il processo elettorale del 29 novembre se non verrà riconosciuto il diritto del presidente Zelaya a rioccupare il posto che gli è stato tolto con la forza.
Intanto l’Unione Europea ha confermato il blocco di oltre 60 milioni di euro fino a che non verrà ristabilito l’ordine costituzionale nel paese e il governo spagnolo ha condannato l’accaduto.
Sempre più timida e complice, invece, la posizione del governo statunitense, che ha cercato nuovamente di ristabilire il dialogo addossando le colpe di questo nuovo impasse ad entrambe le parti.
© (Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua www.itanica.org )
03 novembre, 2009
HONDURAS: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO E CHI GUFA

di Fulvio Grimaldi
Mi corre l’uzzolo di tornare sulla questione “Honduras chi ha vinto, chi ha perso”, per rispondere ad alcuni miei interlocutori e, in particolare, a chi mi è saltato addosso con la grinta di un grillo parlante caricato a mortaretti, rappresentandomi come un patetico illuso che, abbacinato dalle masse e dalla loro lotta, per lui un po’ meschinella per la verità, cieco come una talpa sbatte il grugno contro il “trionfo totale dei golpisti e degli Usa” senza rendersene conto (vedi commenti al post “Honduras, vittoria tattica…”). Da quel mio post sulla “vittoria tattica” del movimento popolare riunitosi nelle sue molteplici articolazioni in un “Frente de Resistencia contra el golpe de Estado”, e dalle reazioni che tale post ha suscitato, sono successe altre cose in Honduras. Collaboratori del lumpendiktator Roberto Micheletti hanno dichiarato che il ritorno di Mel Zelaya al suo posto di presidente della repubblica, concordato con l’emissario della neocon Hillary Clinton, Thomas Shannon, in cambio di un “governo di riconciliazione nazionale”, ma sottoposto all’approvazione del Congresso - golpista quanto Micheletti, le Dieci Famiglie e i militari - sentito il golpista Tribunale Supremo di Giustizia, era da escludersi. Motivo? Il Congresso non è in seduta, e non lo sarà fino a dopo le elezioni del 29 novembre, visto che i deputati sono in giro, impegnati nella campagna elettorale. In questo momento, dunque, siamo di nuovo allo stallo. Vediamo cosa dirà Shannon che, per conto di Clinton e Obama, doveva ripittare con vernice democratica la sfigurata faccia della, a loro pur cara, camarilla fascista del colpo di Stato. Vediamo cosa dirà e farà la gente ...continua...
02 novembre, 2009
presidio bolivariano a Milano

Sabato 24 Ottobre 2009, rispondendo ad un appello lanciato dal Coordinamento Nazionale Bolivariano, si sono riunite un gran numero di organizzazioni impegnate nella solidarietà con le lotte dei popoli latinoamericani, di fronte alla sede consolare venezuelana.
La manifestazione ha espresso con forza, in un susseguirsi di interventi, il proprio appoggio alla politica di integrazione dell'AL.B.A. , ed al modello di sviluppo verso il socialismo che porta avanti, denunciando l'operazione di disinformazione sistematica di massa, di vero terrorismo mediatico, di cui sono oggetto in particolare il Venezuela e Cuba, da parte dei media italiani ed europei.
Con striscioni, slogan ed interventi, è stata condannata la politica guerrafondaia dell'oligarchia colombiana che, rappresentata dal fascista narco-paramilitare Uribe, ha trasformato la Colombia in una grande base di guerra ed una concreta minaccia per la stabilità ed il pacifico progresso di tutta la regione.
In particolare i paesi progressisti dell'AL.B.A. hanno avuto riscontro della concreta minaccia a cui sono sottoposti, con il colpo di Stato condotto contro il popolo dell'Honduras, che si è prodotto con evidenti complicità di settori militaristi della destra statunitense, che rimangono liberi di condurre operazioni sporche e coperte in centro e sud America, volte a provocare cambi nella direzione dei paesi che rifiutano la storica egemonia USA sul continente. Se al Colpo di Stato in Honduras, ai ripetuti tentativi di magnicidio contro Chavez e Morales, all'infiltrazione di paramilitari colombiani nei paesi vicini, si aggiunge la recente riattivazione della IV flotta nordamericana e l'apertura di nuove basi militari in Colombia, si comprende come la crisi economica abbia generato una recrudescenza della politica imperialista nella regione e che essa opera in uno schema di aggressione, sia direttamente che attraverso le storiche oligarchie dei vari paesi. Tra esse spicca il ruolo filoimperialista di quella più retrograda e sanguinaria, quella colombiana. Senza l'arresto di questa vera e propria macchina infernale che produce ogni anno più morti e desaparecidos della dittatura di Pinochet in Cile, e che mira ad internazionalizzare e vietnamizzare il conflitto sociale ed armato che contraddistingue la storia della Colombia, non sarà possibile estendere a tutti i popoli d'America e del mondo quella speranza di una vita in pace e con giustizia sociale che la svolta bolivariana in America Latina ha suscitato in lungo ed in largo per il continente.
Oggi più che mai occorre far sentire la nostra vicinanza ed il nostro appoggio a tutte quelle esperienze che, resistendo con i mezzi a disposizione di fronte alla follia di dominio imperiale nordamericano in America Latina, apportano il miglior contributo alla causa di liberazione dell'uomo nel XXI secolo.
CONTRA EL IMPERIALISMO, LEVANTAMOS LAS BANDERAS DE LA DIGNIDAD, DE LA PAZ CON JUSTICIA SOCIAL, POR EL ALBA DEL SOCIALISMO BOLIVARIANO.
24-10-2009, Milano,
Coordinamento Nazionale Bolivariano
01 novembre, 2009
HONDURAS da Il Manifesto 31 ottobre
I nove punti dell'intesa
Questi i punti dell'accordo: 1) La creazione di un governo di unità e riconciliazione nazionale 2) Non ci sarà amnistia per delitti politici e penali. 3) La rinuncia alla convocazione di un'assemblea costituente o alla riforma della costituzione vigente nei suoi articoli «irriformabili». 4) Il riconoscimento alle elezioni generali del 29 novembre e al trapasso del governo nel gennaio 2010. 5) Il trasferimento dell'autorità sulle forze armate dal presidente della repubblica al Tribunale supremo elettorale. 6) La formazione di una Commissione di verifica sul compimento degli accordi. 7) La formazione di una Commissione per la verità che indaghi gli eventi antecedenti e successivi al golpe del 28 giugno. 8) La richiesta alla comunità internazionale perché normalizzi i rapporti con l'Honduras e revochi le sanzioni. 9) L'appoggio alla proposta che attribuisce al Congresso nazionale, «previa l'opinione della Corte suprema di giustizia», la decisione sul ritorno del potere esecutivo alla situazione antecedente al 28 giugno.
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Soddisfazione negli Usa, fredda l'America latina
«Voglio congratularmi con il popolo dell'Honduras, così come con il presidente Zelaya e il signor Micheletti per aver raggiunto un accordo storico». Così, il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha salutato l'accordo raggiunto tra i due ex nemici per porre fine alla crisi politica in Honduras. Fra i punti principali dell'accordo, la formazione di un governo di riconciliazione nazionale, il passaggio di poteri dalle forze armate complici del golpe al Tribunale supremo elettorale e la conferma al 29 novembre delle elezioni generali. E gli Stati uniti - ha aggiunto Clinton - lavoreranno affinché la consultazione elettorale sia «trasparente e libera». E da Washington, il segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani, Josè Miguel Insulza, ha dichiarato che predisporrà al più presto l'invio di «una missione elettorale» nel paese centroamericano. Per preparare l'appuntamento elettorale, ha precisato Insulza, «c'è infatti molto lavoro da fare». Il percorso verso la democrazia sarà ancora lungo, come confermano anche la relazione Unicef in Honduras, presentata mercoledì scorso: almeno 79 casi di gravi violazione dei diritti umani nei confronti dei minori dopo il colpo di stato e 1.600 decessi, sempre di minori, dovuti al deterioramento delle condizioni economiche e sanitarie nel poverissimo paese centroamericano.
Soddisfazione per l'accordo concluso è stata espressa dall'Unione europea, che «ha lavorato per una soluzione pacifica e negoziata» (secondo la nota della Farnesina), mentre la Francia, d'accordo con i suoi partner europei, «è pronta» a fornire osservatori per il voto presidenziale e legislativo del 29 novembre (lo ha annunciato il ministro degli esteri, Bernard Kouchner). Reazioni positive - ma senza entusiasmo - anche in America latina. Fra i primi a rallegrarsi per l'accordo, il governo del Paraguay e quello del Perù. Anche il governo nicaraguense di Daniel Ortega, sotto accusa insieme al presidente venezuelano Hugo Chavez per aver fornito rifugio e appoggio diplomatico al presidente Zelaya, rifugiato nell'ambasciata del Brasile. Per questo, contro il Brasile, il governo del golpista Micheletti aveva ricorso alla Corte internazionale di giustizia, accusandolo di ingerenza negli affari interni del paese.
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La vittoria ai punti della democrazia
Tegucigalpa è una delle capitali più brutte dell'America latina e l'Honduras, con tutto il rispetto per gli honduregni, è uno dei posti più sfigati del mondo. Uno di quei posti in cui i tre quarti dei 7 milioni di abitanti vivono con il famoso dollaro al giorno e una decina di famiglie arraffano da sempre tutto il potere, politico, economico e sociale. Ma non lasciatevi ingannare dal silenzio e dall'indifferenza. Il golpe civile-militare della destra, il 28 giugno, contro il presidente Manuel Zelaya, un liberale atipico, è qualcosa che interessava tutti da vicino. Non solo l'America latina - tutta l'America latina -, ma la «nuova» America di Obama e la cosiddetta «comunità internazionale».
Voleva dire che l'epoca dei golpe «naturali» non era morta ed era tornata. Nel dimenticato Honduras perso in Centramerica, forse fuggevolmente noto da noi solo perché in una delle sue bellissime spiagge sui Caraibi c'era la location dell'Isola dei famosi, in questi ultimi quattro mesi si giocava una partita importante, se non proprio decisiva, per il futuro. E, a quanto pare, fatti salvi colpi di coda che al momento appaiono del tutto improbabili, la partita si è conclusa nella notte fra giovedì e venerdì, con la vittoria (ai punti) della squadra della democrazia sulla squadra del golpe. È stato quando verso la mezzanotte le due delegazioni, una degli uomini del presidente Zelaya «ospite» dell'ambasciata brasiliana di qui dal 21 settembre e l'altra degli uomini del presidente golpista Roberto Micheletti, hanno firmato l'accordo in 14 punti che rimetta le cose al loro posto e consenta di affermare che la democrazia formale è stata restaurata con il ritorno di Zelaya alla presidenza, sia pure un ritorno fugace fino alle elezioni del 29 novembre, e senza poteri reali se non quello di insediare il suo successore il 27 gennaio 2010.
Con George W. Bush alla Casa bianca questo non sarebbe mai successo, i golpisti honduregni - forse un po' «figli di puttana» ma i tradizionali figli di puttana seminati dagli Stati uniti in giro per il Centramerica e per il mondo - alla fine sarebbero stati riconosciuti e il golpe in Honduras in nome della «democrazia» e dell'eterna lotta «contro il comunismo» - che in assenza del comunismo è identificato nel venezuelano Hugo Chávez - sarebbe passato.
Ma nella «nuova» America latina, non solo quella «radicale» - Chávez, il boliviano Morales, l'ecuadoriano Correa - ma anche quella «moderata» - il brasiliano Lula, l'argentina Cristina Fernández - e perfino quella di destra - il colombiano Uribe, il peruviano García -, non è passato. Perché tutti, radicali e moderati e ultra-destri filo-americani si sentivano ronzare nelle orecchie quel verso delle Satire del vecchio Orazio: «de te fabula narratur...». E non è passato con Obama alla presidenza (nonostante l'atteggiamento molto ambiguo degli Usa). Non poteva passare pena la perdita di ogni credibilità del suo impegno ad avviare un «new beginning» nei rapporti fra Stati uniti e America latina e a cambiare l'immagine deteriorata di cui specialmente qui e con tutte le ragioni del mondo, godono gli Usa.
Così, per uno strano gioco del destino e della politica, la situazione si è sbloccata, in senso positivo, grazie agli Stati uniti.
L'arrivo martedì scorso qui Tegucigalpa del sottosegretario di stato Usa per l'emisfero occidentale, Thomas Shannon, suonava come il finale di partita per i golpisti. Le trattative, cominciate il 7 ottobre, erano rotte dal 22. Allora Shannon, Kelly, Restrepo e l'ambasciatore Usa a Tegucigalpa, Hugo Llorens - un cubano-americano che, a quanto pare, aveva avuto un ruolo non trascurabile nella preparazione del golpe di giugno -, giovedì mattina si sono chiusi con le due delegazioni al dodicesimo piano dell'hotel Marriott e non sono usciti di lì se non dopo averle costrette, a tarda sera, a firmare l'accordo.
Un accordo di compromesso in cui Zelaya rinuncia al suo progetto più ambizioso (e necessario) di un'assemblea costituente per riformare una costituzione scritta nell'83, e fatta da e per l'oligarchia. A sua volta il golpista Micheletti, che sui muri di Tegucigalpa è diventato «Gorilletti», ha dovuto ingoiare il boccone più amaro: il ritorno alla presidenza di Zelaya - un liberale come lui - dopo un voto del Congresso - che dopo aver votato per la rimozione violenta del presidente costituzionale in giugno, tutti dicono sia ora pronto a votare, forse già oggi o domani, il suo ritorno - e non, come voleva Micheletti, dopo il giudizio di una Corte suprema iper-golpista. L'accordo prevede la creazione di un governo «di unità e riconciliazione nazionale», l'insediamento di una «commissione per la verità» che deve fare luce sugli eventi precedenti al golpe di giugno - che per i golpisti era un atto dovuto e legale per via del «tradimento della patria» ad opera di Zelaya - ma anche su quelli successivi - repressione violenta, una ventina di morti, migliaia di arresti, chiusura dei pochi giornali e tv favorevoli a Zelaya, stato d'emergenza. La carne che Shannon ha messo sul tavolo dei negoziati non lasciava scampo a Micheletti (e neanche, in minor misura, a Zelaya). L'annullamento delle sanzioni economiche e politiche, la ripresa degli aiuti internazionali vitali per un paese derelitto come l'Honduras, il riconoscimento delle elezioni fissate dai golpisti per il 29 novembre, che nessun paese e istanza internazionale avrebbe riconosciuto e che ora tutti si apprestano a riconoscere (non ci saranno né Zelaya né Micheletti).
Shannon non ha voluto strafare, ha definito «eroi della democrazia» i firmatari dei due bandi e dopo l'accordo ha detto di «non essere qui per imporre niente, la crisi è honduregna e la soluzione deve essere honduregna, noi siamo qui per dare garanzie». Una volta, fino a non molto tempo fa, in molti speravano che gli americani - che qui vicino, a Palmarola, hanno la maggior base militare dell'America centrale - se ne andassero al più presto. Adesso, a conferma del peso che gli Usa continuano ad avere sull'Honduras (e non solo) anche se in questo caso si sia trattato di un peso benefico, sperano che rimangano, almeno per un po', per garantire che i golpisti rispettino gli impegni. Non sarà facile. A cominciare dai tempi, «il cronogramma».
Poi, sullo sfondo, resta il discorso sulla democrazia. Zelaya, che non è comunista né castrista né chavista, aveva capito che con la democrazia solo formale un paese come l'Honduras non uscirà mai dalla sua condizione disperata. Ora tutto sembra tornato alla situazione «di prima», di sempre. Il 29 novembre si contenderanno la presidenza candidati dei partiti dell'oligarchia tradizionale, los liberales e los nacionales. In molti sono contenti, l'Onu, la Ue, l'Osa. Hillary ha telefonato per rallegrarsi per «lo storico accordo che pone fine alla crisi». Ci sarà tempo per vedere cosa succederà.
Ieri mattina la brutta Tegucigalpa sembrava perfino bella con «il popolo» che si è riversato per le strade e nella piazza del Congresso a festeggiare. Una cosa è certa: senza la resistenza popolare qui in Honduras e senza l'azzardo di Lula «ospitando» Zelaya nell'ambasciata, oggi qui qui non ci sarebbe niente da festeggiare. E non solo qui.
Questi i punti dell'accordo: 1) La creazione di un governo di unità e riconciliazione nazionale 2) Non ci sarà amnistia per delitti politici e penali. 3) La rinuncia alla convocazione di un'assemblea costituente o alla riforma della costituzione vigente nei suoi articoli «irriformabili». 4) Il riconoscimento alle elezioni generali del 29 novembre e al trapasso del governo nel gennaio 2010. 5) Il trasferimento dell'autorità sulle forze armate dal presidente della repubblica al Tribunale supremo elettorale. 6) La formazione di una Commissione di verifica sul compimento degli accordi. 7) La formazione di una Commissione per la verità che indaghi gli eventi antecedenti e successivi al golpe del 28 giugno. 8) La richiesta alla comunità internazionale perché normalizzi i rapporti con l'Honduras e revochi le sanzioni. 9) L'appoggio alla proposta che attribuisce al Congresso nazionale, «previa l'opinione della Corte suprema di giustizia», la decisione sul ritorno del potere esecutivo alla situazione antecedente al 28 giugno.
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Soddisfazione negli Usa, fredda l'America latina
«Voglio congratularmi con il popolo dell'Honduras, così come con il presidente Zelaya e il signor Micheletti per aver raggiunto un accordo storico». Così, il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha salutato l'accordo raggiunto tra i due ex nemici per porre fine alla crisi politica in Honduras. Fra i punti principali dell'accordo, la formazione di un governo di riconciliazione nazionale, il passaggio di poteri dalle forze armate complici del golpe al Tribunale supremo elettorale e la conferma al 29 novembre delle elezioni generali. E gli Stati uniti - ha aggiunto Clinton - lavoreranno affinché la consultazione elettorale sia «trasparente e libera». E da Washington, il segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani, Josè Miguel Insulza, ha dichiarato che predisporrà al più presto l'invio di «una missione elettorale» nel paese centroamericano. Per preparare l'appuntamento elettorale, ha precisato Insulza, «c'è infatti molto lavoro da fare». Il percorso verso la democrazia sarà ancora lungo, come confermano anche la relazione Unicef in Honduras, presentata mercoledì scorso: almeno 79 casi di gravi violazione dei diritti umani nei confronti dei minori dopo il colpo di stato e 1.600 decessi, sempre di minori, dovuti al deterioramento delle condizioni economiche e sanitarie nel poverissimo paese centroamericano.
Soddisfazione per l'accordo concluso è stata espressa dall'Unione europea, che «ha lavorato per una soluzione pacifica e negoziata» (secondo la nota della Farnesina), mentre la Francia, d'accordo con i suoi partner europei, «è pronta» a fornire osservatori per il voto presidenziale e legislativo del 29 novembre (lo ha annunciato il ministro degli esteri, Bernard Kouchner). Reazioni positive - ma senza entusiasmo - anche in America latina. Fra i primi a rallegrarsi per l'accordo, il governo del Paraguay e quello del Perù. Anche il governo nicaraguense di Daniel Ortega, sotto accusa insieme al presidente venezuelano Hugo Chavez per aver fornito rifugio e appoggio diplomatico al presidente Zelaya, rifugiato nell'ambasciata del Brasile. Per questo, contro il Brasile, il governo del golpista Micheletti aveva ricorso alla Corte internazionale di giustizia, accusandolo di ingerenza negli affari interni del paese.
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La vittoria ai punti della democrazia
Tegucigalpa è una delle capitali più brutte dell'America latina e l'Honduras, con tutto il rispetto per gli honduregni, è uno dei posti più sfigati del mondo. Uno di quei posti in cui i tre quarti dei 7 milioni di abitanti vivono con il famoso dollaro al giorno e una decina di famiglie arraffano da sempre tutto il potere, politico, economico e sociale. Ma non lasciatevi ingannare dal silenzio e dall'indifferenza. Il golpe civile-militare della destra, il 28 giugno, contro il presidente Manuel Zelaya, un liberale atipico, è qualcosa che interessava tutti da vicino. Non solo l'America latina - tutta l'America latina -, ma la «nuova» America di Obama e la cosiddetta «comunità internazionale».
Voleva dire che l'epoca dei golpe «naturali» non era morta ed era tornata. Nel dimenticato Honduras perso in Centramerica, forse fuggevolmente noto da noi solo perché in una delle sue bellissime spiagge sui Caraibi c'era la location dell'Isola dei famosi, in questi ultimi quattro mesi si giocava una partita importante, se non proprio decisiva, per il futuro. E, a quanto pare, fatti salvi colpi di coda che al momento appaiono del tutto improbabili, la partita si è conclusa nella notte fra giovedì e venerdì, con la vittoria (ai punti) della squadra della democrazia sulla squadra del golpe. È stato quando verso la mezzanotte le due delegazioni, una degli uomini del presidente Zelaya «ospite» dell'ambasciata brasiliana di qui dal 21 settembre e l'altra degli uomini del presidente golpista Roberto Micheletti, hanno firmato l'accordo in 14 punti che rimetta le cose al loro posto e consenta di affermare che la democrazia formale è stata restaurata con il ritorno di Zelaya alla presidenza, sia pure un ritorno fugace fino alle elezioni del 29 novembre, e senza poteri reali se non quello di insediare il suo successore il 27 gennaio 2010.
Con George W. Bush alla Casa bianca questo non sarebbe mai successo, i golpisti honduregni - forse un po' «figli di puttana» ma i tradizionali figli di puttana seminati dagli Stati uniti in giro per il Centramerica e per il mondo - alla fine sarebbero stati riconosciuti e il golpe in Honduras in nome della «democrazia» e dell'eterna lotta «contro il comunismo» - che in assenza del comunismo è identificato nel venezuelano Hugo Chávez - sarebbe passato.
Ma nella «nuova» America latina, non solo quella «radicale» - Chávez, il boliviano Morales, l'ecuadoriano Correa - ma anche quella «moderata» - il brasiliano Lula, l'argentina Cristina Fernández - e perfino quella di destra - il colombiano Uribe, il peruviano García -, non è passato. Perché tutti, radicali e moderati e ultra-destri filo-americani si sentivano ronzare nelle orecchie quel verso delle Satire del vecchio Orazio: «de te fabula narratur...». E non è passato con Obama alla presidenza (nonostante l'atteggiamento molto ambiguo degli Usa). Non poteva passare pena la perdita di ogni credibilità del suo impegno ad avviare un «new beginning» nei rapporti fra Stati uniti e America latina e a cambiare l'immagine deteriorata di cui specialmente qui e con tutte le ragioni del mondo, godono gli Usa.
Così, per uno strano gioco del destino e della politica, la situazione si è sbloccata, in senso positivo, grazie agli Stati uniti.
L'arrivo martedì scorso qui Tegucigalpa del sottosegretario di stato Usa per l'emisfero occidentale, Thomas Shannon, suonava come il finale di partita per i golpisti. Le trattative, cominciate il 7 ottobre, erano rotte dal 22. Allora Shannon, Kelly, Restrepo e l'ambasciatore Usa a Tegucigalpa, Hugo Llorens - un cubano-americano che, a quanto pare, aveva avuto un ruolo non trascurabile nella preparazione del golpe di giugno -, giovedì mattina si sono chiusi con le due delegazioni al dodicesimo piano dell'hotel Marriott e non sono usciti di lì se non dopo averle costrette, a tarda sera, a firmare l'accordo.
Un accordo di compromesso in cui Zelaya rinuncia al suo progetto più ambizioso (e necessario) di un'assemblea costituente per riformare una costituzione scritta nell'83, e fatta da e per l'oligarchia. A sua volta il golpista Micheletti, che sui muri di Tegucigalpa è diventato «Gorilletti», ha dovuto ingoiare il boccone più amaro: il ritorno alla presidenza di Zelaya - un liberale come lui - dopo un voto del Congresso - che dopo aver votato per la rimozione violenta del presidente costituzionale in giugno, tutti dicono sia ora pronto a votare, forse già oggi o domani, il suo ritorno - e non, come voleva Micheletti, dopo il giudizio di una Corte suprema iper-golpista. L'accordo prevede la creazione di un governo «di unità e riconciliazione nazionale», l'insediamento di una «commissione per la verità» che deve fare luce sugli eventi precedenti al golpe di giugno - che per i golpisti era un atto dovuto e legale per via del «tradimento della patria» ad opera di Zelaya - ma anche su quelli successivi - repressione violenta, una ventina di morti, migliaia di arresti, chiusura dei pochi giornali e tv favorevoli a Zelaya, stato d'emergenza. La carne che Shannon ha messo sul tavolo dei negoziati non lasciava scampo a Micheletti (e neanche, in minor misura, a Zelaya). L'annullamento delle sanzioni economiche e politiche, la ripresa degli aiuti internazionali vitali per un paese derelitto come l'Honduras, il riconoscimento delle elezioni fissate dai golpisti per il 29 novembre, che nessun paese e istanza internazionale avrebbe riconosciuto e che ora tutti si apprestano a riconoscere (non ci saranno né Zelaya né Micheletti).
Shannon non ha voluto strafare, ha definito «eroi della democrazia» i firmatari dei due bandi e dopo l'accordo ha detto di «non essere qui per imporre niente, la crisi è honduregna e la soluzione deve essere honduregna, noi siamo qui per dare garanzie». Una volta, fino a non molto tempo fa, in molti speravano che gli americani - che qui vicino, a Palmarola, hanno la maggior base militare dell'America centrale - se ne andassero al più presto. Adesso, a conferma del peso che gli Usa continuano ad avere sull'Honduras (e non solo) anche se in questo caso si sia trattato di un peso benefico, sperano che rimangano, almeno per un po', per garantire che i golpisti rispettino gli impegni. Non sarà facile. A cominciare dai tempi, «il cronogramma».
Poi, sullo sfondo, resta il discorso sulla democrazia. Zelaya, che non è comunista né castrista né chavista, aveva capito che con la democrazia solo formale un paese come l'Honduras non uscirà mai dalla sua condizione disperata. Ora tutto sembra tornato alla situazione «di prima», di sempre. Il 29 novembre si contenderanno la presidenza candidati dei partiti dell'oligarchia tradizionale, los liberales e los nacionales. In molti sono contenti, l'Onu, la Ue, l'Osa. Hillary ha telefonato per rallegrarsi per «lo storico accordo che pone fine alla crisi». Ci sarà tempo per vedere cosa succederà.
Ieri mattina la brutta Tegucigalpa sembrava perfino bella con «il popolo» che si è riversato per le strade e nella piazza del Congresso a festeggiare. Una cosa è certa: senza la resistenza popolare qui in Honduras e senza l'azzardo di Lula «ospitando» Zelaya nell'ambasciata, oggi qui qui non ci sarebbe niente da festeggiare. E non solo qui.
“Pax Americana” in Honduras. E la Resistenza?
Mel Zelaya e Roberto Micheletti raggiungono un accordo sotto l’egida statunitense che forse già domani potrebbe riportare al governo il presidente legittimo che gestirà il processo elettorale del 29 novembre viziato dal golpe del 28 giugno. Intanto anche ieri la repressione ha disperso con violenza un’enorme manifestazione popolare. Oltre 20.000 persone si erano radunate intorno alla Facoltà di Pedagogia per dimostrare quanto intollerabilmente viva è la Resistenza al golpe in Honduras...continua...
Centoventicinquesimo giorno di Resistenza. 30 ottobre, 2009 Condividi
Oscar Estrada
Traduzione: Francesca D’Emidio
È stato necessario l’arrivo della delegazione statunitense in Honduras per fare sì che la destra
rinunciasse alla sua pretesa di mantenersi al potere fino a Gennaio. Ore prima, Micheletti aveva precisato che il ritorno di Zelaya era qualcosa a cui non avrebbe ceduto, "solo con un intervento armato" ha detto e, poi, la sera lo abbiamo visto sulla televisione nazionale ingoiare il suo orgoglio dichiarando che avrebbe firmato l'accordo. Tutto ciò mette alla luce chi è il padrone in Honduras e ha confermato quello che dal primo giorno era risaputo, che gli Stati Uniti avevano il potere di risolvere tutto in poche ore.
Ora la palla è passata al Congresso Nazionale. La resistenza si è data appuntamento davanti al palazzo legislativo per accompagnare Victor Mesa, nel momento in cui è arrivato a depositare l'accordo nella segreterìa del Parlamento. I diputati e le diputate devono stabilire se la restituzione deve procedere e se potrà considerarsi terminato, una volta per tutte, questo capitolo nella storia dell'Honduras, o se si continuerà nella resistenza. Hanno il potere di dare legittimità alle elezioni di novembre tra la popolazione insoddisfatta, ed il riconoscimento internazionale alla presidenza che da lì nascerà e, mentre la destra cerca di mettere pressione al Congresso a votare per un NO alla restituzione (che potrebbe anche succedere), il punto è che non hanno più necessità di mantenere la costosa dittatura di Micheletti e che sono disposti ad accettare il ritorno di Mel al governo.
I poteri oscuri del paese si sono resi conto che dopo quattro mesi di colpo di Stato non sono riusciti a sconfiggere il popolo in rivolta. Nè con pallottole, nè con leggi ad hoc, né con colpi e gas proibiti hanno potuto calmare il gigante soverano che gli ha tolto dalla bocca la sua dittatura trasformando il suo progetto in un affronto insopportabile per la regione e il mondo. Giovedi scorso, nonostante lo stretto cordone di polizia che abbiamo vissuto nelle ultime settimane, la resistenza ha marciato attraverso la città e ha riunito migliaia di persone con bandiere e canti riempiendo di nuovo le strade. I mass-media golpisti non credevano ai loro occhi alla vista della sorprendente marcia popolare, avevano detto centinaia di volte che la resistenza era morta di sfinimento e ridevano di noi quando eravamo circondati dalla polizia. Non gli era rimasta altra scelta che riportare – in modo mediocre, cosi come sono soliti farlo – che la polizia ha disperso violentemente la manifestazione come ultima opzione per evitare che crescesse, perché ovunque passasse la manifestazione si aggiungevano più persone. Il gas lacrimogeno saturò di nuovo la nostra atmosfera e, mentre Canal 36 trasmetteva in tutto il paesele manganellate ed i calci repressivi contro i dimostranti disarmati, la destra si è ricordata che i loro decreti e le loro minacce non possono fare nulla contro la resistenza che è decisa a rovinare il loro progetto di frode elettorale.
La resistenza si è fidata della capacità di negoziazione di Manuel Zelaya, nonostante il sospetto che ci trasmette il Congresso Nazionale, abbiamo accettato nel sillogismo di ciò che si fa nel diritto e nel diritto si disfa. Ma il timore del gioco dei potenti è ancora presente, "accetteremo il governo di integrazione, ma non il ritorno di Zelaya", ha detto un diputato liberale cercando di influenzare il dibattito, "ci auguriamo che il Congresso prenda la sua decisione sulla base della legge" ha detto Armida de López Contreras, presidente dell'Unione Civica Democratica e tutti noi sappiamo cosa questo significhi.
Ignorano che una cosa va con l’altra e se non si realizza la restituzione di Mel non vi sarà nessun accordo. La resistenza ha dato un voto di fiducia al potere legislativo (che è in pausa per le elezioni e, in teoria, non tornerà fino a dicembre), ci aspettiamo che Lunedi si convocherà una riunione straordinaria, come ha fatto il Domenica 28 giugno e Manuel Zelaya in pochi giorni potrà uscire dalla sua prigionia ed entrare nella Casa di Governo.
Ma non dimentichiamo, non abbiamo dimenticato che è stato il Congresso Nazionale che ha falsificato la firma di Zelaya per "legalizzare" il colpo di stato, non abbiamo dimenticato che, con il loro sostegno, sono stati autorizzati coprifuoco, gli stati d'assedio e le altri leggi e decreti che violano i diritti umani; non abbiamo dimenticato che dai loro saloni è uscita la maggior parte del gabinetto di Micheletti, tra cui il dittatore che il Congresso ha giurimentato; che il Congresso ha approvato decine di leggi contro gli interessi della maggioranza, come il recente divieto di vendita in tutto il paese delle pillole contraccettive d’emergenza e ha compiuto un ruolo decisivo per mantenere il malgoverno fascista. Ma abbiamo fiducia che abbiano la volontà di costruire lo scenario necessario per il buon governo, la pace e una vera democrazia in Honduras e, se non sarà per la loro volontà, sarà per le loro ambizioni poichè se puntano alla ri-elezione devono cedere davanti ad un popolo che li disprezza.
Tra un mese ci saranno le elezioni politiche e la resistenza si aspetta che i propri candidati partecipino. I candidati non hanno ancora deciso come partecipare, se insieme o separatamente, e stanno valutando le condizioni in cui potranno realizzare le proprie campagne con l'enorme svantaggio che hanno contro il candidato più probabile. Ma questo "svantaggio" è relativo, il colpo di Stato e la lotta contro di esso ha dato a figure come Carlos Reyes una posizione tra gli elettori che non avrebbero ricevuto senza l'avventura fascista e la successiva resistenza popolare. In pratica, questi quattro mesi per le strade ci ha permesso essere presenti nei mass-media e costruire le basi per una sinistra significativa nel paese.
L'origine indipendente della candidatura è un vantaggio anche contro la stanchezza che ha significato il colpo di stato per i partiti oligarchici. La sfida è ora di organizzare i 25.000 volontari necessari per difendere le urne, la struttura necessaria che si richiede per fermare la massiccia frode che si prevede ed imparare, in termini di gestione dei seggi elettorali, in queste 4 settimane, ciò che i partiti tradizionali hanno imparato in 100 anni.
Lunedi i candidati della resistenza si incontreranno per raggiungere un accordo sul modo di partecipare alle elezioni. Ancora in sospeso è il ritorno di Manuel Zelaya, il Frente ha avvertito che la condizione per la partecipazione nel processo elettorale è il ritorno di Mel alla Presidenza, non l'accordo tra le commissioni. Ma ci sono settori che spingono ad organizzare nel più breve tempo possibile, la struttura elettorale necessaria anche senza la restituzione. "Con l'accordo si può iniziare a lavorare", dicono, "non possiamo perdere più tempo." Per loro, bisogna puntare al Congresso Nazionale, riuscire ad accumulare una quantità rispettabile di diputati per garantire un freno al potere interno del Parlamento e per poter sostenere, dall'alto, la lotta che dal basso si deve portare avanti per l’Assemblea Costituente. Abbiamo grandi probabilità di raggiungere questo obiettivo, lo sappiamo, ma lo sa anche la destra che sta cercando, con tutti i mezzi a sua disposizione, di impedirlo.
Halloween si avvicina, io sostengo la proposta che circola su internet per dare a Micheletti il premio per il miglior costume, poichè, essendo parlamentare, si è travestito da presidente per 120 giorni. Cionostante credo che il costume gli sia stato sempre un po’ troppo grande.
NO PASARAN!
Traduzione: Francesca D’Emidio
È stato necessario l’arrivo della delegazione statunitense in Honduras per fare sì che la destra
rinunciasse alla sua pretesa di mantenersi al potere fino a Gennaio. Ore prima, Micheletti aveva precisato che il ritorno di Zelaya era qualcosa a cui non avrebbe ceduto, "solo con un intervento armato" ha detto e, poi, la sera lo abbiamo visto sulla televisione nazionale ingoiare il suo orgoglio dichiarando che avrebbe firmato l'accordo. Tutto ciò mette alla luce chi è il padrone in Honduras e ha confermato quello che dal primo giorno era risaputo, che gli Stati Uniti avevano il potere di risolvere tutto in poche ore.
Ora la palla è passata al Congresso Nazionale. La resistenza si è data appuntamento davanti al palazzo legislativo per accompagnare Victor Mesa, nel momento in cui è arrivato a depositare l'accordo nella segreterìa del Parlamento. I diputati e le diputate devono stabilire se la restituzione deve procedere e se potrà considerarsi terminato, una volta per tutte, questo capitolo nella storia dell'Honduras, o se si continuerà nella resistenza. Hanno il potere di dare legittimità alle elezioni di novembre tra la popolazione insoddisfatta, ed il riconoscimento internazionale alla presidenza che da lì nascerà e, mentre la destra cerca di mettere pressione al Congresso a votare per un NO alla restituzione (che potrebbe anche succedere), il punto è che non hanno più necessità di mantenere la costosa dittatura di Micheletti e che sono disposti ad accettare il ritorno di Mel al governo.
I poteri oscuri del paese si sono resi conto che dopo quattro mesi di colpo di Stato non sono riusciti a sconfiggere il popolo in rivolta. Nè con pallottole, nè con leggi ad hoc, né con colpi e gas proibiti hanno potuto calmare il gigante soverano che gli ha tolto dalla bocca la sua dittatura trasformando il suo progetto in un affronto insopportabile per la regione e il mondo. Giovedi scorso, nonostante lo stretto cordone di polizia che abbiamo vissuto nelle ultime settimane, la resistenza ha marciato attraverso la città e ha riunito migliaia di persone con bandiere e canti riempiendo di nuovo le strade. I mass-media golpisti non credevano ai loro occhi alla vista della sorprendente marcia popolare, avevano detto centinaia di volte che la resistenza era morta di sfinimento e ridevano di noi quando eravamo circondati dalla polizia. Non gli era rimasta altra scelta che riportare – in modo mediocre, cosi come sono soliti farlo – che la polizia ha disperso violentemente la manifestazione come ultima opzione per evitare che crescesse, perché ovunque passasse la manifestazione si aggiungevano più persone. Il gas lacrimogeno saturò di nuovo la nostra atmosfera e, mentre Canal 36 trasmetteva in tutto il paesele manganellate ed i calci repressivi contro i dimostranti disarmati, la destra si è ricordata che i loro decreti e le loro minacce non possono fare nulla contro la resistenza che è decisa a rovinare il loro progetto di frode elettorale.
La resistenza si è fidata della capacità di negoziazione di Manuel Zelaya, nonostante il sospetto che ci trasmette il Congresso Nazionale, abbiamo accettato nel sillogismo di ciò che si fa nel diritto e nel diritto si disfa. Ma il timore del gioco dei potenti è ancora presente, "accetteremo il governo di integrazione, ma non il ritorno di Zelaya", ha detto un diputato liberale cercando di influenzare il dibattito, "ci auguriamo che il Congresso prenda la sua decisione sulla base della legge" ha detto Armida de López Contreras, presidente dell'Unione Civica Democratica e tutti noi sappiamo cosa questo significhi.
Ignorano che una cosa va con l’altra e se non si realizza la restituzione di Mel non vi sarà nessun accordo. La resistenza ha dato un voto di fiducia al potere legislativo (che è in pausa per le elezioni e, in teoria, non tornerà fino a dicembre), ci aspettiamo che Lunedi si convocherà una riunione straordinaria, come ha fatto il Domenica 28 giugno e Manuel Zelaya in pochi giorni potrà uscire dalla sua prigionia ed entrare nella Casa di Governo.
Ma non dimentichiamo, non abbiamo dimenticato che è stato il Congresso Nazionale che ha falsificato la firma di Zelaya per "legalizzare" il colpo di stato, non abbiamo dimenticato che, con il loro sostegno, sono stati autorizzati coprifuoco, gli stati d'assedio e le altri leggi e decreti che violano i diritti umani; non abbiamo dimenticato che dai loro saloni è uscita la maggior parte del gabinetto di Micheletti, tra cui il dittatore che il Congresso ha giurimentato; che il Congresso ha approvato decine di leggi contro gli interessi della maggioranza, come il recente divieto di vendita in tutto il paese delle pillole contraccettive d’emergenza e ha compiuto un ruolo decisivo per mantenere il malgoverno fascista. Ma abbiamo fiducia che abbiano la volontà di costruire lo scenario necessario per il buon governo, la pace e una vera democrazia in Honduras e, se non sarà per la loro volontà, sarà per le loro ambizioni poichè se puntano alla ri-elezione devono cedere davanti ad un popolo che li disprezza.
Tra un mese ci saranno le elezioni politiche e la resistenza si aspetta che i propri candidati partecipino. I candidati non hanno ancora deciso come partecipare, se insieme o separatamente, e stanno valutando le condizioni in cui potranno realizzare le proprie campagne con l'enorme svantaggio che hanno contro il candidato più probabile. Ma questo "svantaggio" è relativo, il colpo di Stato e la lotta contro di esso ha dato a figure come Carlos Reyes una posizione tra gli elettori che non avrebbero ricevuto senza l'avventura fascista e la successiva resistenza popolare. In pratica, questi quattro mesi per le strade ci ha permesso essere presenti nei mass-media e costruire le basi per una sinistra significativa nel paese.
L'origine indipendente della candidatura è un vantaggio anche contro la stanchezza che ha significato il colpo di stato per i partiti oligarchici. La sfida è ora di organizzare i 25.000 volontari necessari per difendere le urne, la struttura necessaria che si richiede per fermare la massiccia frode che si prevede ed imparare, in termini di gestione dei seggi elettorali, in queste 4 settimane, ciò che i partiti tradizionali hanno imparato in 100 anni.
Lunedi i candidati della resistenza si incontreranno per raggiungere un accordo sul modo di partecipare alle elezioni. Ancora in sospeso è il ritorno di Manuel Zelaya, il Frente ha avvertito che la condizione per la partecipazione nel processo elettorale è il ritorno di Mel alla Presidenza, non l'accordo tra le commissioni. Ma ci sono settori che spingono ad organizzare nel più breve tempo possibile, la struttura elettorale necessaria anche senza la restituzione. "Con l'accordo si può iniziare a lavorare", dicono, "non possiamo perdere più tempo." Per loro, bisogna puntare al Congresso Nazionale, riuscire ad accumulare una quantità rispettabile di diputati per garantire un freno al potere interno del Parlamento e per poter sostenere, dall'alto, la lotta che dal basso si deve portare avanti per l’Assemblea Costituente. Abbiamo grandi probabilità di raggiungere questo obiettivo, lo sappiamo, ma lo sa anche la destra che sta cercando, con tutti i mezzi a sua disposizione, di impedirlo.
Halloween si avvicina, io sostengo la proposta che circola su internet per dare a Micheletti il premio per il miglior costume, poichè, essendo parlamentare, si è travestito da presidente per 120 giorni. Cionostante credo che il costume gli sia stato sempre un po’ troppo grande.
NO PASARAN!
Un popolo in situazione d’emergenza
Il COFADEH denuncia oltre 4000 violazioni dei diritti umani in 115 giorni
Lunedì 26 ottobre 2009 - 23:13
Il Comitato dei Familiari dei Detenuti e Desaparecidos in Honduras (COFADEH) ha presentato la sua seconda relazione sulle violazioni dei diritti umani nell’ambito del colpo di stato, “Volti e Cifre della Repressione”, in cui si evidenzia la brutalità del regime di fatto nel suo tentativo di mettere a tacere le diverse espressioni di resistenza contro il golpe del 28 giugno scorso.
Il COFADEH è un’organizzazione sorta all'inizio della “Decade Perduta” degli anni ottanta, quando, in piena applicazione della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la società honduregna fu militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate. Secondo i dati presentati dalla sua coordinatrice generale, Bertha Oliva, dal 28 giugno al 15 ottobre 2009 il COFADEH ha registrato 4.234 casi di violazione dei diritti umani.
Durante una conferenza stampa molto affollata e commovente, Oliva ha spiegato che sono state riportate 21 morti violente ed assassini a scopi politici, 10 dei quali avvenuti direttamente durante azioni pubbliche della Resistenza, mentre 11 presentavano le caratteristiche tipiche delle esecuzioni selettive, con un modus operandi proprio dei corpi paramilitari.
Nel corso di 115 giorni si sono verificati anche 3 tentati omicidi, 108 minacce di morte, 133 casi di trattamenti crudeli, degradanti e disumani contro persone in detenzione amministrativa, 21 lesioni gravi e 453 feriti da pestaggi. Inoltre, 211 persone sono state colpite con armi non convenzionali, come bombe lacrimogene, gas tossici ed armi acustiche.
Vi sono state anche 3.033 detenzioni illegali, in maggioranza giovani, 2 tentativi di sequestro, 114 accusati politici (5 dei quali restano in prigione, mentre i restanti casi sono sottoposti a misure sostitutive del carcere o sono stati archiviati in forma provvisoria), 10 violazioni di domicilio, 13 casi di persecuzione contro leader sociali e difensori dei diritti umani, 4 attentati contro organizzazioni, tra cui lo stesso COFADEH ed il Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili (STIBYS).
Riguardo alla libertà d’espressione e mobilitazione, la relazione del COFADEH ha riportato 27 casi di violazione della libertà dei mezzi d’informazione, tra cui la chiusura di Radio Globo e Canal 36, 26 aggressioni a giornalisti, la chiusura di 3 programmi radio di organizzazioni di donne, 52 posti di blocco di militari e polizia in tutto il paese, che hanno infranto il diritto di circolazione per oltre 20.000 honduregni, ed un inasprimento repressivo che limita in modo indefinito la libertà della popolazione ad associarsi e manifestare.
“Confesso che scrivendo questa relazione mi sono sentita turbata - ha dichiarato Bertha Oliva - forse perché mi ero fatta l'idea che in questo lungo processo delle ultime decadi avessimo ottenuto per lo meno minimi e relativi progressi in materia di diritti umani; ma sono un'illusa”.
“Ad oltre 100 giorni da quella fatidica data del 28 giugno, che scosse le viscere del COFADEH - ha continuato Oliva - sappiamo che ci troviamo di fronte ad una violenta retrocessione di 25 o 30 anni, forse più.
Come conoscitori degli effetti della dittatura militare, prendiamo atto che non si trattava di un fatto isolato, ma che siamo davanti a tutt’una strategia per prendere e controllare il potere a lungo termine, ovvero la dittatura è arrivata nella regione per restarci.
Dinanzi a questa situazione è imprescindibile prepararsi, perché, come già in passato, siamo depositarie di lacrime, angosce, dolore e sfiducia, ma più ancora di disperazione”.
Oliva ha dichiarato anche di essere estremamente preoccupata per l'attacco diretto della dittatura contro la corporazione degli insegnanti, attacco messo in pratica mediante assassini, persecuzioni, detenzioni illegali ed arbitrarie, trattenute sulle quote destinate agli istituti magistrali, invalidazione di curriculum professionali, ingiunzioni attraverso il Ministero della Pubblica Istruzione per aprire contro di loro procedimenti giudiziari.
Anche i giovani sono stati oggetto di repressione e sono già molti i sequestrati, torturati ed assassinati, mentre diversi hanno dovuto abbandonare il paese.
“Con prove documentate in nostro potere, affermiamo dinanzi al mondo che stiamo vivendo nel nostro paese una situazione d’emergenza. Per tale ragione, ricorriamo alla comunità internazionale, affinché si mantenga vigile e continui ad osservare, per sostenere insieme la sfida di vedere giudicati gli autori dei crimini di lesa umanità”, ha sentenziato Bertha Oliva, non senza prima denunciare le minacce e le persecuzioni alle quali è sottoposto il COFADEH dal regime di fatto, che mira a togliergli la personalità giuridica.
Così ha concluso: “Non abbiamo bisogno di personalità giuridica per cercare la verità, accompagnare quelli che soffrono, denunciare davanti al mondo la barbarie che stiamo vivendo. Questa dittatura pretende di ridurci al silenzio, ma non ci riuscirà. Potranno far tacere la voce, ma non gli ideali, né il pensiero. Quanto più ci reprimono, tanto più ci rafforziamo”.
Da: http://voselsoberano.com/v1/index.php?option=com_content&view=article&id=1746:un-pueblo-en-situacion-de-emergencia&catid=1:noticias-generales
Tradotto da Adelina Bottero
Lunedì 26 ottobre 2009 - 23:13
Il Comitato dei Familiari dei Detenuti e Desaparecidos in Honduras (COFADEH) ha presentato la sua seconda relazione sulle violazioni dei diritti umani nell’ambito del colpo di stato, “Volti e Cifre della Repressione”, in cui si evidenzia la brutalità del regime di fatto nel suo tentativo di mettere a tacere le diverse espressioni di resistenza contro il golpe del 28 giugno scorso.
Il COFADEH è un’organizzazione sorta all'inizio della “Decade Perduta” degli anni ottanta, quando, in piena applicazione della Dottrina di Sicurezza Nazionale, la società honduregna fu militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate. Secondo i dati presentati dalla sua coordinatrice generale, Bertha Oliva, dal 28 giugno al 15 ottobre 2009 il COFADEH ha registrato 4.234 casi di violazione dei diritti umani.
Durante una conferenza stampa molto affollata e commovente, Oliva ha spiegato che sono state riportate 21 morti violente ed assassini a scopi politici, 10 dei quali avvenuti direttamente durante azioni pubbliche della Resistenza, mentre 11 presentavano le caratteristiche tipiche delle esecuzioni selettive, con un modus operandi proprio dei corpi paramilitari.
Nel corso di 115 giorni si sono verificati anche 3 tentati omicidi, 108 minacce di morte, 133 casi di trattamenti crudeli, degradanti e disumani contro persone in detenzione amministrativa, 21 lesioni gravi e 453 feriti da pestaggi. Inoltre, 211 persone sono state colpite con armi non convenzionali, come bombe lacrimogene, gas tossici ed armi acustiche.
Vi sono state anche 3.033 detenzioni illegali, in maggioranza giovani, 2 tentativi di sequestro, 114 accusati politici (5 dei quali restano in prigione, mentre i restanti casi sono sottoposti a misure sostitutive del carcere o sono stati archiviati in forma provvisoria), 10 violazioni di domicilio, 13 casi di persecuzione contro leader sociali e difensori dei diritti umani, 4 attentati contro organizzazioni, tra cui lo stesso COFADEH ed il Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili (STIBYS).
Riguardo alla libertà d’espressione e mobilitazione, la relazione del COFADEH ha riportato 27 casi di violazione della libertà dei mezzi d’informazione, tra cui la chiusura di Radio Globo e Canal 36, 26 aggressioni a giornalisti, la chiusura di 3 programmi radio di organizzazioni di donne, 52 posti di blocco di militari e polizia in tutto il paese, che hanno infranto il diritto di circolazione per oltre 20.000 honduregni, ed un inasprimento repressivo che limita in modo indefinito la libertà della popolazione ad associarsi e manifestare.
“Confesso che scrivendo questa relazione mi sono sentita turbata - ha dichiarato Bertha Oliva - forse perché mi ero fatta l'idea che in questo lungo processo delle ultime decadi avessimo ottenuto per lo meno minimi e relativi progressi in materia di diritti umani; ma sono un'illusa”.
“Ad oltre 100 giorni da quella fatidica data del 28 giugno, che scosse le viscere del COFADEH - ha continuato Oliva - sappiamo che ci troviamo di fronte ad una violenta retrocessione di 25 o 30 anni, forse più.
Come conoscitori degli effetti della dittatura militare, prendiamo atto che non si trattava di un fatto isolato, ma che siamo davanti a tutt’una strategia per prendere e controllare il potere a lungo termine, ovvero la dittatura è arrivata nella regione per restarci.
Dinanzi a questa situazione è imprescindibile prepararsi, perché, come già in passato, siamo depositarie di lacrime, angosce, dolore e sfiducia, ma più ancora di disperazione”.
Oliva ha dichiarato anche di essere estremamente preoccupata per l'attacco diretto della dittatura contro la corporazione degli insegnanti, attacco messo in pratica mediante assassini, persecuzioni, detenzioni illegali ed arbitrarie, trattenute sulle quote destinate agli istituti magistrali, invalidazione di curriculum professionali, ingiunzioni attraverso il Ministero della Pubblica Istruzione per aprire contro di loro procedimenti giudiziari.
Anche i giovani sono stati oggetto di repressione e sono già molti i sequestrati, torturati ed assassinati, mentre diversi hanno dovuto abbandonare il paese.
“Con prove documentate in nostro potere, affermiamo dinanzi al mondo che stiamo vivendo nel nostro paese una situazione d’emergenza. Per tale ragione, ricorriamo alla comunità internazionale, affinché si mantenga vigile e continui ad osservare, per sostenere insieme la sfida di vedere giudicati gli autori dei crimini di lesa umanità”, ha sentenziato Bertha Oliva, non senza prima denunciare le minacce e le persecuzioni alle quali è sottoposto il COFADEH dal regime di fatto, che mira a togliergli la personalità giuridica.
Così ha concluso: “Non abbiamo bisogno di personalità giuridica per cercare la verità, accompagnare quelli che soffrono, denunciare davanti al mondo la barbarie che stiamo vivendo. Questa dittatura pretende di ridurci al silenzio, ma non ci riuscirà. Potranno far tacere la voce, ma non gli ideali, né il pensiero. Quanto più ci reprimono, tanto più ci rafforziamo”.
Da: http://voselsoberano.com/v1/index.php?option=com_content&view=article&id=1746:un-pueblo-en-situacion-de-emergencia&catid=1:noticias-generales
Tradotto da Adelina Bottero
COMUNICATO N° 30
FRONTE NAZIONALE DI RESISTENZA
CONTRO IL COLPO DI STATO
Il Fronte Nazionale di Resistenza Contro il Colpo di Stato in Honduras, comunica al popolo honduregno ed alla comunità internazionale:
1) Denunciamo le manovre manipolatrici e le tattiche dilatorie con le quali il regime di fatto cerca di guadagnare tempo ed arrivare fino alla farsa elettorale del 29 novembre prossimo, senza avere ristabilito l'ordine istituzionale e senza avere restituito al suo incarico il presidente legittimo Manuel Zelaya Rosales.
2) Ribadiamo che il popolo honduregno non riconoscerà la campagna ed i risultati del processo elettorale del 29 novembre, finché permanga il regime di dittatura che l'oligarchia sostiene con la forza delle armi.
3) Condanniamo la campagna di disinformazione montata dai media al servizio dell'oligarchia, con la quale si mira presentare il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato come un'organizzazione violenta. Confermiamo che i metodi di lotta pacifica sono gli unici che abbiamo usato nel corso dei 115 giorni di resistenza.
4) Denunciamo la crisi economica cui ci sta consegnando il regime di fatto e che sta provocando l'aumento dei livelli di povertà della popolazione.
5) Manifestiamo la nostra indignazione per la prosecuzione della repressione da parte dei corpi polizieschi e militari dello stato, che si concretizza in assassini di militanti della Resistenza, azioni d’intimidazione e accerchiamento dei cortei e dei presidi, processi giudiziari illegali ed immorali con cui compagne e compagni vengono perseguitati ed incarcerati e, più recentemente, in soprusi ed intimidazioni contro gli insegnanti in tutto il paese.
6) Riaffermiamo la nostra volontà incrollabile d’installare un’Assemblea Nazionale Costituente democratica e popolare con la quale rifondare la patria e riscattarla da una classe economica minoritaria che sfrutta la classe lavoratrice.
A 115 giorni di resistenza, qui nessuno si arrende!
Tegucigalpa, 20 ottobre 2009
Da : http://contraelgolpedeestadohn.blogspot.com /
Tradotto da Adelina Bottero
CONTRO IL COLPO DI STATO
Il Fronte Nazionale di Resistenza Contro il Colpo di Stato in Honduras, comunica al popolo honduregno ed alla comunità internazionale:
1) Denunciamo le manovre manipolatrici e le tattiche dilatorie con le quali il regime di fatto cerca di guadagnare tempo ed arrivare fino alla farsa elettorale del 29 novembre prossimo, senza avere ristabilito l'ordine istituzionale e senza avere restituito al suo incarico il presidente legittimo Manuel Zelaya Rosales.
2) Ribadiamo che il popolo honduregno non riconoscerà la campagna ed i risultati del processo elettorale del 29 novembre, finché permanga il regime di dittatura che l'oligarchia sostiene con la forza delle armi.
3) Condanniamo la campagna di disinformazione montata dai media al servizio dell'oligarchia, con la quale si mira presentare il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato come un'organizzazione violenta. Confermiamo che i metodi di lotta pacifica sono gli unici che abbiamo usato nel corso dei 115 giorni di resistenza.
4) Denunciamo la crisi economica cui ci sta consegnando il regime di fatto e che sta provocando l'aumento dei livelli di povertà della popolazione.
5) Manifestiamo la nostra indignazione per la prosecuzione della repressione da parte dei corpi polizieschi e militari dello stato, che si concretizza in assassini di militanti della Resistenza, azioni d’intimidazione e accerchiamento dei cortei e dei presidi, processi giudiziari illegali ed immorali con cui compagne e compagni vengono perseguitati ed incarcerati e, più recentemente, in soprusi ed intimidazioni contro gli insegnanti in tutto il paese.
6) Riaffermiamo la nostra volontà incrollabile d’installare un’Assemblea Nazionale Costituente democratica e popolare con la quale rifondare la patria e riscattarla da una classe economica minoritaria che sfrutta la classe lavoratrice.
A 115 giorni di resistenza, qui nessuno si arrende!
Tegucigalpa, 20 ottobre 2009
Da : http://contraelgolpedeestadohn.blogspot.com /
Tradotto da Adelina Bottero
HONDURAS: TRIONFO TATTICO DEL POPOLO INSORTO. Avanti verso la vittoria strategica.
di Fulvio Grimaldi
Beato il paese che non ha bisogno di eroi.
(Bertold Brecht)
Beato il paese che produce molti eroi.
(io)
Un popolo in piazza per quattro mesi, in città, villaggi, quartieri, bidonvilles, a dispetto delle proprie forze, della famiglia, della scuola, del lavoro, della salute, del rischio di essere ferito, sequestrato, fatto sparire, torturato, ammazzato. Per la libertà, anzitutto (il nome vero dell’abusata “democrazia”), per la dignità, per il pane, per i figli, per il futuro. Quattro mesi di sacrosanto
amore, fitto tessuto della comunità, e di sacrosanto odio che, aldilà dei
vaneggiamenti dei nonviolenti fautori del disarmo unilaterale, va a chi, per
ingrassare, ci succhia il sangue. E così, dopo decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e desaparecidos, infinite botte, paura, terrore, repressione dell’informazione libera e resistenza, guidato da capi scaturiti dalla lotta e dalla volontà di massa resi irriducibili, il Frente de Resistencia al Golpe de Estado, ha
vinto. Alla maniera di come hanno vinto i popoli di Venezuela, Bolivia, Ecuador,
Nicaragua. Rendendo impraticabile la dittatura, gettando i corpi dei tantissimi giusti contro fucili, veleni e mazze, riparo dei pochissimi ingiusti. Micheletti ha firmato l’ultimo punto del comunque nefasto “Accordo di S. José” mediato in Costarica dal mezzano locale degli Usa, Oscar Arias, premio Nobel alla maniera di Obama. Accordo che sancisce il ritorno formale alla situazione istituzionale precedente il golpe del 28 giugno, cioè del ritorno alla presidenza della repubblica di Manuel Zelaya, il liberale-liberista divenuto riformatore alla bolivariana, traditore de suoi padrini oligarchici e imperialisti, impegnato a trasformare la “repubblica delle banane”, piattaforma per le incursioni genocide degli Usa in Centroamerica, in qualcosa di degno del proprio popolo.
L’accordo è stato firmato il 30 ottobre dal lumpendiktator Roberto Micheletti, dopo aver tentato di tergiversare per arrivare a elezioni da manipolare grazie al potere assoluto sull’amministrazione statale e alla disponibilità dei gorilla delle forze armate di obbedienza pentagoniana. Elezioni che avrebbero legittimato quell’operazione 28 giugno che aveva riportato l’America Latina ai fasti fascisti della kissingeriana operazione Condor: Obama esattamente come Nixon e Reagan e tutti i presidenti Usa di tutti i tempi. “L’impero è l’ìmpero”, come mi ha detto a
Tegucigalpa, nella sua modesta casa, abitazione più da operaio che da segretario
generale del sindacato honduregno, Carlos Reyes, protagonista del memorabile sciopero generale del 1954 che rivelò al mondo come tra banane e bananieri a stelle e strisce ci fossero anche lavoratori in lotta, indigeni vivi, un popolo degno del nome più di molti altri. Reyes è oggi, a elezioni di fine novembre garantite limpide
dal restaurato Zelaya, il candidato alla presidenza della repubblica del movimento di resistenza popolare: C’è chi si illude su Obama, che s’immagina scontri tra i
cattivi e i buoni a Washington. Ma così argomentando si mena solo il can per l’aia. E il cane siamo noi. L’impero è l’impero. L’impero ci ha fatto due guerre in questi mesi: una interna, di classe, utilizzando i tirapiedi locali delle Dieci Famiglie e dell’esercito gorilla, per annullare le misure sociali antiliberiste adottate da Zelaya. L’altra, esterna, contro Hugo Chavez e tutto il movimento di emancipazione latinoamericano, per il quale noi dovevamo servire da esempio e, poi, da base di lancio per il recupero, anche militare, delle posizioni perdute nel
continente.
Certo, pecore e volpi (chiedo scusa per la metafora agli animali) inneggeranno ora agli Usa, a Obama, al Dipartimento di Stato della virago Clinton, qualche femminista italiana del giro delle ginocrati tornerà a scaldarsi sull’ “angelo Hillary” (Mariuccia Ciotta) che ha inviato a Tegucigalpa il suo sottosegretario Thomas Shannon, una di quelle lenze alla Holbrooke e alla Mitchell che vanno in giro a fottere la gente con sopra il cappuccio del boia la targhetta del “mediatore”. Tutto il merito agli Usa che, dopo quattro mesi, hanno costretto il Goriletti –
Pinochetti ad abbassare il pennacchio mussoliniano.
Cosa che avrebbero potuto fare con una telefonata al proconsole coloniale il
pomeriggio stesso della defenestrazione manumilitari di uno Zelaya in pigiama. Non scherziamo.
La Clinton che, tramite il suo burattino all’OSA aveva dato dell’“idiota” a Zelaya rientrato avventurosamente, per i golpisti imbarazzantemente, in Honduras, pronube Lula, aveva flirtato per tutto questo tempo con la feccia militar-oligarchica insediatasi nel più povero, degradato e presunto sottomesso paese dell’area. Il golpe l’aveva partorito questa orrida megera, inseminata da Cia e Mossad (presente in forze, come mi ha denunciato lo stesso Reyes, in tutte le fasi di golpe e repressione), con l’assistenza al parto della levatrice Obama. Obtorto collo, ridotta in ginocchio dall’immensa e ininterrotta forza dei caminantes honduregni, si è dovuta acconciare al piano B: accettare il ritorno dell’ infame, rinnegato dell’impero, ma senza che a ciò si accompagnasse alcun provvedimento contro i fiduciari momentaneamente messi da parte. Fiduciari Usa che ogni legge marchia di criminali colpevoli di alto tradimento, di assassinii di massa e di violazione di ogni diritto umano. Impunità di costoro, conferma del golpista militare al comando
supremo, Vasquez Velasquez, salvataggio del torturatore e seriallkiller degli anni’80, Billy Joya, qui tornato a impazzare. Per gli Usa e le Dieci Famiglie di licantropi locali c’è, ad addolcire la battuta d’arresto, il valore aggiunto di un presidente, sì vittorioso nel recupero della sua carica, ma sostanzialmente svuotato di ogni possibilità di far danno. Ha sottoscritto i punti dell’accordo che annullano l’assemblea nazionale costituente per il cambio radicale del paese, ha rinunciato ai più importanti provvedimenti a suo tempo adottati per mutare la condizione di stato-burletta nel teatro delle multinazionali come, in primis, l’adesione all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli dell’America Latina, voluta da Chavez e diventata il temutissimo, da multinazionali e FMI, fronte avanzato dell’antimperialismo e del
progresso sociale nel continente.
Il giorno prima dell’arrivo dell’emissario Shannon, c’era stata una delle più grandi manifestazione della Resistenza e una delle più brutali aggressioni dei gorilla di Micheletti. Forse il dado è stato tratto quel giorno. Un popolo in piedi e in piazza, pur inerme, troppo inerme, ininterrottamente per oltre 120 giorni, alla faccia del peggio che il pinochettismo aggiornato può infliggere a essere umani, fa
paura e pesa. Qualcuno tra i burattini e il burattinaio ha capito che così non
c’era verso di andare avanti. I burattini ci hanno provato: nel percorso
dall’Università Pedagogica, nella lontana periferia, fino all’Hotel Clarion, sede delle trattative, hanno scatenato sui ventimila tra donne, anziani, bambini, militanti, tutto quello che l’apparato repressivo messo in piedi dagli israeliani aveva a disposizione: altri feriti, altri fratturati, altri bastonati, altri
sequestrati, altri spediti in ospedale per intossicazione da gas venefici. Molte
centinaia avevano incredibilmente resistito e si erano trincerati davanti al “5
Stelle” , luogo della presa per i fondelli durata un mese e oggi battuta. Girava voce, confermata in Nicaragua, che in quel paese honduregni meno disposti a subire calci in faccia e morti ammazzati da una dittatura duratura, stavano addestrandosi ad altre forme di lotta e di contrasto al terrorismo di Stato sparso dall’impero per ogni dove. Sarebbe stata una resistenza non isolata come un tempo, non senza sostegni internazionali di ogni genere: l’America Latina non è più tutta amerikana, anzi, lo è per soli due parastati, narcostati, Colombia e Perù. Voleva Obama lacerare ulteriormente la sua facciata di cartapesta imbarcandosi in una guerra di sterminio sul modello Contras degli anni’80? Forse no, non ancora. Intanto ci ha provato con il golpe alla Pinochet. Ma stavolta li non è andata come a Kissinger allora. Bel segno di come le cose da quella parte del mondo sono cambiate. E pensare che da noi, chi dovrebbe guardare da quelle parti e imparare, imparare, imparare, tiene la testa di struzzo avvolta nel pluriball delle sue folcloristiche pippe
domiciliari.
Mentre scrivo c’è ancora qualche firma da mettere sotto l’accordo per il ritorno alla legalità costituzionale.
Ancora per guadagnare tempo – non tanto per salvarsi la ghirba, quella gliela
garantisce Washington – il Goriletti con le mutande alle caviglie si è appellato a un trucco istituzionale: il ritorno di Zelaya deve essere “approvato dal Congresso
sentita la Corte Suprema di Giustizia”. Su questi due organismi si appoggia il lumpendiktator appeso al cappio strettogli addosso dalla rivolta popolare. Si tratta di due putride latrine, colme di detriti rastrellati dall’oligarchia golpista, che già avevano legalizzato il colpo di Stato. Forse, agitandogli sul muso i suoi serpenti la gorgone Clinton, questi sicari del golpe accetteranno di sottostare alla necessitata congiuntura e approveranno. Mel Zelaya tornerà al suo posto, è stato bravo nelle condizioni micidiali in cui i gaglioffi lo avevano ristretto nell’ambasciata del Brasile, ha tenuto duro, ha incitato la sua gente alla resistenza. Ma quello che governerà da qui alla fine di gennaio, quando gli subentrerà il successore eletto il 29 novembre, sarà un presidente dimezzato, impegnatosi a non fare più nulla di quello che voleva fare e il popolo chiedeva che facesse. Sarà già grasso che cola se riuscirà a impedire che le elezioni diventino una megatruffa alla Karzai, quelle che gli Usa hanno ormai preso la consuetudine di allestire a casa loro e ovunque gli convenga. Perché il processo di liberazione portato avanti dai milioni di eroi di questo paese continui, dovrebbe uscire da libere e trasparenti elezioni il candidato del popolo Carlos Reyes. Sarebbe come la vittoria di Chavez o di Morales, una rivoluzione dal voto. Se Zelaya invita a votare per lui, non c’è partita per gli altri, squallidi rimasugli di un bipartitismo – liberal-nacional - all’Italiana, di quelli che ci sono famigliari poiché, qui come lì, si esibiscono sui muri delle città con le facce più bolse e ottuse che la politica della borghesia capitalista riesce a scovare.
Il composito Fronte della Resistenza deve ora mantenere la sua finora saldissima unità, riuscita addirittura ad aggregare settori del vecchio Partito Liberale e del partitello di Unità Democratica. Non deve perdere i pezzi particolarmente leali al personaggio Zelaya che potrebbero dirsi: “Tornato il presidente tutto è risolto. Lasciamo fare a lui”. E no. La vittoria è grande, esemplare, storica. Ma è una vittoria tattica.
Tira un’aria, soffiata dagli Usa, da legge di “Punto final”, quella che nei paesi della dittatura latinoamericana ha garantito per troppi anni, e in parte ancora
garantisce, l’impunità ai despoti assassini e violatori dei diritti umani. Guai
se la Resistenza ora mollasse e non stesse con 14 milioni di occhi (sette e mezzo sono gli abitanti, il mezzo è dei vampiri e loro ascari) addosso agli eventi politici che si dipanano a partire da adesso e che, o sono condizionati dalla richiesta popolare di democrazia, giustizia e assemblea nazionale costituente per il rinnovamento del paese, o sono il contrario, come golpisti e padrini vorrebbero. Le insidie per l’Honduras libero sono ancora tante. E ancora tanta è l’indifferenza, l’ignavia, la stolta assenza delle sinistre fuori dall’America Latina. Se l’Honduras perde, anche noi perdiamo e non ce lo dovremmo perdonare mai.
Lo stivale del mostro avrebbe fatto un altro passo avanti sul corpo di tutti. In
queste ore a Tegucigalpa la città è occupata da centinaia di migliaia di persone
festanti e decise più che mai. Il paese è occupato da 7 milioni. Quello stivale ha perso il tacco.
Scrive il Fronte Nazionale di Resistenza: Questa vittoria si è potuta ottenere con più di quattro mesi di lotta e sacrificio del popolo. Un popolo che, nonostante la
selvaggia repressione inflittagli dai corpi fascisti di uno Stato in mano alla
classe dominante, ha saputo resistere e far crescere coscienza e organizzazione,
fino a trasformarsi in una forza sociale incontenibile… La firma da parte della
Dittatura del documento in cui si stabilisce di far tornare il Potere Esecutivo
allo stato precedente il 28 giugno rappresenta l’accettazione esplicita che in
Honduras v’è stato un colpo di Stato… Ribadiamo che l’Assemblea Nazionale Costituente è un’aspirazione irrinunciabile del popolo honduregno e un diritto non negoziabile per il quale continueremo a lottare nelle piazze, fino ad arrivare alla rifondazione della società per renderla giusta, egualitaria e autenticamente
democratica.
Ne avessimo di eroi così! Altro che
il buon Brecht…
Da noi ci si chiacchera addosso e si tace sul resto.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)
Beato il paese che non ha bisogno di eroi.
(Bertold Brecht)
Beato il paese che produce molti eroi.
(io)
Un popolo in piazza per quattro mesi, in città, villaggi, quartieri, bidonvilles, a dispetto delle proprie forze, della famiglia, della scuola, del lavoro, della salute, del rischio di essere ferito, sequestrato, fatto sparire, torturato, ammazzato. Per la libertà, anzitutto (il nome vero dell’abusata “democrazia”), per la dignità, per il pane, per i figli, per il futuro. Quattro mesi di sacrosanto
amore, fitto tessuto della comunità, e di sacrosanto odio che, aldilà dei
vaneggiamenti dei nonviolenti fautori del disarmo unilaterale, va a chi, per
ingrassare, ci succhia il sangue. E così, dopo decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e desaparecidos, infinite botte, paura, terrore, repressione dell’informazione libera e resistenza, guidato da capi scaturiti dalla lotta e dalla volontà di massa resi irriducibili, il Frente de Resistencia al Golpe de Estado, ha
vinto. Alla maniera di come hanno vinto i popoli di Venezuela, Bolivia, Ecuador,
Nicaragua. Rendendo impraticabile la dittatura, gettando i corpi dei tantissimi giusti contro fucili, veleni e mazze, riparo dei pochissimi ingiusti. Micheletti ha firmato l’ultimo punto del comunque nefasto “Accordo di S. José” mediato in Costarica dal mezzano locale degli Usa, Oscar Arias, premio Nobel alla maniera di Obama. Accordo che sancisce il ritorno formale alla situazione istituzionale precedente il golpe del 28 giugno, cioè del ritorno alla presidenza della repubblica di Manuel Zelaya, il liberale-liberista divenuto riformatore alla bolivariana, traditore de suoi padrini oligarchici e imperialisti, impegnato a trasformare la “repubblica delle banane”, piattaforma per le incursioni genocide degli Usa in Centroamerica, in qualcosa di degno del proprio popolo.
L’accordo è stato firmato il 30 ottobre dal lumpendiktator Roberto Micheletti, dopo aver tentato di tergiversare per arrivare a elezioni da manipolare grazie al potere assoluto sull’amministrazione statale e alla disponibilità dei gorilla delle forze armate di obbedienza pentagoniana. Elezioni che avrebbero legittimato quell’operazione 28 giugno che aveva riportato l’America Latina ai fasti fascisti della kissingeriana operazione Condor: Obama esattamente come Nixon e Reagan e tutti i presidenti Usa di tutti i tempi. “L’impero è l’ìmpero”, come mi ha detto a
Tegucigalpa, nella sua modesta casa, abitazione più da operaio che da segretario
generale del sindacato honduregno, Carlos Reyes, protagonista del memorabile sciopero generale del 1954 che rivelò al mondo come tra banane e bananieri a stelle e strisce ci fossero anche lavoratori in lotta, indigeni vivi, un popolo degno del nome più di molti altri. Reyes è oggi, a elezioni di fine novembre garantite limpide
dal restaurato Zelaya, il candidato alla presidenza della repubblica del movimento di resistenza popolare: C’è chi si illude su Obama, che s’immagina scontri tra i
cattivi e i buoni a Washington. Ma così argomentando si mena solo il can per l’aia. E il cane siamo noi. L’impero è l’impero. L’impero ci ha fatto due guerre in questi mesi: una interna, di classe, utilizzando i tirapiedi locali delle Dieci Famiglie e dell’esercito gorilla, per annullare le misure sociali antiliberiste adottate da Zelaya. L’altra, esterna, contro Hugo Chavez e tutto il movimento di emancipazione latinoamericano, per il quale noi dovevamo servire da esempio e, poi, da base di lancio per il recupero, anche militare, delle posizioni perdute nel
continente.
Certo, pecore e volpi (chiedo scusa per la metafora agli animali) inneggeranno ora agli Usa, a Obama, al Dipartimento di Stato della virago Clinton, qualche femminista italiana del giro delle ginocrati tornerà a scaldarsi sull’ “angelo Hillary” (Mariuccia Ciotta) che ha inviato a Tegucigalpa il suo sottosegretario Thomas Shannon, una di quelle lenze alla Holbrooke e alla Mitchell che vanno in giro a fottere la gente con sopra il cappuccio del boia la targhetta del “mediatore”. Tutto il merito agli Usa che, dopo quattro mesi, hanno costretto il Goriletti –
Pinochetti ad abbassare il pennacchio mussoliniano.
Cosa che avrebbero potuto fare con una telefonata al proconsole coloniale il
pomeriggio stesso della defenestrazione manumilitari di uno Zelaya in pigiama. Non scherziamo.
La Clinton che, tramite il suo burattino all’OSA aveva dato dell’“idiota” a Zelaya rientrato avventurosamente, per i golpisti imbarazzantemente, in Honduras, pronube Lula, aveva flirtato per tutto questo tempo con la feccia militar-oligarchica insediatasi nel più povero, degradato e presunto sottomesso paese dell’area. Il golpe l’aveva partorito questa orrida megera, inseminata da Cia e Mossad (presente in forze, come mi ha denunciato lo stesso Reyes, in tutte le fasi di golpe e repressione), con l’assistenza al parto della levatrice Obama. Obtorto collo, ridotta in ginocchio dall’immensa e ininterrotta forza dei caminantes honduregni, si è dovuta acconciare al piano B: accettare il ritorno dell’ infame, rinnegato dell’impero, ma senza che a ciò si accompagnasse alcun provvedimento contro i fiduciari momentaneamente messi da parte. Fiduciari Usa che ogni legge marchia di criminali colpevoli di alto tradimento, di assassinii di massa e di violazione di ogni diritto umano. Impunità di costoro, conferma del golpista militare al comando
supremo, Vasquez Velasquez, salvataggio del torturatore e seriallkiller degli anni’80, Billy Joya, qui tornato a impazzare. Per gli Usa e le Dieci Famiglie di licantropi locali c’è, ad addolcire la battuta d’arresto, il valore aggiunto di un presidente, sì vittorioso nel recupero della sua carica, ma sostanzialmente svuotato di ogni possibilità di far danno. Ha sottoscritto i punti dell’accordo che annullano l’assemblea nazionale costituente per il cambio radicale del paese, ha rinunciato ai più importanti provvedimenti a suo tempo adottati per mutare la condizione di stato-burletta nel teatro delle multinazionali come, in primis, l’adesione all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli dell’America Latina, voluta da Chavez e diventata il temutissimo, da multinazionali e FMI, fronte avanzato dell’antimperialismo e del
progresso sociale nel continente.
Il giorno prima dell’arrivo dell’emissario Shannon, c’era stata una delle più grandi manifestazione della Resistenza e una delle più brutali aggressioni dei gorilla di Micheletti. Forse il dado è stato tratto quel giorno. Un popolo in piedi e in piazza, pur inerme, troppo inerme, ininterrottamente per oltre 120 giorni, alla faccia del peggio che il pinochettismo aggiornato può infliggere a essere umani, fa
paura e pesa. Qualcuno tra i burattini e il burattinaio ha capito che così non
c’era verso di andare avanti. I burattini ci hanno provato: nel percorso
dall’Università Pedagogica, nella lontana periferia, fino all’Hotel Clarion, sede delle trattative, hanno scatenato sui ventimila tra donne, anziani, bambini, militanti, tutto quello che l’apparato repressivo messo in piedi dagli israeliani aveva a disposizione: altri feriti, altri fratturati, altri bastonati, altri
sequestrati, altri spediti in ospedale per intossicazione da gas venefici. Molte
centinaia avevano incredibilmente resistito e si erano trincerati davanti al “5
Stelle” , luogo della presa per i fondelli durata un mese e oggi battuta. Girava voce, confermata in Nicaragua, che in quel paese honduregni meno disposti a subire calci in faccia e morti ammazzati da una dittatura duratura, stavano addestrandosi ad altre forme di lotta e di contrasto al terrorismo di Stato sparso dall’impero per ogni dove. Sarebbe stata una resistenza non isolata come un tempo, non senza sostegni internazionali di ogni genere: l’America Latina non è più tutta amerikana, anzi, lo è per soli due parastati, narcostati, Colombia e Perù. Voleva Obama lacerare ulteriormente la sua facciata di cartapesta imbarcandosi in una guerra di sterminio sul modello Contras degli anni’80? Forse no, non ancora. Intanto ci ha provato con il golpe alla Pinochet. Ma stavolta li non è andata come a Kissinger allora. Bel segno di come le cose da quella parte del mondo sono cambiate. E pensare che da noi, chi dovrebbe guardare da quelle parti e imparare, imparare, imparare, tiene la testa di struzzo avvolta nel pluriball delle sue folcloristiche pippe
domiciliari.
Mentre scrivo c’è ancora qualche firma da mettere sotto l’accordo per il ritorno alla legalità costituzionale.
Ancora per guadagnare tempo – non tanto per salvarsi la ghirba, quella gliela
garantisce Washington – il Goriletti con le mutande alle caviglie si è appellato a un trucco istituzionale: il ritorno di Zelaya deve essere “approvato dal Congresso
sentita la Corte Suprema di Giustizia”. Su questi due organismi si appoggia il lumpendiktator appeso al cappio strettogli addosso dalla rivolta popolare. Si tratta di due putride latrine, colme di detriti rastrellati dall’oligarchia golpista, che già avevano legalizzato il colpo di Stato. Forse, agitandogli sul muso i suoi serpenti la gorgone Clinton, questi sicari del golpe accetteranno di sottostare alla necessitata congiuntura e approveranno. Mel Zelaya tornerà al suo posto, è stato bravo nelle condizioni micidiali in cui i gaglioffi lo avevano ristretto nell’ambasciata del Brasile, ha tenuto duro, ha incitato la sua gente alla resistenza. Ma quello che governerà da qui alla fine di gennaio, quando gli subentrerà il successore eletto il 29 novembre, sarà un presidente dimezzato, impegnatosi a non fare più nulla di quello che voleva fare e il popolo chiedeva che facesse. Sarà già grasso che cola se riuscirà a impedire che le elezioni diventino una megatruffa alla Karzai, quelle che gli Usa hanno ormai preso la consuetudine di allestire a casa loro e ovunque gli convenga. Perché il processo di liberazione portato avanti dai milioni di eroi di questo paese continui, dovrebbe uscire da libere e trasparenti elezioni il candidato del popolo Carlos Reyes. Sarebbe come la vittoria di Chavez o di Morales, una rivoluzione dal voto. Se Zelaya invita a votare per lui, non c’è partita per gli altri, squallidi rimasugli di un bipartitismo – liberal-nacional - all’Italiana, di quelli che ci sono famigliari poiché, qui come lì, si esibiscono sui muri delle città con le facce più bolse e ottuse che la politica della borghesia capitalista riesce a scovare.
Il composito Fronte della Resistenza deve ora mantenere la sua finora saldissima unità, riuscita addirittura ad aggregare settori del vecchio Partito Liberale e del partitello di Unità Democratica. Non deve perdere i pezzi particolarmente leali al personaggio Zelaya che potrebbero dirsi: “Tornato il presidente tutto è risolto. Lasciamo fare a lui”. E no. La vittoria è grande, esemplare, storica. Ma è una vittoria tattica.
Tira un’aria, soffiata dagli Usa, da legge di “Punto final”, quella che nei paesi della dittatura latinoamericana ha garantito per troppi anni, e in parte ancora
garantisce, l’impunità ai despoti assassini e violatori dei diritti umani. Guai
se la Resistenza ora mollasse e non stesse con 14 milioni di occhi (sette e mezzo sono gli abitanti, il mezzo è dei vampiri e loro ascari) addosso agli eventi politici che si dipanano a partire da adesso e che, o sono condizionati dalla richiesta popolare di democrazia, giustizia e assemblea nazionale costituente per il rinnovamento del paese, o sono il contrario, come golpisti e padrini vorrebbero. Le insidie per l’Honduras libero sono ancora tante. E ancora tanta è l’indifferenza, l’ignavia, la stolta assenza delle sinistre fuori dall’America Latina. Se l’Honduras perde, anche noi perdiamo e non ce lo dovremmo perdonare mai.
Lo stivale del mostro avrebbe fatto un altro passo avanti sul corpo di tutti. In
queste ore a Tegucigalpa la città è occupata da centinaia di migliaia di persone
festanti e decise più che mai. Il paese è occupato da 7 milioni. Quello stivale ha perso il tacco.
Scrive il Fronte Nazionale di Resistenza: Questa vittoria si è potuta ottenere con più di quattro mesi di lotta e sacrificio del popolo. Un popolo che, nonostante la
selvaggia repressione inflittagli dai corpi fascisti di uno Stato in mano alla
classe dominante, ha saputo resistere e far crescere coscienza e organizzazione,
fino a trasformarsi in una forza sociale incontenibile… La firma da parte della
Dittatura del documento in cui si stabilisce di far tornare il Potere Esecutivo
allo stato precedente il 28 giugno rappresenta l’accettazione esplicita che in
Honduras v’è stato un colpo di Stato… Ribadiamo che l’Assemblea Nazionale Costituente è un’aspirazione irrinunciabile del popolo honduregno e un diritto non negoziabile per il quale continueremo a lottare nelle piazze, fino ad arrivare alla rifondazione della società per renderla giusta, egualitaria e autenticamente
democratica.
Ne avessimo di eroi così! Altro che
il buon Brecht…
Da noi ci si chiacchera addosso e si tace sul resto.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)
29 ottobre, 2009
Esercitazione militare riapre antiche ferite in America latina
di Antonio Mazzeo
Un’isola del Pacifico disputata da due paesi; poi, improvvisa, l’occupazione da parte delle forze armate di uno di essi. Il contendente invoca l’intervento delle Nazioni Unite. Scatta l’ultimatum: “o vi ritirate o sarà dato il via alle operazioni aeree combinate di una coalizione internazionale”. Gli occupanti fanno orecchie da mercante e in men che non si dica, sull’isola scoppia l’inferno. Centinaia d’incursioni aeree, bombardamenti aria-terra, lanci di paracadutisti, atterraggi di aerei ed elicotteri da trasporto, sbarco di uomini e mezzi pesanti, evacuazione di civili. La potenza di fuoco scatenata dalle forze della coalizione internazionale è di tale intensità da non dare scampo agli invasori. L’“ordine internazionale” viene ripristinato.
È lo scenario dell’ennesima esercitazione in America latina delle forze aeree di Stati Uniti, Francia e delle maggiori potenze regionali, Cile, Brasile ed Argentina. Teatro dei war games, il grande deserto di Atacama, regione all’estremo nord del Cile. Denominata “Salitre 2009” , è la più grande delle operazioni aeree della storia del continente, ed ha preso il via a metà ottobre per concludersi solo alla fine del mese. L’“isola che non c’è” si estende su un territorio che comprende le basi aeree “Los Cóndores” di Iquique e “Cerro Moreno” di Antofogasta, più il porto a sud di Patache. A fronteggiarsi 1.400 militari cileni e 400 stranieri, ed un inverosimile numero di aerei ed elicotteri da guerra: cacciabombardieri F-5 ed F-16 cileni, A-1 brasiliani, A-4AR argentini, Mirage 2000 francesi; aerei cargo e cisterna KB-707 ed EB-707 cileni e KC-130 argentini. Altrettanto agguerrito lo schieramento dell’US Air Force, ormai di casa negli scali aerei settentrionali cileni: 6 caccia F- 15C del 122nd Fighter Squadron (Guardia Nazionale della Louisiana); 2 aerei da trasporto HC-130 “Hercules” del 71st Rescue Squadron; 2 velivoli per il rifornimento in volo KC-135 del 197th Aerial Refueling Squadron (Guardia Nazionale dell’Arizona). All’esercitazione, in qualità di osservatori, partecipano pure alti ufficiali delle forze aeree di Venezuela, Ecuador, Messico e Bolivia.
“Gli scenari sperimentati con Salitre avranno un’ampia applicazione per gli interventi di guerra o di supporto a missioni civili in qualsiasi parte del mondo”, ha dichiarato il colonnello Bryan Bearden, direttore operativo di AFSOUTH, il Comando Sud delle forze aeree USA. “L’esercitazione rappresenta un’importante occasione per i nostri piloti di lavorare insieme ai colleghi latinoamericani. Ciò consentirà a tutti di sostenere le operazioni di una coalizione internazionale, così come le missioni globali di stabilizzazione e peacekeeping delle Nazioni Unite, l’intervento armato a rispetto delle zone “no-fly” o il pattugliamento delle aree infestate dai pirati”.
Se nei disegni di Washington le azioni aeree di “Salitre” dovevano rafforzare la propria egemonia nel continente latinoamericano, hanno invece avuto l’effetto di riaprire antiche ferite tra i gruppi dirigenti nazionalisti di due partner strategici dell’area andina, Cile e Perù. Nei piani originari, era prevista infatti la simulazione di un’operazione di “ristabilimento dell’ordine internazionale” dopo un conflitto tra due stati confinanti in disaccordo sulle rispettive frontiere terrestri e marittime. Più specificatamente si accennava “ad un paese vicino che minacciava la pace non rispettando i trattati internazionali”, formula che secondo il governo e la stampa peruviana alludeva apertamente alla querelle diplomatica risalente alla fine del 19° secolo, quando il Cile sconfisse militarmente Perù e Bolivia, annettendosi ampi territori meridionali dei due paesi. Una diatriba strumentalizzata periodicamente dall’una o dall’altra parte, riacutizzatasi nel gennaio 2008 con la presentazione, da parte peruviana, di una richiesta alla Corte dell’Aja per il riconoscimento dei diritti su un’area dell’Oceano Pacifico sotto controllo cileno. Invitata a partecipare alle manovre nel deserto di Atacama, l’aeronautica militare peruviana ha così scelto di disertare l’evento, ritenendolo “inopportunoe ed inappropriato”.
“Qualsiasi paese ha il diritto di realizzare manovre militari nel suo territorio, ma il nome di questa esercitazione ci fa ricordare l’infausta guerra del Pacifico dove proprio il Salitre fu la causa di divisione che condusse il Cile ad impossessarsi dei territori peruviani e boliviani”, ha affermato lo specialista in diritto internazionale, Julián Palacin Fernández, peruviano. “Non vorremmo dunque pensare che queste manovre mascherino una minaccia di uso futuro della forza nel caso in cui fosse costretto ad accettare una sentenza avversa all’Aja”.
Ancora più pesanti le parole del congressista del Partido Aprista (al governo), Javier Valle Rientra, controverso ex primo ministro di Alberto Fujimori. “Dobbiamo vigilare seriamente la postura cilena”, ha dichiarato. “Per noi Pinochet e la presidente Michelle Bachelet sono gli stessi, uno è un autoritario di destra, l’altra è un’autoritaria di pseudo-sinistra. Ed entrambi hanno mantenuto una posizione fondamentalmente antiperuviana”. Le risposte dall’altra parte della frontiera non si sono fatte attendere. “Salitre 2009 si sta svolgendo in modo impeccabile e risponde all’esercizio della sovranità”, ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati, Rodrigo Alvarez. “Il Perú ha aperto una controversia artificiale, auto-emarginandosi dalla realizzazione di queste esercitazioni, adducendo un falso atteggiamento armamentista del Cile”. Ad inasprire i toni ci ha pensato poi il candidato di estrema destra alle prossime elezioni presidenziali cilene, Sebastián Piñera, che in occasione della presentazione di una guida turistica francese che sposa le ragioni di Lima sulle frontiere marittime, ha promesso di difendere “con forza”, da futuro Presidente del Cile, “ogni centimetro del suo territorio ed ogni centimetro del suo mare”. Dulcis in fundo la decisione della Bachelet di partecipare alla cerimonia di chiusura di “Salitre 2009” , congiuntamente al ministro della difesa e alle maggiori cariche civili e militari cilene.
Preoccupato per il clima di tensione tra i due importanti partner della regione andina, il Dipartimento della Difesa USA ha imposto alle forze armate cilene di “riaggiustare” lo scenario e le finalità dell’esercitazione, eliminando ogni allusione a “conflitti su frontiere terrestri e marittime di due paesi confinanti”. A Washington è ancora forte il ricordo di quanto accadde nel Cono Sud nel 1978, quando la disputa su tre isole del Canale di Beagle (Terra del Fuoco) rischiò di condurre ad una guerra aperta tra i regimi dittatoriali di Cile ed Argentina, fedeli alleati degli Stati Uniti nella lotta mondiale al “comunismo”. Il Perù è una pedina fondamentale del cosiddetto “Plan Colombia –Patriota”,finalizzato all’accerchiamento e all’eliminazione delle forze guerrigliere colombiane e alla pressione militare sul governo bolivariano del Venezuela. Il Cile guida il ristretto club dei paesi emergenti che gli Stati Uniti vorrebbero integrare in una grande NATO intercontinentale. Come auspicato in un articolo pubblicato nel gennaio 2009 dal Progressive Policy Institute (istituto vicino al Partito democratico e ai coniugi Clinton), “l’amministrazione Obama non deve perdere l’opportunità di guidare la trasformazione della NATO da un patto Nord America-Europa ad un’alleanza globale di nazioni libere, aprendo le sue porte a Giappone, Australia, India, Cile e ad altre stabili democrazie”. Per Rick Rozoff di Global research, gli Stati Uniti devono puntare ad integrare “Cile, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, quattro paesi a nord dell’Oceano Antartico” nelle “alleanze militari occidentali come la NATO ”. “Il valore militare strategico e l’importanza dell’Antartico sta crescendo tantissimo”, scrive Rozoff. “Una battaglia maestosa è in atto per assicurarsi il controllo sulle vaste regioni dell’Antartico e sulle sue risorse naturali sino ad oggi inesplorate (petrolio, minerali, acqua dolce, fauna ittica)”.
Cresce intanto il volume degli aiuti USA a favore delle forze armate cilene. Per l’acquisto di sistemi d’arma e l’organizzazione di attività di addestramento, si è passati da 1.804.000 dollari dell’anno 2005, a 2.971.000 dollari per il 2010. Complessivamente, nell’ultimo quinquennio, l’aiuto militare statunitense ha superato i 13.600.000 dollari.
Secondo il quotidiano messicano La Jornada , sotto la presidenza della “progressista” Michelle Bachelet, il Cile ha speso quasi 2 miliardi di dollari nell’acquisto di armamenti pesanti, tra cui 140 carri armati “Leopard 2” , 8 elicotteri da trasporto “AS 535 Cougar”, missili portatili anticarro “AT-4 Saab”, 24 cannoni da 155 millimetri a lungo raggio, 18 cacciabombardieri F-16, 60 carri leggeri “M- 41” , 7 cacciatorpediniere e 2 sommergibili della classe “Scorpion”. Nel febbraio 2010 l’US Navy consegnerà alla marina cilena la nave cisterna “Andrew J. Higgins”, già utilizzata dal Military Sealift Command per il rifornimento della flotta e dei caccia ospitati a bordo delle portaerei USA. Piccoli apprendisti stregoni crescono…
Un’isola del Pacifico disputata da due paesi; poi, improvvisa, l’occupazione da parte delle forze armate di uno di essi. Il contendente invoca l’intervento delle Nazioni Unite. Scatta l’ultimatum: “o vi ritirate o sarà dato il via alle operazioni aeree combinate di una coalizione internazionale”. Gli occupanti fanno orecchie da mercante e in men che non si dica, sull’isola scoppia l’inferno. Centinaia d’incursioni aeree, bombardamenti aria-terra, lanci di paracadutisti, atterraggi di aerei ed elicotteri da trasporto, sbarco di uomini e mezzi pesanti, evacuazione di civili. La potenza di fuoco scatenata dalle forze della coalizione internazionale è di tale intensità da non dare scampo agli invasori. L’“ordine internazionale” viene ripristinato.
È lo scenario dell’ennesima esercitazione in America latina delle forze aeree di Stati Uniti, Francia e delle maggiori potenze regionali, Cile, Brasile ed Argentina. Teatro dei war games, il grande deserto di Atacama, regione all’estremo nord del Cile. Denominata “Salitre 2009” , è la più grande delle operazioni aeree della storia del continente, ed ha preso il via a metà ottobre per concludersi solo alla fine del mese. L’“isola che non c’è” si estende su un territorio che comprende le basi aeree “Los Cóndores” di Iquique e “Cerro Moreno” di Antofogasta, più il porto a sud di Patache. A fronteggiarsi 1.400 militari cileni e 400 stranieri, ed un inverosimile numero di aerei ed elicotteri da guerra: cacciabombardieri F-5 ed F-16 cileni, A-1 brasiliani, A-4AR argentini, Mirage 2000 francesi; aerei cargo e cisterna KB-707 ed EB-707 cileni e KC-130 argentini. Altrettanto agguerrito lo schieramento dell’US Air Force, ormai di casa negli scali aerei settentrionali cileni: 6 caccia F- 15C del 122nd Fighter Squadron (Guardia Nazionale della Louisiana); 2 aerei da trasporto HC-130 “Hercules” del 71st Rescue Squadron; 2 velivoli per il rifornimento in volo KC-135 del 197th Aerial Refueling Squadron (Guardia Nazionale dell’Arizona). All’esercitazione, in qualità di osservatori, partecipano pure alti ufficiali delle forze aeree di Venezuela, Ecuador, Messico e Bolivia.
“Gli scenari sperimentati con Salitre avranno un’ampia applicazione per gli interventi di guerra o di supporto a missioni civili in qualsiasi parte del mondo”, ha dichiarato il colonnello Bryan Bearden, direttore operativo di AFSOUTH, il Comando Sud delle forze aeree USA. “L’esercitazione rappresenta un’importante occasione per i nostri piloti di lavorare insieme ai colleghi latinoamericani. Ciò consentirà a tutti di sostenere le operazioni di una coalizione internazionale, così come le missioni globali di stabilizzazione e peacekeeping delle Nazioni Unite, l’intervento armato a rispetto delle zone “no-fly” o il pattugliamento delle aree infestate dai pirati”.
Se nei disegni di Washington le azioni aeree di “Salitre” dovevano rafforzare la propria egemonia nel continente latinoamericano, hanno invece avuto l’effetto di riaprire antiche ferite tra i gruppi dirigenti nazionalisti di due partner strategici dell’area andina, Cile e Perù. Nei piani originari, era prevista infatti la simulazione di un’operazione di “ristabilimento dell’ordine internazionale” dopo un conflitto tra due stati confinanti in disaccordo sulle rispettive frontiere terrestri e marittime. Più specificatamente si accennava “ad un paese vicino che minacciava la pace non rispettando i trattati internazionali”, formula che secondo il governo e la stampa peruviana alludeva apertamente alla querelle diplomatica risalente alla fine del 19° secolo, quando il Cile sconfisse militarmente Perù e Bolivia, annettendosi ampi territori meridionali dei due paesi. Una diatriba strumentalizzata periodicamente dall’una o dall’altra parte, riacutizzatasi nel gennaio 2008 con la presentazione, da parte peruviana, di una richiesta alla Corte dell’Aja per il riconoscimento dei diritti su un’area dell’Oceano Pacifico sotto controllo cileno. Invitata a partecipare alle manovre nel deserto di Atacama, l’aeronautica militare peruviana ha così scelto di disertare l’evento, ritenendolo “inopportunoe ed inappropriato”.
“Qualsiasi paese ha il diritto di realizzare manovre militari nel suo territorio, ma il nome di questa esercitazione ci fa ricordare l’infausta guerra del Pacifico dove proprio il Salitre fu la causa di divisione che condusse il Cile ad impossessarsi dei territori peruviani e boliviani”, ha affermato lo specialista in diritto internazionale, Julián Palacin Fernández, peruviano. “Non vorremmo dunque pensare che queste manovre mascherino una minaccia di uso futuro della forza nel caso in cui fosse costretto ad accettare una sentenza avversa all’Aja”.
Ancora più pesanti le parole del congressista del Partido Aprista (al governo), Javier Valle Rientra, controverso ex primo ministro di Alberto Fujimori. “Dobbiamo vigilare seriamente la postura cilena”, ha dichiarato. “Per noi Pinochet e la presidente Michelle Bachelet sono gli stessi, uno è un autoritario di destra, l’altra è un’autoritaria di pseudo-sinistra. Ed entrambi hanno mantenuto una posizione fondamentalmente antiperuviana”. Le risposte dall’altra parte della frontiera non si sono fatte attendere. “Salitre 2009 si sta svolgendo in modo impeccabile e risponde all’esercizio della sovranità”, ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati, Rodrigo Alvarez. “Il Perú ha aperto una controversia artificiale, auto-emarginandosi dalla realizzazione di queste esercitazioni, adducendo un falso atteggiamento armamentista del Cile”. Ad inasprire i toni ci ha pensato poi il candidato di estrema destra alle prossime elezioni presidenziali cilene, Sebastián Piñera, che in occasione della presentazione di una guida turistica francese che sposa le ragioni di Lima sulle frontiere marittime, ha promesso di difendere “con forza”, da futuro Presidente del Cile, “ogni centimetro del suo territorio ed ogni centimetro del suo mare”. Dulcis in fundo la decisione della Bachelet di partecipare alla cerimonia di chiusura di “Salitre 2009” , congiuntamente al ministro della difesa e alle maggiori cariche civili e militari cilene.
Preoccupato per il clima di tensione tra i due importanti partner della regione andina, il Dipartimento della Difesa USA ha imposto alle forze armate cilene di “riaggiustare” lo scenario e le finalità dell’esercitazione, eliminando ogni allusione a “conflitti su frontiere terrestri e marittime di due paesi confinanti”. A Washington è ancora forte il ricordo di quanto accadde nel Cono Sud nel 1978, quando la disputa su tre isole del Canale di Beagle (Terra del Fuoco) rischiò di condurre ad una guerra aperta tra i regimi dittatoriali di Cile ed Argentina, fedeli alleati degli Stati Uniti nella lotta mondiale al “comunismo”. Il Perù è una pedina fondamentale del cosiddetto “Plan Colombia –Patriota”,finalizzato all’accerchiamento e all’eliminazione delle forze guerrigliere colombiane e alla pressione militare sul governo bolivariano del Venezuela. Il Cile guida il ristretto club dei paesi emergenti che gli Stati Uniti vorrebbero integrare in una grande NATO intercontinentale. Come auspicato in un articolo pubblicato nel gennaio 2009 dal Progressive Policy Institute (istituto vicino al Partito democratico e ai coniugi Clinton), “l’amministrazione Obama non deve perdere l’opportunità di guidare la trasformazione della NATO da un patto Nord America-Europa ad un’alleanza globale di nazioni libere, aprendo le sue porte a Giappone, Australia, India, Cile e ad altre stabili democrazie”. Per Rick Rozoff di Global research, gli Stati Uniti devono puntare ad integrare “Cile, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, quattro paesi a nord dell’Oceano Antartico” nelle “alleanze militari occidentali come la NATO ”. “Il valore militare strategico e l’importanza dell’Antartico sta crescendo tantissimo”, scrive Rozoff. “Una battaglia maestosa è in atto per assicurarsi il controllo sulle vaste regioni dell’Antartico e sulle sue risorse naturali sino ad oggi inesplorate (petrolio, minerali, acqua dolce, fauna ittica)”.
Cresce intanto il volume degli aiuti USA a favore delle forze armate cilene. Per l’acquisto di sistemi d’arma e l’organizzazione di attività di addestramento, si è passati da 1.804.000 dollari dell’anno 2005, a 2.971.000 dollari per il 2010. Complessivamente, nell’ultimo quinquennio, l’aiuto militare statunitense ha superato i 13.600.000 dollari.
Secondo il quotidiano messicano La Jornada , sotto la presidenza della “progressista” Michelle Bachelet, il Cile ha speso quasi 2 miliardi di dollari nell’acquisto di armamenti pesanti, tra cui 140 carri armati “Leopard 2” , 8 elicotteri da trasporto “AS 535 Cougar”, missili portatili anticarro “AT-4 Saab”, 24 cannoni da 155 millimetri a lungo raggio, 18 cacciabombardieri F-16, 60 carri leggeri “M- 41” , 7 cacciatorpediniere e 2 sommergibili della classe “Scorpion”. Nel febbraio 2010 l’US Navy consegnerà alla marina cilena la nave cisterna “Andrew J. Higgins”, già utilizzata dal Military Sealift Command per il rifornimento della flotta e dei caccia ospitati a bordo delle portaerei USA. Piccoli apprendisti stregoni crescono…
27 ottobre, 2009
Honduras I diritti umani calpestati
Il Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras, Cofadeh, ha presentato il secondo studio provvisorio sulla violazioni dei diritti umani durante il colpo di Stato - "Visi e cifre della repressione"¹ -, nel quale si evidenzia la brutalità con cui il regime di fatto ha cercato in tutti i modi di zittire le varie espressioni di resistenza contro il golpe dello scorso 28 giugno.
Secondo i dati presentati da Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh, organizzazione sorta all'inizio degli anni ottanta quando in piena applicazione della Dottrina della Sicurezza Nazionale la società honduregna venne militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate, dal 28 giugno al 15 ottobre 2009 sono stati 4.234 i casi di violazione ai diritti umani riportati da questa organizzazione.
Durante una emotiva conferenza stampa, Oliva ha spiegato che sono state registrate 21 morti violente ed omicidi riconducibili a motivi politici, 10 dei quali avvenuti durante manifestazioni pubbliche della Resistenza e 11 che presentano modelli di esecuzioni selettive, con un modus operandi tipico dei corpi paramilitari.
Durante 115 giorni si sono anche prodotti 3 attentati contro la vita di persone, 108 minacce di morte, 133 casi di trattamenti crudeli, degradanti ed inumani nei confronti di persone in stato di fermo, 21 lesioni gravi e 453 lesioni e contusioni, 211 persone hanno subito danni a causa di armi non convenzionali come bombe lacrimogene, gas tossici ed armi soniche.
Rilevati inoltre 3.033 detenzioni illegali, per la maggior parte giovani, 2 tentativi di sequestro, 114 persone arrestate per motivi politici con false accuse - 5 delle quali ancora in carcere mentre alle altre sono state concesse misure alternative al carcere o sono state provvisoriamente prosciolte -, 10 perquisizioni illegali di immobili, 13 casi di persecuzione nei confronti di leader sociali e difensori dei diritti umani e 4 attentati contro organizzazioni, tra cui lo stesso Cofadeh e il Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys.
Rispetto alla libertà di espressione e mobilitazione, la relazione del Cofadeh ha evidenziato 27 casi di violazione agli organi d'informazione, tra cui la chiusura di Radio Globo e Canale 36, 26 aggressioni a giornalisti, la chiusura di 3 programmi radio gestiti da organizzazioni femministe, 52 posti di blocco in tutto il paese che hanno violato il diritto di circolazione a più di 20 mila honduregni - senza contare la chiusura delle frontiere con il Nicaragua durante il secondo tentativo del presidente Zelaya di ritornare in Honduras - ed una scalata repressiva che di fatto ha limitato e continua a limitare in modo indefinito la libertà di associazione e manifestazione della popolazione.
"Confesso che scrivendo questa relazione mi sono sentita turbata - ha detto Bertha Oliva all'introdurre la conferenza stampa -.
Forse perché mi ero fatta l'idea che durante questo lungo processo delle ultime decadi fossimo riusciti ad avanzare sul tema dei diritti umani, ma sono un'illusa.
Dopo più di 100 giorni da quel fatidico 28 giugno, data che ha scosso le viscere del Cofadeh - ha continuato Oliva - sappiamo che siamo di fronte a un processo di veloce regressione che ci fa tornare indietro di 25-30 anni o forse anche di più.
Come conoscitori degli effetti di una dittatura militare sappiamo che quanto è accaduto non si tratta di un fatto isolato, ma che ci troviamo di fronte a una strategia che si propone l'obiettivo di prendere e controllare il potere per molto tempo. La dittatura è arrivata per installarsi e rimanere nella regione.
Di fronte a questa situazione - ha spiegato la coordinatrice del Cofadeh - è imprescindibile prepararsi, perché come già accaduto nel passato siamo nuovamente depositari di lacrime, angoscia, dolore e soprattutto, di disperazione".
Oliva ha anche spiegato di essere molto preoccupata per l'attacco diretto della dittatura contro il settore magisteriale, che si è materializzato con omicidi - sono 4 i maestri uccisi -, persecuzioni, detenzioni illegali ed arbitrarie, sospensione del pagamento del salario, indagini sulla vita personale e professionale e denunce attraverso il Pubblico Ministero per iniziare processi civili e penali.
I giovani sono un altro settore particolarmente esposto alla repressione e sono già molti coloro i quali sono stati sequestrati, torturati ed assassinati, mentre molti altri hanno dovuto abbandonare il paese per sfuggire alla violenza.
"Abbiamo tutte le prove necessarie per affermare di fronte al mondo che stiamo vivendo una situazione di emergenza nel paese. Per questo motivo chiediamo alla comunità internazionale di vigilare, osservare e di accompagnarci nella sfida di vedere sul banco degli imputati tutte quelle persone che hanno commesso crimini di lesa umanità", ha detto Bertha Oliva mentre denunciava il tentativo e la minaccia della dittatura di volere eliminare la personalità giuridica del Cofadeh.
"Non abbiamo bisogno della personalità giuridica per cercare la verità, per accompagnare chi soffre, per denunciare di fronte al mondo le barbarie che stiamo vivendo. Questa dittatura vuole zittirci, ma non ci riuscirà. Potranno zittire la nostra voce, ma mai i nostri ideali e le nostre idee. Più ci reprimono e più ci danno forza", ha concluso.
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
Secondo i dati presentati da Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh, organizzazione sorta all'inizio degli anni ottanta quando in piena applicazione della Dottrina della Sicurezza Nazionale la società honduregna venne militarizzata e le sue istituzioni civili subordinate alle forze armate, dal 28 giugno al 15 ottobre 2009 sono stati 4.234 i casi di violazione ai diritti umani riportati da questa organizzazione.
Durante una emotiva conferenza stampa, Oliva ha spiegato che sono state registrate 21 morti violente ed omicidi riconducibili a motivi politici, 10 dei quali avvenuti durante manifestazioni pubbliche della Resistenza e 11 che presentano modelli di esecuzioni selettive, con un modus operandi tipico dei corpi paramilitari.
Durante 115 giorni si sono anche prodotti 3 attentati contro la vita di persone, 108 minacce di morte, 133 casi di trattamenti crudeli, degradanti ed inumani nei confronti di persone in stato di fermo, 21 lesioni gravi e 453 lesioni e contusioni, 211 persone hanno subito danni a causa di armi non convenzionali come bombe lacrimogene, gas tossici ed armi soniche.
Rilevati inoltre 3.033 detenzioni illegali, per la maggior parte giovani, 2 tentativi di sequestro, 114 persone arrestate per motivi politici con false accuse - 5 delle quali ancora in carcere mentre alle altre sono state concesse misure alternative al carcere o sono state provvisoriamente prosciolte -, 10 perquisizioni illegali di immobili, 13 casi di persecuzione nei confronti di leader sociali e difensori dei diritti umani e 4 attentati contro organizzazioni, tra cui lo stesso Cofadeh e il Sindacato dei lavoratori dell'industria delle bevande e simili, Stibys.
Rispetto alla libertà di espressione e mobilitazione, la relazione del Cofadeh ha evidenziato 27 casi di violazione agli organi d'informazione, tra cui la chiusura di Radio Globo e Canale 36, 26 aggressioni a giornalisti, la chiusura di 3 programmi radio gestiti da organizzazioni femministe, 52 posti di blocco in tutto il paese che hanno violato il diritto di circolazione a più di 20 mila honduregni - senza contare la chiusura delle frontiere con il Nicaragua durante il secondo tentativo del presidente Zelaya di ritornare in Honduras - ed una scalata repressiva che di fatto ha limitato e continua a limitare in modo indefinito la libertà di associazione e manifestazione della popolazione.
"Confesso che scrivendo questa relazione mi sono sentita turbata - ha detto Bertha Oliva all'introdurre la conferenza stampa -.
Forse perché mi ero fatta l'idea che durante questo lungo processo delle ultime decadi fossimo riusciti ad avanzare sul tema dei diritti umani, ma sono un'illusa.
Dopo più di 100 giorni da quel fatidico 28 giugno, data che ha scosso le viscere del Cofadeh - ha continuato Oliva - sappiamo che siamo di fronte a un processo di veloce regressione che ci fa tornare indietro di 25-30 anni o forse anche di più.
Come conoscitori degli effetti di una dittatura militare sappiamo che quanto è accaduto non si tratta di un fatto isolato, ma che ci troviamo di fronte a una strategia che si propone l'obiettivo di prendere e controllare il potere per molto tempo. La dittatura è arrivata per installarsi e rimanere nella regione.
Di fronte a questa situazione - ha spiegato la coordinatrice del Cofadeh - è imprescindibile prepararsi, perché come già accaduto nel passato siamo nuovamente depositari di lacrime, angoscia, dolore e soprattutto, di disperazione".
Oliva ha anche spiegato di essere molto preoccupata per l'attacco diretto della dittatura contro il settore magisteriale, che si è materializzato con omicidi - sono 4 i maestri uccisi -, persecuzioni, detenzioni illegali ed arbitrarie, sospensione del pagamento del salario, indagini sulla vita personale e professionale e denunce attraverso il Pubblico Ministero per iniziare processi civili e penali.
I giovani sono un altro settore particolarmente esposto alla repressione e sono già molti coloro i quali sono stati sequestrati, torturati ed assassinati, mentre molti altri hanno dovuto abbandonare il paese per sfuggire alla violenza.
"Abbiamo tutte le prove necessarie per affermare di fronte al mondo che stiamo vivendo una situazione di emergenza nel paese. Per questo motivo chiediamo alla comunità internazionale di vigilare, osservare e di accompagnarci nella sfida di vedere sul banco degli imputati tutte quelle persone che hanno commesso crimini di lesa umanità", ha detto Bertha Oliva mentre denunciava il tentativo e la minaccia della dittatura di volere eliminare la personalità giuridica del Cofadeh.
"Non abbiamo bisogno della personalità giuridica per cercare la verità, per accompagnare chi soffre, per denunciare di fronte al mondo le barbarie che stiamo vivendo. Questa dittatura vuole zittirci, ma non ci riuscirà. Potranno zittire la nostra voce, ma mai i nostri ideali e le nostre idee. Più ci reprimono e più ci danno forza", ha concluso.
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
26 ottobre, 2009
L'HONDURAS ALLA BATTAGLIA FINALE PER L'AMERICA LATINA
Tegucigalpa. Honduras, ottobre.
Il Premio Nobel per la Pace, elogiato da Fidel, lancia l'Operazione Condor 2
L'HONDURAS ALLA BATTAGLIA FINALE PER L'AMERICA LATINA
tra fascisti e Resistenza, tra imperialismo e popoli
Nos tienen miedo por que no tenemos miedo - Hanno paura perché noi non abbiamo paura.
(Slogan del Frente de la Resistencia contra el golpe de Estado)
Tegucigalpa, ottobre. Oggi la Resistenza si è concentrata alla UNAH, Università Nazionale Autonoma dell’Honduras, cuore della lotta studentesca. Stradone di entrata e uscita dalla capitale bloccata dai copertoni incendiati. I poliziotti robocop e i militari bardati come per un assalto a Gaza (sono ottimamente istruiti dai paramilitari colombiani e dai soliti specialisti israeliani, a disposizione di ogni efferatezza fascista in America Latina) stanno alla larga. Le migliaia accorse all’appello degli studenti dai barrios e dalle colonias (favelas) di questa città dalla cupola di merda e di dollari e dalla base di rabbia e fame, sono troppe da bastonare, gassare, sparare, intossicare con la chimica rossa al peperoncino. Ci sono stati altri due morti ammazzati, in aggiunta alla ventina documentata (poi ci sono i desaparecidos nelle carceri della tortura; anche qui, esperti israeliani): Jairo Sanchez, sindacalista che una pallottola in faccia ha ucciso dopo 21 giorni di agonia, ed Eliseo Hernandez, professore, direttore della scuola El Mateo a Santa Barbara. Il conto per oggi, ultracentesimo giorno del popolo in piazza contro il colpo di Stato, parrebbe chiuso. Quei posapiano dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), terminale latinoamericano del travestimento democratico Usa, potrebbero vedersi costretti ad arricciare il naso sugli eccessi della dittatura del lumpendittatore Micheletti. Già hanno dovuto dar retta a Lula, che gli ha intimato di porre un freno all’assedio della sua ambasciata con dentro, dal 21 settembre, Mel Zelaya, presidente deposto, impegnato in un dialogo che con la teppa fascista golpista mai si sarebbe dovuto neanche concepire. ...continua...
Il Premio Nobel per la Pace, elogiato da Fidel, lancia l'Operazione Condor 2
L'HONDURAS ALLA BATTAGLIA FINALE PER L'AMERICA LATINA
tra fascisti e Resistenza, tra imperialismo e popoli
Nos tienen miedo por que no tenemos miedo - Hanno paura perché noi non abbiamo paura.
(Slogan del Frente de la Resistencia contra el golpe de Estado)
Tegucigalpa, ottobre. Oggi la Resistenza si è concentrata alla UNAH, Università Nazionale Autonoma dell’Honduras, cuore della lotta studentesca. Stradone di entrata e uscita dalla capitale bloccata dai copertoni incendiati. I poliziotti robocop e i militari bardati come per un assalto a Gaza (sono ottimamente istruiti dai paramilitari colombiani e dai soliti specialisti israeliani, a disposizione di ogni efferatezza fascista in America Latina) stanno alla larga. Le migliaia accorse all’appello degli studenti dai barrios e dalle colonias (favelas) di questa città dalla cupola di merda e di dollari e dalla base di rabbia e fame, sono troppe da bastonare, gassare, sparare, intossicare con la chimica rossa al peperoncino. Ci sono stati altri due morti ammazzati, in aggiunta alla ventina documentata (poi ci sono i desaparecidos nelle carceri della tortura; anche qui, esperti israeliani): Jairo Sanchez, sindacalista che una pallottola in faccia ha ucciso dopo 21 giorni di agonia, ed Eliseo Hernandez, professore, direttore della scuola El Mateo a Santa Barbara. Il conto per oggi, ultracentesimo giorno del popolo in piazza contro il colpo di Stato, parrebbe chiuso. Quei posapiano dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), terminale latinoamericano del travestimento democratico Usa, potrebbero vedersi costretti ad arricciare il naso sugli eccessi della dittatura del lumpendittatore Micheletti. Già hanno dovuto dar retta a Lula, che gli ha intimato di porre un freno all’assedio della sua ambasciata con dentro, dal 21 settembre, Mel Zelaya, presidente deposto, impegnato in un dialogo che con la teppa fascista golpista mai si sarebbe dovuto neanche concepire. ...continua...
25 ottobre, 2009
4 Novembre in piazza contro il militarismo
APPELLO ALLA PARTECIPAZIONE “SE VUOI LA PACE LOTTA CONTRO LA GUERRA”
Il 4 novembre tutti in piazza per il ritiro delle truppe
dall'Afghanistan e il taglio delle spese militari.
A te che hai partecipato alle marce per la Pace,
a te che avevi appeso la bandiera arcobaleno al tuo balcone,
che hai firmato petizioni contro la guerra e per il ritiro delle truppe,
che sei scesa/o in piazza per chiedere la fine della guerra
permanente, travestita da missioni di pace,
che hai chiesto di tagliare le spese militari per riconvertirle in
spese sociali,
che vorresti chiudere le fabbriche di armi per produrre beni per la
vita, e non più strumenti di morte,
che vorresti chiudere le basi militari perché minacciano la vita di
altri popoli e la salute del tuo paese,
che hai protestato contro le bombe atomiche ed hai chiesto il disarmo
come unica sicurezza,
che hai contestato la retorica patriottica che giustifica la morte e
la distruzione,
che ami la vita e odi la guerra perché non capisci la parola nemico,
che vuoi un’Italia di pace, solidale con gli altri popoli e non più
complice della guerra globale,
che ripudi la guerra “ come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali”,
che guardi alla Palestina, al Kurdistan, all’Africa, all’Iraq,
all’Afghanistan, all’Iran, a tutto il Medio oriente e lotti per una
politica di pace, perché l’Italia esca dalle alleanze di guerra
RIVOLGIAMO QUEST’APPELLO PER TORNARE A PARTECIPARE ALLE INIZIATIVE
CONTRO LA GUERRA, PER SOSTENERE ANCORA IL MOVIMENTO CHE LOTTA PER LA
PACE, NELLE PIAZZE, NELLE SCUOLE, NELLE UNIVERSITA’, NEI LUOGHI DI
LAVORO
IL 4 NOVEMBRE GIORNATA DELLE FORZE ARMATE SCENDIAMO IN PIAZZA CONTRO
IL MILITARISMO, CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA, PER IL RITIRO DELLE
TRUPPE DALL’AFGHANISTAN !!
LANCIAMO IN TUTTE LE CITTA’ INIZIATIVE DI PROTESTA,
CONTROINFORMAZIONE, PRESIDI, AZIONI DIMOSTRATIVE.
A ROMA SIT-IN A PIAZZA NAVONA- DALLE 15 ALLE 19
PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA - ROMA OTTOBRE 2009
LA GUERRA E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’
E’ ANCHE UN MISFATTO ECONOMICO PERCHE’ STORNA RISORSE DAI BISOGNI
SOCIALI AGLI STRUMENTI DI MORTE:
ALCUNI ESEMPI
La Guerra in Afghanistan costa in euro 3 milioni al giorno per
mantenere in stato di occupazione militare circa 3000 uomini con gli
strumenti di morte e distruzione tecnologicamente avanzati. In moneta
afghana ciò che l’Italia ha speso dal 2001 per la guerra avrebbe
potuto produrre 600 ospedali e 10.000 scuole - secondo i dati forniti
da Gino Strada.
In Italia con 3 milioni di euro al giorno si potevano risolvere in
tutte le regioni i problemi dei rischi idrogeologici e del riassetto
territoriale.
Il piano di acquisto e assemblaggio - a Novara - dei cacciabombardieri
atomici F35 prevede la spesa di 13 miliardi di euro a rate fino al
2026 per la coproduzione e l’acquisto di 131 aerei da guerra
ribattezzati “dalle ali d’oro”. Un delirio di potenza militare che
serve a devastare altri popoli ed a togliere risorse alla cura della
vita e della terra nei nostri territori.
Lo specchietto qui sotto riportato ci mostra la gigantesca distruzione
di risorse operata dalle spese militari (fonte Manlio Dinucci)
spesa militare mondiale nel 2007
= 1.340 miliardi $ = + 45% rispetto al 1998 = 2.5 milioni di dollari al
minuto. Nel 2009 prevista a 1.500 miliardi di dollari. (SIPRI)
spesa militare NATO
= 3/4 della mondiale = 985 mld di $ (febbraio 2009 - SIPRI)
spesa militare USA
= 666 mld di $ (2008)
spesa militare ITALIA
= 30 mld di $ (2008)
spesa militare mondiale di 7 giorni = 30 mld $ = soluzione crisi
alimentare
mondiale per 1 anno (FAO)
NO ALLE SPESE MILITARI
NO ALLE MISSIONI MILITARI – RITIRIAMO LE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN
Il 4 novembre tutti in piazza per il ritiro delle truppe
dall'Afghanistan e il taglio delle spese militari.
A te che hai partecipato alle marce per la Pace,
a te che avevi appeso la bandiera arcobaleno al tuo balcone,
che hai firmato petizioni contro la guerra e per il ritiro delle truppe,
che sei scesa/o in piazza per chiedere la fine della guerra
permanente, travestita da missioni di pace,
che hai chiesto di tagliare le spese militari per riconvertirle in
spese sociali,
che vorresti chiudere le fabbriche di armi per produrre beni per la
vita, e non più strumenti di morte,
che vorresti chiudere le basi militari perché minacciano la vita di
altri popoli e la salute del tuo paese,
che hai protestato contro le bombe atomiche ed hai chiesto il disarmo
come unica sicurezza,
che hai contestato la retorica patriottica che giustifica la morte e
la distruzione,
che ami la vita e odi la guerra perché non capisci la parola nemico,
che vuoi un’Italia di pace, solidale con gli altri popoli e non più
complice della guerra globale,
che ripudi la guerra “ come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali”,
che guardi alla Palestina, al Kurdistan, all’Africa, all’Iraq,
all’Afghanistan, all’Iran, a tutto il Medio oriente e lotti per una
politica di pace, perché l’Italia esca dalle alleanze di guerra
RIVOLGIAMO QUEST’APPELLO PER TORNARE A PARTECIPARE ALLE INIZIATIVE
CONTRO LA GUERRA, PER SOSTENERE ANCORA IL MOVIMENTO CHE LOTTA PER LA
PACE, NELLE PIAZZE, NELLE SCUOLE, NELLE UNIVERSITA’, NEI LUOGHI DI
LAVORO
IL 4 NOVEMBRE GIORNATA DELLE FORZE ARMATE SCENDIAMO IN PIAZZA CONTRO
IL MILITARISMO, CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA, PER IL RITIRO DELLE
TRUPPE DALL’AFGHANISTAN !!
LANCIAMO IN TUTTE LE CITTA’ INIZIATIVE DI PROTESTA,
CONTROINFORMAZIONE, PRESIDI, AZIONI DIMOSTRATIVE.
A ROMA SIT-IN A PIAZZA NAVONA- DALLE 15 ALLE 19
PATTO PERMANENTE CONTRO LA GUERRA - ROMA OTTOBRE 2009
LA GUERRA E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’
E’ ANCHE UN MISFATTO ECONOMICO PERCHE’ STORNA RISORSE DAI BISOGNI
SOCIALI AGLI STRUMENTI DI MORTE:
ALCUNI ESEMPI
La Guerra in Afghanistan costa in euro 3 milioni al giorno per
mantenere in stato di occupazione militare circa 3000 uomini con gli
strumenti di morte e distruzione tecnologicamente avanzati. In moneta
afghana ciò che l’Italia ha speso dal 2001 per la guerra avrebbe
potuto produrre 600 ospedali e 10.000 scuole - secondo i dati forniti
da Gino Strada.
In Italia con 3 milioni di euro al giorno si potevano risolvere in
tutte le regioni i problemi dei rischi idrogeologici e del riassetto
territoriale.
Il piano di acquisto e assemblaggio - a Novara - dei cacciabombardieri
atomici F35 prevede la spesa di 13 miliardi di euro a rate fino al
2026 per la coproduzione e l’acquisto di 131 aerei da guerra
ribattezzati “dalle ali d’oro”. Un delirio di potenza militare che
serve a devastare altri popoli ed a togliere risorse alla cura della
vita e della terra nei nostri territori.
Lo specchietto qui sotto riportato ci mostra la gigantesca distruzione
di risorse operata dalle spese militari (fonte Manlio Dinucci)
spesa militare mondiale nel 2007
= 1.340 miliardi $ = + 45% rispetto al 1998 = 2.5 milioni di dollari al
minuto. Nel 2009 prevista a 1.500 miliardi di dollari. (SIPRI)
spesa militare NATO
= 3/4 della mondiale = 985 mld di $ (febbraio 2009 - SIPRI)
spesa militare USA
= 666 mld di $ (2008)
spesa militare ITALIA
= 30 mld di $ (2008)
spesa militare mondiale di 7 giorni = 30 mld $ = soluzione crisi
alimentare
mondiale per 1 anno (FAO)
NO ALLE SPESE MILITARI
NO ALLE MISSIONI MILITARI – RITIRIAMO LE TRUPPE DALL’AFGHANISTAN

















Marcelino
























