21 maggio, 2008
Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l'Italia nella guerra permanente
Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all'ampliamento della propria sfera d'influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull'economia USA. Il tentativo dell'amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.
Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il ruolo di guerra dell'Italia, già delineato da D'Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.
Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.
Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.
Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l'Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l'escalation di guerra.
Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l'Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell'11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa.
Per lunedì 2 giugno a Napoli, un'alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città sede del nuovo Comando Centrale della Marina militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.
L'11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:
- il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan, dal Libano, dai Balcani- la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile- la revoca dell'adesione dell'Italia allo Scudo missilistico USA,- la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35- la revoca dell'accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele- il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.
Il Patto permanente contro la guerra
20 maggio, 2008
Honduras: la rivolta dei fiscales contro la giustizia corrotta
Rebeldìa Riempie la città
Rebeldìa non è soltanto uno spazio. E' un'idea diversa di società, oggi messa in discussione da un piano edilizio che vorrebbe sostituire questo laboratorio di pratiche sociali con un parcheggio, ignorando di fatto il problema dalla sua sopravvivenza.
Difendere il Progetto Rebeldìa significa difendere il lavoro delle 25 associazioni che lo abitano: per dare piena cittadinanza ai migranti, per costruire un'economia senza sfruttamento dell'uomo e dell'ambiente, per opporsi alle politiche di guerra, per liberare le culture e riparare le biciclette, per i diritti individuali e collettivi, ...
Un'idea è vuota senza l'azione delle persone che la mettono in pratica.
Sporchiamoci le mani e scendiamo nelle strade.
Il Progetto Rebeldìa si merita uno spazio, Pisa si merita il Progetto Rebeldìa.
CONCETRAMENTO p.zza Sant'Antonio ore 17
per adesioni: http://www.inventati.org/rebeldia/
19 maggio, 2008
Vertice UE-AmerLat: Molto fumo mediatico
www.selvas.org
17 maggio, 2008
Lima: DICHIARAZIONE DEI FIGLI DELLA TERRA Non c’è integrazione senza Decolonizzazione del Potere, Sapere e Sentire

L’Europa ha un debito storico con l’Abya Yala
Non c’è integrazione senza Decolonizzazione del Potere, Sapere e Sentire.
Ai popoli del mondo
Ai governi dei paesi andini e latinoamericani
Ai governi dell’Unione Europea
All’opinione pubblica internazionale
RIUNITI nel Ayllu del fratello Taulichusco, a Lima, Perù, 1.500 sorelle e fratelli dell’Organizzazione dei Popoli Quechua, Aymara, Kichwa, Lafquenche, Guambiano, Toba, Colla, Poccra, Asháninka e inoltre dei Popoli Originari di Abya Yala (America), durante la III Cumbre Nazionale ed il Foro Internazionale Indigeno, per analizzare il contesto nazionale ed internazionale e le prospettive nelle quali si attua il denominato processo verso l’Accordo di Associazione dell’Unione Europea e della Comunità Andina delle Nazioni” (AA UE-CAN).
16 maggio, 2008
Manifestazione nazionale contro le basi militari e contro la guerra permanente
In Italia vi sono oltre 100 basi ed installazioni militari che vanno da Bolzano a Lampedusa. Queste strutture non servono a difendere la popolazione da attacchi esterni ma, invece, costituiscono un grave pericolo per la sicurezza dei cittadini sottraendo spazi alla vita civile ed investendoli per la guerra permanente.
Portaerei, cacciabombardieri, sottomarini, aerei, elicotteri, missili, bombe, macchine di morte di ogni specie possibile passano e stazionano nelle installazioni militari. Senza trascurare il devastante impatto ambientale che la presenza di tali armi determina, partecipiamo tutti, senza volerlo, alla guerra.
Abbiamo detto NO al Dal Molin e continueremo a dirlo, ma lo stesso vale per il resto del territorio italiano, orami ricoperto di basi e prima linea della guerra globale.
Proponiamo che il 2 giugno abbia luogo a Napoli una manifestazione nazionale contro le basi militari.
Perché a Napoli?
Napoli è una città invasa da strutture militari, e uno dei principali porti per sostenere i conflitti in Medio Oriente e non solo: qui si è trasferito il comando di tutta la Marina Militare statunitense, per il controllo di Europa, Asia (Medio Oriente) e Africa. Questa città è divenuta lo snodo del traffico di portaerei, sottomarini a propulsione nucleare e armamenti di ogni genere.
Perché il 2 Giugno?
Il 2 giugno è la Festa della Repubblica, e noi vogliamo celebrarla ricordando che l'Italia è e deve essere uno Stato di Diritto e non può essere rappresentata da una parata militare.
Per questo il 2 giugno 2008 tutti a Napoli: per dire "basta alle basi, basta alla guerra"
Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione della Campania
Promuovono: Rete Lilliput (Na), Asper, Manitese (Na), Donne in nero (Na), PeaceLink (Campania), Un ponte per...(Na), Sinistra Critica (Na), Comunità per lo sviluppo umano (Na), Assopace (Na), Pax Christi (Na), Scuola di Pace (Na), Attac (Na)
Aderiscono: Centro Gandhi, Donne in Nero, Un ponte Per..., La Comunità per lo sviluppo umano, PeaceLink, Assise di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, Amici di Beppe Grillo (Na), Socialismo Rivoluzionario (Na), FGCI (Na), PdCI (Na), PRC (Na), Giovani Comunisti (Na), Federazione Campana RdB/CUB, Cobas (Na), Associazione 3 febbraio (Na), MEDiterranean MEDIA
14 maggio, 2008
COLOMBIA: Uribe: 2 piccioni con 1 fava?
http://www.selvas.org/
Il Presidente colombiano Alvaro Uribe ha impacchettato e spedito -in piena notte- negli Stati Uniti tredici Capi dello stato maggiore dei "paramilitares". Pezzi grossi come Salvatore Mancuso e i suoi più stretti compagni di traffici e delitti.Con questa mossa a sorpresa, Uribe cerca di guadagnare tempo e spazio, e comincia a togliersi di torno le "gole profonde" che lo hanno impallinato con le rivelazioni sul connubio perverso del suo partito con i paramilitares. Adesso sono già di fronte ai giudici di Miami, con una estradizione che permette di pereseguirli solo per delitti di narcotraffico.In questo modo, Uribe ottiene di mettere Mancuso+13 fuori dalla portata dei giudici colombiani, e quindi evita che possano avanzare le indagini sui massacri, le fosse comuni, eliminazioni fisiche e spopolamento di interi villaggi.Inoltre, fa una bella figura negli Stati Uniti, dove il portavoce di Bush si è precipitato a dire che la deportazione contribuirà positivamente per far approvare il TLC con la Colombia.Entrambi -governo Uribe e Stati Uniti- scongiurano un grave pericolo comune: Mancuso+13 avevano cominciato a gettar luce sui vincoli esistenti tra varie multinazionali e i paramilitares, soprattutto nell'eliminazione dei sindacalisti e distruzioni di centri abitati.Nella regione del Choco -per esempio- stanno mettendo le mani su di una zona vergine, ricca di legnami pregiati e giacimenti per cominciare l'estrazione mineraria indiscriminata, lontana da occhi indiscreti.Tutte le terre sottratte con la violenza ai civili non sono state ancora riconsegnate ai legittimi proprietari, e il governo di Bogotà sta destinandole alla coltivazione di mais e canna da zucchero per gli agro-acombustibili.I possedimenti terrieri di Salvatore Mancuso non sono ancora stati affidati al fondo per la indennizzazione delle vittime dei paramilitares.Due piccioni con una fava? Apparentemente. Uno degli avvocati dei deportati ha però dichiarato: "...hanno perso la libertà, però non la libertà d'espressione. Pertanto, continueranno a svelare fatti decisivi per la vita di questo Paese".Le organizzazioni che difendono i diritti delle vittime del "paramilitarismo" hanno sottolineato la stranezza di una deportazione per reati minori (narcotraffico) quando gli imputati sono investigati per violazioni dei diritti umani; inoltre gli Stati Uniti non hanno firmato il Trattato della Corte internazionale sui crimini di lesa umanità.Uribe conferma la sua scaltrezza e un cinismo spericolato. Guai a chi si fida della sua parola e dei patti che sottoscrive; ma ora sta colpendo tra le sue stesse fila, cioè i suoi grandi elettori e la sua base d'appoggio politica e sociale.
13 maggio, 2008
Gli straordinari giovani giudici dell`Honduras (e se fossero una lezione...)
Più di un mese fa hanno cominciato quattro giovani magistrati nel Palazzo legislativo di Tegucigalpa. Oggi hanno l’appoggio di migliaia di persone. Hanno chiesto che il procuratore generale, Leónidas Rosa, e il suo vice, Omar Cerna, fossero rimossi dal loro incarico. Sono i vertici di un potere giudiziario tutt’altro che indipendente e profondamente compenetrato con gli altri poteri, quello legislativo, quello esecutivo e con l’immanente potere economico, quello dei soldi, quello reale che non ha nulla a che vedere con la democrazia.
Quei quattro giovani lottavano da anni per capire come si potesse fare giustizia se i vertici della giustizia erano conniventi con il crimine. Finiti tutti i sistemi legali, sentendosi pressocché sconfitti, restava la lotta, ma quella testimoniale dello sciopero della fame, l’ultima risorsa di chi ha capito che nessuno, neanche l’opinione pubblica in quel momento, vuole ascoltare.
Hanno cominciato da soli, hanno occupato un angolo del parlamento e lì sono rimasti nel disinteresse generale. Inizialmente non ci sono state né raccolte di firme né coperture televisive. Anzi… piuttosto la derisione di chi si sente così forte da non aver bisogno neanche di minacciare: "ingenui", "imprudenti", sono state i giudizi più carini da parte dei loro superiori e della classe politica.
Poi qualcosa è cambiato. Prima una radio ha cominciato a coprire lo sciopero della fame. Poi un’associazione vicina ai gesuiti ha cominciato a sommarsi, a turno, allo sciopero della fame stesso. Da lì la solitudine dei giovani magistrati (hanno dai 32 ai 40 anni) ha cominciato a rompersi. Il loro angolo di parlamento ha cominciato a popolarsi di ragazzi, studenti senza militanza politica in un paese depoliticizzato come l’Honduras neoliberale. Hanno cominciato a portarsi i sacchi a pelo e dormire lì insieme ai giudici, che avevano fisicamente bisogno di essere appoggiati. Qualcuno ha cominciato a sommarsi allo sciopero della fame. E altri giovani sono arrivati, questa volta più politicizzati, volendo non solo appoggiare i giudici ma riscattare una storia di lotta che si pensava sepolta dai remoti anni ‘70.
Il Gianfranco Fini hondureño, Roberto Micheletti, presidente della Camera ed ex candidato alla presidenza della Repubblica, li ha accusati di voler "rovesciare l’ordine costituzionale". E’ in quel momento che il loro isolamento è diventato "la tenda della dignità" e migliaia di persone ogni giorno passano a visitarli e a firmare l’appello contro la corruzione. Perfino il presidente Manuel Zelaya ha cercato di mettere il proprio cappello sulla protesta, recandosi alla tenda e solidarizzando con loro che intanto sommavano il consenso dei movimenti indigeni, tra questi il COPINH, alcuni rappresentati del quale stanno scioperando con i giudici.
Più la protesta diventa importante, attualmente stanno scioperando più di 40 persone, più il gioco si fa duro e crescono le minacce con noti repressori degli anni ‘80 che si sono fatti vedere in giro lanciando chiari segnali. La vita degli scioperanti è in pericolo sia per le condizioni di salute, sia per il pericolo di attentati. I primi quattro giudici sono allo stremo, ma rifiutano di farsi sostituire sentendosi vicini ad ottenere qualcosa di concreto. Ma hanno già ottenuto moltissimo: erano solo quattro giovani magistrati, oggi con loro ci sono decine di migliaia di hondureñi.
07 maggio, 2008
BOLIVIA, QUALCHE DOVEROSA PRECISAZIONE SUL REFERENDUM AUTONOMISTA DI SANTA CRUZ
L’ho letto pressochè in tutti articoli che nei giorni scorsi commentavano il referendum autonomista di Santa Cruz : la consultazione, che pur ha visto una gigantesca vittoria del Sì, non si tradurrà in nulla di concreto, perché il presidente Morales la considera illegale ed illegittima.
Questa vulgata l’ha riferita lunedì il Tg1, l’ha scritta Omero Ciai su Repubblica e l’ha ripresa perfino Peacereporter (per coprire tutto lo spettro politico). Ma l’hanno presa per buona pure altre decine di giornalisti di varia provenienza. E il motivo è abbastanza scontato. Hanno tutti consultato le stesse fonti.
BOLIVIA
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EVO MORALES: “IL SECESSIONISMO HA FALLITO” di G. Carotenuto
Varo della IV Flotta degli USA
Per importanza e potere bellico, non è inferiore alla V Flotta che è attiva nel Golfo Persico o alla VI che presidia il Mediterraneo. Naturalmente, l’annuncio fatto pubblico dalle autorità militari nordamericane ricorre al consueto giustificativo della “lotta al terrorismo”.
...continua...
03 maggio, 2008
Messico: due anni dopo, le gravi violenze controle donne di Atenco rimangono impunite
Status dell'appello: attivo
28 aprile, 2008
BOLIVIA: APPELLO URGENTE!!!
SOSTENIAMO LE NAZIONI E I POPOLI INDIGENI DELLA BOLIVIANEL LEGITTIMO RECUPERO DELLE PROPRIE TERRE ANCESTRALIDICIAMO NO AGLI ABUSI E ALLE VIOLENZE DEI LATIFONDISTI
MOVIMENTI DI RESISTENZA IN HONDURAS
27 aprile, 2008
HONDURAS: Sciopero Civico Nazionale
La mobilitazione, denominata "Paro Cívico Nacional", è stata convocata dalla Coordinadora Nacional de Resistencia Popular (CNRP) e dalle principali centrali sindacali del paese. Di fronte alla straripante partecipazione popolare all'attività, il governo ha inviato truppe della Polizia e dell'Esercito che, secondo i manifestanti, hanno represso, sgomberato ed arrestato violentemente i partecipanti, facendo uso di gas lacrimogeni, armi da guerra ed anche mezzi blindati.
Nonostante la forte e violenta azione repressiva, la popolazione ha continuato a protestare, dimostrando di essere disposta a lottare fino al raggiungimento dei suoi obiettivi. Nella capitale la protesta è arrivata fino alle vicinanze della Casa di Governo, la quale era fortemente protetta da poliziotti e militari, ma il presidente Manuel "Mel" Zelaya non ha accettato di riunirsi coi rappresentanti delle organizzazioni sociali e sindacali. Al suo posto ha delegato alcuni dei suoi ministri, atteggiamento che è stato rifiutato. Di fronte alla risposta negativa del presidente Zelaya, i rappresentanti delle organizzazioni sociali hanno deciso di ritirarsi, non senza prima lasciare aperta la possibilità di una riunione nei prossimi giorni per affrontare i temi in discussione.. Indipendentemente dai risultati, le organizzazioni sociali e sindacali hanno già invitato la popolazione ad una nuova mobilitazione in occasione del 1º di maggio. Per conoscere i particolari di questa importante dimostrazione di forza e di capacità organizzativa, la Lista Informativa "Nicaragua y más" ed il Sistema de Información de la Regional Latinoamericana della UITA (SIREL) hanno conversato con Erasto Reyes, integrante del Bloque Popular di San Pedro Sula e della Coordinadora Nacional de Resistencia Popular (CNRP).
In quell'occasione abbiamo deciso di presentare dodici richieste al governo, il quale, insieme alla classe politica e agli impresari, hanno iniziato a prendere tempo senza dare risposte precise.
Come si è sviluppata la giornata di protesta? È stata una delle attività più importanti degli ultimi dieci anni, paragonabile solo al grande sciopero del 1954. Tutti i movimenti che rappresentano gli operai, i contadini, le comunità, i professionisti, gli indigeni si sono uniti e sono stati in grado di mobilitare più di 100 mila persone in tutto il paese. Ci sono stati più di 60 blocchi stradali in tutto il paese grazie alla partecipazione popolare. La lotta si è estesa a molte città come Tegucigalpa, San Pedro Sula, Santa Rosa de Copán, El Progreso, San Lorenzo, Choluteca, Danli, La Paz, Comayagua, Siguatepeque, Tela e La Ceiba ed altre. Il governo ha chiamato nostri dirigenti, ma quando sono arrivati alla Casa Presidencial verso le due del pomeriggio, il Presidente Zelaya non ha voluto riceverli ed ha delegato cinque ministri. Noi volevamo riunirci con chi ha la possibilità di prendere decisioni e non con un ministro qualsiasi. A livello extra ufficiale sappiamo che si sta trattando per arrivare ad una riunione con il Presidente nei prossimi giorni e che si stanno chiedendo risposte anche al Potere Legislativo e Giudiziale. Indipendentemente da come andranno le cose, stiamo già organizzando una grande attività per il 1 Maggio, affinché sia una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni.
Qual è il comportamento del governo di fronte alla crisi alimentaria? Alla fine ha riconosciuto che esiste questa crisi, ma l'ha fatto solamente quando la FAO ha lanciato l'allarme a livello internazionale. Solo adesso i politici e gli impresari si stanno rendendo conto che in questo paese ci sono fame e miseria. Noi stiamo denunciando questo atteggiamento e rifiutiamo questa posizione. Chiediamo una nuova riforma agraria integrale, con un modello di sviluppo che si basi sulla giustizia sociale e sui diritti del popolo onduregno.
© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - http://www.itanica.org/ )
25 aprile, 2008
FAME IN CRESCITA? FACCIAMOGLI BERE L'ETANOLO!
di SHARON SMITH
Counterpunch
21 aprile, 2008
In Paraguay vince Lugo
17 aprile, 2008
ALLARME PREZZI/ HONDURAS, GOVERNO ANNUNCIA PIANO D'EMERGENZA
Il piano prevede anche l'aumento dei sussidi ai piccoli produttori: "Distribuiremo un buono ai 250.000 più poveri in modo che possano produrre e provvedere autonomamente alla loro sussistenza" ha detto il ministro dell'Agricoltura e dell'Allevamento, Héctor Hernández.
Le nuove misure non hanno per il momento soddisfatto i principali sindacati e movimenti sociali del paese che per domani hanno convocato uno sciopero nazionale: "Pensiamo di radunare 700.000 persone, tra operai, contadini e docenti, per protestare contro i costanti aumenti dei beni alimentari e chiedere un aumento generale dei salari" ha detto ai media locali il sindacalista Israel Salinas.
La mobilitazione, ha aggiunto, "è la risposta a tutta una serie di difficoltà che ci impediscono di andare avanti e includono anche l'aumento delle tariffe telefoniche, dell'elettricità, dei trasporti. Il governo deve garantire il nostro diritto a mangiare". Secondo dati ufficiali il 'paniere' composto da 30 prodotti di base per una famiglia di cinque persone in Honduras è salito fino a 5.316 lempiras al mese (circa 175 euro) a fronte di un salario minimo di 3.428 lempiras (pari a 113 euro).
14 aprile, 2008
CENTROAMERICA: Accordo di Associazione a rotta di collo
I primi due incontri si sono svolti a San José (Costa Rica) e Bruxelles (Belgio) ed hanno dato sufficienti elementi per poter iniziare a fare un'analisi di questo nuovo trattato, che sta già provocando numerose reazioni a livello regionale.
La sezione nicaraguense della Iniciativa Mesoamericana Comercio, Integración y Desarrollo Sostenible (Iniciativa CID) ha organizzato una conferenza stampa per far conoscere la propria posizione in vista della ripresa delle negoziazioni in Salvador.
Secondo Amado Ordoñez, direttore del Centro Humboldt, sono molti i punti che stanno generando sfiducia e timori nei confronti di questo trattato.
"Il processo di negoziazione tra le due regioni sta entrando nella sua terza tappa e il Centroamerica non ha potuto sciogliere alcuni nodi essenziali che potrebbero garantire la difesa degli interessi dei propri paesi.
La mancanza di risultati significativi durante la Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Doha, ha fatto sì che durante i primi due incontri, l'Unione Europea abbia escluso a priori la discussione sul tema degli enormi sussidi che concede ai propri produttori agricoli e non abbia nemmeno permesso di negoziare con un'idea già chiara sull'accesso dei prodotti centroamericani in Europa. Questi temi rappresentano elementi lesivi della negoziazione stessa".
Tra i principali problemi che il Centroamerica si trascina in questa terza sessione, Ordoñez ha identificato la debolezza ed il ritardo del processo d'integrazione centroamericana, la mancanza di un mandato di negoziazione accordato tra i vari paesi centroamericani (l'Unione Europea l'ha formulato già da più di un anno) e di un accordo sui punti centrali da negoziare e l'intenzione dell'Unione Europea di considerare il TLC tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (CAFTA-DR) come base per le negoziazioni.
"Il processo d'integrazione centroamericana va lentamente e sul tema dei prodotti sensibili è probabile che l'Unione Europea cerchi di arrivare a una negoziazione Regione-Paese, creando problemi di commercio sleale. I governi centroamericani non hanno inoltre trovato un consenso sui temi centrali della negoziazione e questo rende molto debole la posizione della nostra regione", ha sottolineato Ordoñez.
Per le organizzazioni della Iniciativa CID, il tema delle asimmetrie è forse l'elemento più preoccupante in vista dell'incontro di San Salvador.
"Abbiamo più volte evidenziato la grande asimmetria che esiste tra le due regioni e che in nessun modo avremmo dovuto iniziare a negoziare senza un formale riconoscimento da parte degli europei di questa situazione diseguale. Questo riconoscimento passa attraverso l'applicazione di un trattamento speciale e differenziato, mentre la proposta dell'Unione Europea è stata quella della "Parità CAFTA", cioè considerare quanto firmato nel CAFTA come base di partenza per la negoziazione. Questa situazione è gravissima per il Centroamerica - ha continuato il direttore del Centro Humboldt -, perché le ripercussioni saranno gravissime in temi come le proprietà intellettuali, gli sgravi doganali e temi relativi a persone e servizi".
Sul tema degli sgravi doganali per l'entrata dei suoi prodotti in Centroamerica, l'Unione Europea ha chiesto un processo di riduzione molto accelerato. "Il CAFTA prevedeva che la diminuzione dei dazi doganali fino ad arrivare a "dazio zero" si raggiungesse in 20 anni, mentre la UE sta proponendo che avvenga in soli 10 anni. Un altro fattore negativo è il non voler riconoscere nella negoziazione le condizioni di dazi del Sistema Generalizzato di Preferenze (SGP Plus), di cui godono attualmente i paesi centroamericani per esportare i propri prodotti in Europa, ma di partire dalla condizione di Nazione Più Favorita (NMF), che attualmente l'Unione Europea applica ad altri paesi nel mondo", ha spiegato Ordoñez.
Ha inoltre aggiunto che si stanno originando altri problemi rispetto alle misure sanitarie e fitosanitarie e che ciò potrebbe creare molti problemi al momento di voler esportare prodotti freschi in Europa, soprattutto per il Nicaragua.
"Il Nicaragua non ha ancora presentato un Piano Nazionale di Sviluppo che ci dica quale sia la strategia per il futuro del paese. Ci preoccupa che l'Unione Europea stia insistendo molto sul tema della denominazione geografica e delle marche, perché né in Nicaragua, né nella regione esistono Registri di Marca, Registri delle Denominazioni di Origine Protette e delle Indicazioni Geografiche Protette. A cosa serve quindi negoziare cose per le quali non siamo per nulla preparati e al contrario, siamo totalmente indifesi?"
La UE sta inoltre tentando di introdurre nella negoziazione i "temi di Singapore", che hanno a che fare con investimenti, concorrenza, servizi e acquisti governativi e la cui discussione è ancora bloccata all'interno della OMC. "Non possiamo accettarli se prima non vengono risolti all'interno della OMC. Così come l'Europa non vuole toccare il tema dei sussidi fino a che non si raggiunga un consenso all'interno della OMC, così dovremmo fare noi con i temi di Singapore, sapendo inoltre che i settori a cui sono maggiormente interessati gli europei sono il settore finanziario, le telecomunicazioni, i servizi postali, il trasporto marittimo, l'energia e l'acqua", ha continuato Ordoñez.
Particolarmente interessante è stato l'intervento di Sinforiano Cáceres, della FENACOOP, organizzazione che partecipa alla Iniciativa CID e che riunisce centinaia di cooperative agricole. Secondo Caceres, "l'informazione da parte del governo sul processo di negoziazione è scarsa. C'è stata una discreta disponibilità da parte del Ministero dell'Industria e Commercio (MIFIC), mentre non sta avvenendo da parte del Ministero degli Esteri, che ha il compito di regolare la partecipazione attiva delle organizzazioni a questo processo. Chiediamo che il governo apra spazi di concertazione e dialogo con le organizzazioni sociali, affinché possa presentarsi alle negoziazioni con una posizione di nazione e non solo di governo", ha concluso Cáceres.
Su questo tema è anche intervenuto Ordoñez, ricordando che l'Accordo di Associazione (AdA) è formato da tre pilastri: la parte commerciale, il dialogo politico e la cooperazione.
"Se sulla parte commerciale l'informazione che sta circolando è molta, così non possiamo dire degli altri due pilastri. Rispetto al dialogo politico non si sono ancora discussi i temi che lo caratterizzano e che sono di estrema importanza, come la migrazione, gli accordi della OIT, gli standard ambientali e lo sviluppo sostenibile. Sul tema della cooperazione, invece, la UE ha detto che sarà di tipo "politico" e non finanziario, tanto che l'accordo di cooperazione tra le due regioni per il periodo 2007-2013 non verrà vincolato alle negoziazioni in corso".
Per Ordoñez si tratta di un tema molto delicato in quanto la cooperazione e l'assistenza tecnica dovrebbero invece compensare e correggere gli effetti negativi che deriveranno dalla firma del trattato. "Quello che chiediamo è una cooperazione aperta, trasparente e differenziata in base ai vari settori della società".
La posizione finale della Iniciativa CID ha ribadito la necessità dell'apertura di un dialogo politico, la ricerca di consenso sui temi sensibili per raggiungere una posizione negoziatrice da parte del Centroamerica, la richiesta di un trattamento speciale e differenziato e che la cooperazione sia vincolata all'Accordi di Associazione.
Nel caso in cui questo non avvenga e la negoziazione rischi di creare seri problemi ai paesi centroamericani, le organizzazioni sociali chiedono una moratoria affinché i paesi centroamericani si preparino adeguatamente prima di firmare un accordo con il blocco europeo.
© (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua)
Biocarburanti, il rimedio peggiore del male
Mentre l'Unione europea avverte che sull'Africa sta per abbattersi uno "tsunami umanitario" a causa dell'impennata dei prezzi dei generi di prima necessità - allarme lanciato anche dal direttore generale della Fao - il primo ministro britannico, Gordon Brown ha messo in guardia da scelte come quella di impiegare cereali per il "biofuel" invece che per sfamare la gente e ha chiesto che la questione abbia la priorità massima al vertice del G8 di luglio a Tokyo...
















Marcelino
















