26 agosto, 2007

"La vendetta" del Che 40 anni dopo la sua uccisione. Editoriale di Nuestra America

America Latina rebelde: "La vendetta" del Che 40 anni dopo la sua uccisioneAnticipazione dell'editoriale di Nuestra América n. 3/07 (in uscita a settembre) Questo numero va alle stampe in coincidenza con il 40ennale de l'assassinio del Che in Bolivia per mano del solito carnefice, gli Stati Uniti d'America. Per questo l'inserto stavolta non lo dedichiamo ad un paese specifico dell'America Latina ma all'uomo che più di tutti ha fatto per la libertà e l'autodeterminazione di tutti i popoli di quel continente.Ernesto Che Guevara ne era consapevole ed ostinato propugnatore: "la nostra preoccupazione per l'America Latina - aveva sostenuto all'Onu nel dicembre del '64 - è ispirata dai legami che ci uniscono: la lingua che parliamo, la cultura che propugniamo, il padrone che abbiamo avuto in comune. Non siamo animati da nessun'altra ragione per desiderare la liberazione dell'America Latina dal giogo coloniale nordamericano". Tanti fratelli cui correre in soccorso da un unico grande nemico che, allora come ora, attraverso la guerra guerreggiata, la guerra economica e il terrorismo imperialista, in una sorta di internazionale del crimine, si propone di soffocare ogni autonoma voce di indipendenza.Cuba per il Che fu una tappa fondamentale, quasi il suo vestito di tutti i giorni o la carta di credito per presentare se stesso ed un popolo al cospetto del mondo intero: "sono nato in Argentina - disse ai delegati dell'Onu - sono cubano e sono anche argentino e se le signorie loro illustrissime dell'America Latina non si adombrano mi sento patriota dell'America Latina, di qualsiasi paese dell'America Latina nel modo più assoluto e qualora fosse necessario sono disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi paese latinoamericano, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere nulla, senza approfittare di nessuno. [.] L'intero popolo di Cuba ha questa stessa aspirazione".Sono trascorsi più di quarant'anni da allora, il popolo latinoamericano ha iniziato a prendere coscienza dell'inevitabile percorso di liberazione contemporaneamente alle contromisure che l'imperialismo tenta di mettere in campo per mantenere sotto il suo giogo tutti i popoli del mondo.Abbiamo assistito, qualche settimana fa, ad un dibattito sull'America Latina il cui interlocutore principe era José Maria Aznar, l'attitudine al masochismo della nostra redazione a volte supera ogni limite. In questo dibattito, presente anche Fausto Bertinotti, la cui partecipazione in veste istituzionale non ci colpisce, ma lasciano il segno alcune sue affermazioni come: "la storia ha smentito il comunismo determinando un crollo meritato dei regimi dell'est" che hanno dato ancor più la possibilità ad Aznar di considerare la svolta a sinistra del continente rebelde come un segnale di un rinvigorimento di "populismo indigeno" da soffocare con ogni mezzo per difendere quelli che, a suo dire, sono i corretti valori dell'occidente. Come se le truppe di Hernán Cortés avessero colpevolmente fallito l'obiettivo della soluzione finale: un po' come Hitler con gli ebrei.Tutto ciò avveniva nei giorni in cui il quotidiano Liberazione, organo del Partito della Rifondazione Comunista, apriva una campagna mediatica senza precedenti contro il governo di Cuba, arrivando persino a diffamare i 5 patrioti cubani rinchiusi nelle carceri statunitensi e le loro famiglie.Ci ritorna sibillino l'amaro sarcasmo di Eduardo Galeano: "La conquista dell'America fu un duro e lungo lavoro di esorcismo. Il maligno era così radicato in queste terre che quando sembrava che gli indigeni s'inginocchiassero devotamente di fronte alla vergine, in realtà stavano adorando il serpente che lei schiacciava sotto il piede. [.] I conquistatori compirono la missione di restituire a Dio l'oro, l'argento e le altre molte ricchezze che il Diavolo aveva usurpato". Il Diavolo indigeno che non vuol saperne di padroni.È per questo che l'imperialismo, l'internazionale del crimine a stelle e strisce, è ormai in guerra permanente utilizzando il terrorismo contro l'autodeterminazione dei popoli e per l'accaparramento dei beni comuni, delle materie prime, dell'oro, dell'argento e delle altre molte ricchezze che citava Galeano.Lo va denunciando con forza Fidel Castro da qualche tempo ed argomenti del genere non possono passare inosservati.In Brasile, per esempio, sta crescendo un business incredibile sugli agrocombustibili che sta resuscitando fenomeni schiavistici che molti ritenevano estinti. Tutto lì ruota attorno alla canna da zucchero come in Messico attorno al mais (ve lo abbiamo raccontato sul precedente numero di Nuestra América che ora troverete on-line). L'evidenza è una sola: l'aumento di tali coltivazioni farà vieppiù crescere la fame dei poveri. Come non preoccuparsi, come non essere d'accordo con il Comandante Fidel Castro quando sostiene: "sommate la fame che affligge centinaia di milioni di esseri umani, sommate a questa l'idea di trasformare il cibo in carburante, cercate un simbolo e la risposta sarà George W. Bush".Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara, leaders di quella rivoluzione che è passata alla storia anche per la sua eccezionalità, una rivoluzione che, come i suoi fautori, è brillantemente condannata a restare giovane, ha un comune denominatore a tutta l'America Latina: combattere la fame del popolo.A chiusura di questo editoriale vogliamo ricordarvi l'uscita (settembre 2007) del libro Che Guevara Economista (Jaca Book editore) che il nostro direttore scientifico, Luciano Vasapollo, ha scritto con Alfredo Jam ed Efraìn Echevarrìa ed al quale tutta la nostra redazione, unitamente ad alcuni compagni della Rete dei Comunisti e dell'Associazione marxista "Politica e classe", ha collaborato attivamente per l'avvio di un dibattito serio sui problemi della transizione al socialismo, anche come risposta a chi nel tempo ha annacquato, e a volte stravolto, il pensiero politico ed economico del Che con interpretazioni di comodo che non hanno reso un buon servigio alla sinistra di classe mondiale ed, in particolare, a quella italiana.Su questi temi si terranno presentazioni, convegni, dibattiti e seminari già a partire dal 6 e 7 ottobre con un convegno a Roma, promosso dalla Rete dei Comunisti, sull'attualità del pensiero politico ed economico di Ernesto Che Guevara; l'8 ottobre il libro di Vasapollo, Jam e Echevarrìa verrà presentato dagli autori con un dibattito presso la sede di Roma dell'Ambasciata di Cuba; mentre il 9 dello stesso mese si svolgerà un convegno promosso da Nuestra América e dalla stessa Ambasciata, presso i musei capitolini di Roma sul tema "Ernesto Che Guevara, i giovani e la cultura universale". Ci sembra un buon inizio, buona lettura e buon lavoro a tutti.

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