03 febbraio, 2010
MOVIMENTI SOCIALI DELL'AMERICA SI UNISCONO PER MANTENERE L’HONDURAS NELL'ALBA
28 gennaio 2010
Con lo slogan: “l’Honduras non se ne va dall'ALBA”, i movimenti sociali del Venezuela e dell’Honduras stanno stringendo legami mediante la realizzazione di attività di riflessione, educazione ed azione, affinché i popoli continuino ad innalzare le bandiere della resistenza e della lotta per la difesa della democrazia e dell'integrazione latinoamericana.
Mónica Saiz, membro del comitato promotore del Consiglio dei Movimenti Sociali dell'ALBA-TCP in Venezuela, affermò che anche quando il governo illegittimo di Lobo annuncerà il suo ritiro dall'Alternativa Bolivariana per i popoli della nostra America (ALBA), il popolo honduregno continuerà a farne parte, attraverso l'integrazione delle organizzazioni di base, continuando la resistenza, usando come spazio il Consiglio dei Movimenti Sociali dell'ALBA-TCP, poiché “l'ALBA si costruisce e permane a partire dai popoli”.
La dichiarazione fu fatta nell’ambito del Cineforum “Honduras: Semi di Libertà”, svoltosi questo martedì pomeriggio negli spazi del Parco Centrale. Saiz affermò che la suddetta attività fu realizzata in solidarietà col popolo dell’Honduras, in una data di grande importanza per la resistenza, com’è la presa di possesso di Porfirio Lobo, “come consumazione d'un colpo di stato oligarchico ed imperialista, appoggiato dagli Stati Uniti”.
Germán Espinal, ambasciatore dell’Honduras in Venezuela, da parte sua dichiarò: “Quest’atto è una testimonianza, raccolta da documentaristi venezuelani, alla lotta del popolo honduregno e del Fronte Nazionale di Resistenza, e rappresenta un riconoscimento alla solidarietà che il popolo del Venezuela gli ha offerto”. Affermò che i movimenti popolari iniziano ora una nuova fase di lotta per la restituzione della democrazia partecipativa, che al suo giudizio, si potrà ottenere soltanto mediante un’Assemblea Nazionale Costituente.
“Il movimento della resistenza è un movimento democratico, proseguiremo saldi ad accompagnare il nostro popolo dalle trincee che abbiamo deciso di assumerci personalmente, continueremo a sviluppare la solidarietà nell’ambito dei popoli dell'ALBA e a dare il nostro contributo per rafforzare il Fronte Nazionale di Resistenza”.
Durante l'incontro vennero presentati il documentario “Semi di libertà”, realizzato da ALBA-TV, il quale mostra la realtà della terra di Morazán, nonchè una breve rappresentazione teatrale di cinque minuti, sull'appoggio incondizionato che i popoli dell'America hanno offerto alle lotte del popolo honduregno.
Venne letto il documento redatto dal Consiglio dei Movimenti Sociali dell'ALBA-TCP del Venezuela, con un pronunciamento concreto riguardante “la politica distruttrice che cerca di dividere l'America Latina”.
Guadalupe Rodríguez, membro del movimento sociale “Coordinamento Simón Bolívar”, della comunità 23 Gennaio, informò che, oltre a partecipare a questo tipo di eventi come forma di ripudio verso il colpo di stato, loro sono per le strade, nei quartieri, nelle parrocchie a convocare tutti i movimenti sociali, affinché si uniscano al lavoro già avviato con le organizzazioni popolari honduregne, allo scopo di mantenere quel paese all’interno dell'ALBA.
I leader, uomini e donne, del Consiglio dei Movimenti Sociali dell'ALBA-TCP del Venezuela, hanno assicurato che continueranno a realizzare attività in solidarietà con Honduras, Haiti, e tutti i popoli fratelli dell'America Latina.
Parimenti s’impegneranno ad “appoggiare la formazione del Consiglio dei Movimenti Sociali dell'ALBA-TCP - capitolo Honduras, in alleanza con tutte quelle organizzazioni e movimenti popolari che resistono e si preparano a creare cambiamenti in questo nostro paese fratello centroamericano”. Tutto ciò mirando alla partecipazione al prossimo vertice dell'ALBA, che si svolgerà il prossimo mese d’aprile nella città di Caracas.
Prensa MinCI
http://redsolhonduras.blogspot.com/
Tradotto da Adelina Bottero
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24 gennaio, 2010
URIBE, IL FEDELE PICCIOTTO DEL GRAN CAPITALE E DEL PADRONATO
22 gennaio 2010
Da buon paramilitare al servizio della grande borghesia, Uribe, invece di assistere in questi giorni ai festeggiamenti per l’insediamento -all’insegna della continuità- del Presidente boliviano Evo Morales, si trova a Panama City per partecipare all’ennesimo incontro del ‘Consiglio Imprenditoriale dell’America Latina’.
In questa sede, una delle tante in cui le oligarchie nostrane pianificano insieme alla CIA ed alla Casa Bianca la “riconquista” totale dell’America Latina, il presidente narco-fascista ha tessuto ancora una volta le lodi del libero mercato, segnalando che “eliminare l’iniziativa privata vuol dire condannare i popoli a vivere nella povertá e nell’iniquitá” (sic!)
Evidentemente, la “libera iniziativa” cui fa riferimento il fu pupillo dell’estinto Pablo Escobar non è quella dei piccoli esercizi, degli appezzamenti di terra dei contadini piccoli e medi (a cui li sottrae con la violenza per alimentare il mostro del latifondismo), delle cooperative o delle piccole imprese con una qualche forma di utilità sociale.
Il riferimento, anche se non esplicito, è quello alle grandi imprese ed alle multi/transnazionali che impongono non benessere con equità e sviluppo sostenibile, bensì sfruttamento selvaggio della forza lavoro, saccheggio incontrollato delle risorse naturali della nostra Abya Yala, devastazione ecologica, licenziamenti a raffica, fughe di capitali, precarizzazione generalizzata del lavoro e della vita, disoccupazione e povertà a decine di milioni di colombiani (e latinoamericani).
Un’infame stoccata, del tutto causale e non casuale, alla recentissima espropriazione dei supermercati in Venezuela del colosso franco-colombiano Exito, che il Presidente Chávez ha decretato per bloccare la speculazione sui prezzi portata avanti senza soluzione di continuità dalla grande distribuzione privata, in chiave affaristica ma anche controrivoluzionaria e destabilizzatrice.
Uribe ha aggiunto che laddove “l’iniziativa privata è stata limitata, si è istaurata la pigrizia del popolo”, citando l’Unione Sovietica per “non parlare di esempi vicini” (ispe dixit), ossia Cuba e Venezuela. Si è però dimenticato di dire che la sua “iniziativa privata”, e cioè il capitalismo, fa acqua da tutte le parti, sta distruggendo il pianeta e getta nella miseria e nella fame sempre più persone in tutto il mondo, mentre Cuba e Venezuela sono esempi di dignità e giustizia sociale.Non soddisfatto, il mafioso del Palacio de Nariño ha dispensato la propria personalissima ricetta in cinque punti, per quello che ha definito “miglioramento democratico”: sicurezza, difesa delle libertà, coesione sociale, rispetto delle istituzioni democratiche che collaborino con gli obiettivi dello Stato e, dulcis in fundo, trasparenza.
Tante volte abbiamo udito e denunciato gli strilli di questo ladrone che grida “al ladro!”, ma questa volta si è coperto di ridicolo come non mai.
Infatti, costui confonde il terrorismo di Stato (di cui è il principale mandante) con la “sicurezza”, la difesa imperterrita della facoltà di assassinare, sfollare e incarcerare il popolo con “le libertà”, lo sterminio di chi lotta e resiste con la tanto cara ai ricchi “coesione sociale”, la concentrazione forzata dei poteri in stile fascista con la “difesa delle istituzioni”, e l’esecutivo più corrotto, clientelare, demagogico e compenetrato col paramilitarismo ed il narcotraffico che mai abbia governato la Colombia con la “trasparenza”.
La parabola di Uribe, molto più discendente di quanto molti non pensino, è fatta di narcotraffico, paramilitarismo, terrorismo di Stato, corruzione a tutti i livelli, svendita vergognosa della sovranità nazionale ed ecatombe morale, politica ed economica della Colombia. Solo un fascista della sua risma poteva bombardare paesi vicini come l’Ecuador, mandare militari e paramilitari (cioè la stessa cosa) in Iraq e in Afganistan, riconoscere e sostenere il fraudolento regime nato dal golpe made in USA in Honduras, congratularsi per primo con il neoeletto pinochetista cileno Piñera, regalare il Paese al South Com del Pentagono e lavorare a testa bassa per togliere di mezzo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana.
Uribe, oltre ad essere una velenosa marionetta dell’imperialismo in America Latina, è un fedele e ligio picciotto al servigio del padronato criollo. E’ alle dipendenze, dunque, dei due poteri forti che hanno in comune un orizzonte strategico di difesa della loro egemonia/dominazione, nonché l’impellenza tattica di far pagare la crisi strutturale e sistemica del capitalismo ai popoli, sulle cui spalle essa va scaricata a qualunque costo.
Un criminale così, acerrimo nemico della pace con giustizia sociale ed autore intellettuale e materiale di innumerevoli crimini di lesa umanità, non può restare impunito. Qualora, una volta privo della blindatura e dell’impunità presidenziali, la cosiddetta giustizia internazionale non lo perseguisse alla stregua di Fujimori (altro dittatore decaduto), ci penserà la giustizia popolare, con tutto il rigore e la determinazione del caso, a presentargli il conto con gli interessi!
*Analista politico ecuatoriano
Traduzione a cura dell’Associazione nazionale Nuova Colombia
www.nuovacolombia.net
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16 gennaio, 2010
Evo Morales: con Micheletti abbiamo un secondo Pinochet in America Latina
Morales ha criticato il golpista Micheletti che ha deposto violentemente lo scorso 28 giugno 2009 il presidente legittimo dell’Honduras, Manuel Zelaya, con la scusa che cercava di perpetuarsi nel potere.
Il tiranno Micheletti ha poi sommerso il paese in una crisi politica di proporzioni enormi, ed ha celebrato delle elezioni fasulle per cercare di legittimare il suo governo davanti alla comunità internazionale.
Per lo statista boliviano, “la storia si ripete ora in Honduras, ma presto o tardi saranno i popoli che giudicheranno i golpisti ed i traditori”, ha concluso.
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06 gennaio, 2010
Trenta morti affossano la libertà di stampa latinoamericana
L'America latina conta trenta giornalisti uccisi nel solo 2009
Trenta. L'America Latina, il continente riemerso dall'oblio forzato in cui dittature e oppressione l'avevano forzatamente rilegato, sta finalmente tornando alla vita grazie a una maggioranza di governi progressisti che soffiano sulla polvere di un passato di morte e miseria, ma ancora c'è molta strada da fare. Quello che era il vecchio cortile dello Zio Sam, ha sì nuova vita e nuove speranze, ma le libertà finora conquistate devono ancora fare i conti con corruzione e violenze incancrenite. Un dato, fra gli altri, fotografa quanta strada c'è ancora da percorrere sulla via per la piena libertà: il 2009 ha visto trenta giornalisti morti ammazzati per aver osservato, raccontato, diffuso in nome del diritto di ogni cittadino a essere informato. Di questi, tredici sono stati uccisi nel solo Messico, che si converte nel paese latinoamericano più rischioso per i giornalisti che perseguono la verità. Subito a ruota si piazza la Colombia, con sei morti, quindi il Guatemala con quattro, l'Honduras e il Brasile con due e infine il Salvador, il Venezuela e il Paraguay con uno. Il continente latinoamericano, dunque, in un contesto di crisi economica globale, negli ultimi dodici mesi ha segnato il passo in materia di libertà di stampa e dei diritti dei lavoratori dei mezzi d'informazione, colpiti da licenziamenti e cassa integrazione. A denunciarlo è la Federazione dei giornalisti dell'America latina e del Caraibi.
Gli omicidi, le aggressioni, sono stati nella maggioranza dei casi legati a casi di corruzione. Le vittime solitamente non sono però direttori o giornalisti di grandi media. Salvo casi eccezionali, vengono uccisi comunicatori di mezzi di informazione locali o comunitari oppure corrispondenti di grandi testate ma inviati in piccole località. L'intento, nel 2009, è stato comunque quello di eliminare la notizia. Per questo, in Messico, Colombia, Guatemala, Honduras, Brasile, Paraguay e Venezuela è stato deciso di "uccidere il messaggero".
Il Messico è in piena crisi umanitaria. I tredici giornalisti assassinati ne sono l'esempio lampante. Dietro c'è un grave connubio tra narcotrafficanti e governo, dato che l'impunità regna incontrastata. Aggressioni, intimidazioni, minacce sono la norma per tutti quei professionisti dell'informazione che si pongono con spirito critico e indipendente. Il risultato è o l'autocensura o la morte. Medesima situazione in Colombia, un paese piegato da una guerra interna cinquantennale, dove sguazzano incontrastati narcotraffico e corruzione. Specialmente nelle file governative. E infatti "è il medesimo governo a minimizzare i crimini contro i giornalisti, l'aumento esponenziale degli attacchi violenti contro i comunicatori sociali e la persecuzione verso giudici e magistrati, di cui è il principale artefice, ma che grazie a una suggestiva campagna internazionale riesce a mascherare e negare", spiegano dalla Federazione. Esemplare del clima che si respira in Colombia è la fine che ha fatto il progetto di legge per depenalizzare il reato di ingiuria e calunnia, che adesso irretisce pesantemente la libertà di stampa: eclissato dai dibattiti sulla seconda rielezione dell'onnipresente Alvaro Uribe.
"In Venezuela, invece, le aggressioni avvengono principalmente dallo Stato - denuncia la Federazione - attraverso attacchi di simpatizzanti del governo ai giornalisti e mediante i mancati rinnovi delle licenze ai mezzi di informazione dell'opposizione o semplicemente critici verso le politiche ufficiali". Questa la posizione della Federacion de periodistas, ma sul Venezuela va precisato che, secondo i dati dell'Osservatorio Internazionale sui Media, la gran parte dell'informazione è privata e apertamente schierata con l'opposizione. Tre quarti dei media non fanno che attaccare il governo di Hugo Chavez, dimenticando di perseguire la verità mantenendo una posizione super partes. Certo il ricorso alla violenza non è mai giustificato, nemmeno nel Venezuela bolivariano, dove si conta un giornalista assassinato negli ultimi dodici mesi.
Sono un centinaio, invece, quelli aggrediti nella Repubblica Dominicana, mentre in Honduras la situazione della libertà di stampa è ormai gravissima. Dopo il colpo di stato del 28 giugno 2009, la repressione contro i media che si sono mostrati critici contro i golpisti è stata sistematica. Perseguitati anche i giornalisti internazionali accorsi nel paese. Due quelli uccisi.
Un peggioramento si è registrato anche nel democratico Brasile, l'unico paese che contemplava giuridicamente l'esigenza di un titolo professionale per esercitare il giornalismo, sbarramento che avrebbe dovuto garantire una certa qualità all'informazione. Avrebbe, dato che il Tribunale supremo, a cui erano ricorsi le lobby dell'editoria, ha appena tolto il paletto aprendo la strada a chicchessia.
Non va meglio in Perú dove, nonostante non sia siano registrati morti ammazzati tra i giornalisti, le aggressioni superano quelle di qualsiasi paese della regione: 180 casi. Il più emblematico, la chiusura forzata di Radio La Voz di Bagua, emittente indipendente castigata per motivi politici solo per aver reso pubblica la verità su quanto accaduto durante la mattanza per mano della polizia contro gli indigeni amazzonici del 5 giugno scorso.
Ottimi passi avanti invece in Argentina, dove è stata approvata la Legge dei Media, che combatte i monopoli dei mezzi d'informazione. Essendo stata redatta da sindacati, Ong e organizzazioni sociali e coordinata dalla Federazione argentina dei lavoratori della stampa è una legge esemplare per molte realtà.
Qualche gradino è stato salito anche dall'Uruguay, che è riuscito a ottenere la depenalizzazione dei reati a mezzo stampa.
http://it.peacereporter.net/articolo/19623/Trenta+morti+affossano+la+libert%26agrave%3B+di+stampa+latinoamericana
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29 ottobre, 2009
Esercitazione militare riapre antiche ferite in America latina
Un’isola del Pacifico disputata da due paesi; poi, improvvisa, l’occupazione da parte delle forze armate di uno di essi. Il contendente invoca l’intervento delle Nazioni Unite. Scatta l’ultimatum: “o vi ritirate o sarà dato il via alle operazioni aeree combinate di una coalizione internazionale”. Gli occupanti fanno orecchie da mercante e in men che non si dica, sull’isola scoppia l’inferno. Centinaia d’incursioni aeree, bombardamenti aria-terra, lanci di paracadutisti, atterraggi di aerei ed elicotteri da trasporto, sbarco di uomini e mezzi pesanti, evacuazione di civili. La potenza di fuoco scatenata dalle forze della coalizione internazionale è di tale intensità da non dare scampo agli invasori. L’“ordine internazionale” viene ripristinato.
È lo scenario dell’ennesima esercitazione in America latina delle forze aeree di Stati Uniti, Francia e delle maggiori potenze regionali, Cile, Brasile ed Argentina. Teatro dei war games, il grande deserto di Atacama, regione all’estremo nord del Cile. Denominata “Salitre 2009” , è la più grande delle operazioni aeree della storia del continente, ed ha preso il via a metà ottobre per concludersi solo alla fine del mese. L’“isola che non c’è” si estende su un territorio che comprende le basi aeree “Los Cóndores” di Iquique e “Cerro Moreno” di Antofogasta, più il porto a sud di Patache. A fronteggiarsi 1.400 militari cileni e 400 stranieri, ed un inverosimile numero di aerei ed elicotteri da guerra: cacciabombardieri F-5 ed F-16 cileni, A-1 brasiliani, A-4AR argentini, Mirage 2000 francesi; aerei cargo e cisterna KB-707 ed EB-707 cileni e KC-130 argentini. Altrettanto agguerrito lo schieramento dell’US Air Force, ormai di casa negli scali aerei settentrionali cileni: 6 caccia F- 15C del 122nd Fighter Squadron (Guardia Nazionale della Louisiana); 2 aerei da trasporto HC-130 “Hercules” del 71st Rescue Squadron; 2 velivoli per il rifornimento in volo KC-135 del 197th Aerial Refueling Squadron (Guardia Nazionale dell’Arizona). All’esercitazione, in qualità di osservatori, partecipano pure alti ufficiali delle forze aeree di Venezuela, Ecuador, Messico e Bolivia.
“Gli scenari sperimentati con Salitre avranno un’ampia applicazione per gli interventi di guerra o di supporto a missioni civili in qualsiasi parte del mondo”, ha dichiarato il colonnello Bryan Bearden, direttore operativo di AFSOUTH, il Comando Sud delle forze aeree USA. “L’esercitazione rappresenta un’importante occasione per i nostri piloti di lavorare insieme ai colleghi latinoamericani. Ciò consentirà a tutti di sostenere le operazioni di una coalizione internazionale, così come le missioni globali di stabilizzazione e peacekeeping delle Nazioni Unite, l’intervento armato a rispetto delle zone “no-fly” o il pattugliamento delle aree infestate dai pirati”.
Se nei disegni di Washington le azioni aeree di “Salitre” dovevano rafforzare la propria egemonia nel continente latinoamericano, hanno invece avuto l’effetto di riaprire antiche ferite tra i gruppi dirigenti nazionalisti di due partner strategici dell’area andina, Cile e Perù. Nei piani originari, era prevista infatti la simulazione di un’operazione di “ristabilimento dell’ordine internazionale” dopo un conflitto tra due stati confinanti in disaccordo sulle rispettive frontiere terrestri e marittime. Più specificatamente si accennava “ad un paese vicino che minacciava la pace non rispettando i trattati internazionali”, formula che secondo il governo e la stampa peruviana alludeva apertamente alla querelle diplomatica risalente alla fine del 19° secolo, quando il Cile sconfisse militarmente Perù e Bolivia, annettendosi ampi territori meridionali dei due paesi. Una diatriba strumentalizzata periodicamente dall’una o dall’altra parte, riacutizzatasi nel gennaio 2008 con la presentazione, da parte peruviana, di una richiesta alla Corte dell’Aja per il riconoscimento dei diritti su un’area dell’Oceano Pacifico sotto controllo cileno. Invitata a partecipare alle manovre nel deserto di Atacama, l’aeronautica militare peruviana ha così scelto di disertare l’evento, ritenendolo “inopportunoe ed inappropriato”.
“Qualsiasi paese ha il diritto di realizzare manovre militari nel suo territorio, ma il nome di questa esercitazione ci fa ricordare l’infausta guerra del Pacifico dove proprio il Salitre fu la causa di divisione che condusse il Cile ad impossessarsi dei territori peruviani e boliviani”, ha affermato lo specialista in diritto internazionale, Julián Palacin Fernández, peruviano. “Non vorremmo dunque pensare che queste manovre mascherino una minaccia di uso futuro della forza nel caso in cui fosse costretto ad accettare una sentenza avversa all’Aja”.
Ancora più pesanti le parole del congressista del Partido Aprista (al governo), Javier Valle Rientra, controverso ex primo ministro di Alberto Fujimori. “Dobbiamo vigilare seriamente la postura cilena”, ha dichiarato. “Per noi Pinochet e la presidente Michelle Bachelet sono gli stessi, uno è un autoritario di destra, l’altra è un’autoritaria di pseudo-sinistra. Ed entrambi hanno mantenuto una posizione fondamentalmente antiperuviana”. Le risposte dall’altra parte della frontiera non si sono fatte attendere. “Salitre 2009 si sta svolgendo in modo impeccabile e risponde all’esercizio della sovranità”, ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati, Rodrigo Alvarez. “Il Perú ha aperto una controversia artificiale, auto-emarginandosi dalla realizzazione di queste esercitazioni, adducendo un falso atteggiamento armamentista del Cile”. Ad inasprire i toni ci ha pensato poi il candidato di estrema destra alle prossime elezioni presidenziali cilene, Sebastián Piñera, che in occasione della presentazione di una guida turistica francese che sposa le ragioni di Lima sulle frontiere marittime, ha promesso di difendere “con forza”, da futuro Presidente del Cile, “ogni centimetro del suo territorio ed ogni centimetro del suo mare”. Dulcis in fundo la decisione della Bachelet di partecipare alla cerimonia di chiusura di “Salitre 2009” , congiuntamente al ministro della difesa e alle maggiori cariche civili e militari cilene.
Preoccupato per il clima di tensione tra i due importanti partner della regione andina, il Dipartimento della Difesa USA ha imposto alle forze armate cilene di “riaggiustare” lo scenario e le finalità dell’esercitazione, eliminando ogni allusione a “conflitti su frontiere terrestri e marittime di due paesi confinanti”. A Washington è ancora forte il ricordo di quanto accadde nel Cono Sud nel 1978, quando la disputa su tre isole del Canale di Beagle (Terra del Fuoco) rischiò di condurre ad una guerra aperta tra i regimi dittatoriali di Cile ed Argentina, fedeli alleati degli Stati Uniti nella lotta mondiale al “comunismo”. Il Perù è una pedina fondamentale del cosiddetto “Plan Colombia –Patriota”,finalizzato all’accerchiamento e all’eliminazione delle forze guerrigliere colombiane e alla pressione militare sul governo bolivariano del Venezuela. Il Cile guida il ristretto club dei paesi emergenti che gli Stati Uniti vorrebbero integrare in una grande NATO intercontinentale. Come auspicato in un articolo pubblicato nel gennaio 2009 dal Progressive Policy Institute (istituto vicino al Partito democratico e ai coniugi Clinton), “l’amministrazione Obama non deve perdere l’opportunità di guidare la trasformazione della NATO da un patto Nord America-Europa ad un’alleanza globale di nazioni libere, aprendo le sue porte a Giappone, Australia, India, Cile e ad altre stabili democrazie”. Per Rick Rozoff di Global research, gli Stati Uniti devono puntare ad integrare “Cile, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda, quattro paesi a nord dell’Oceano Antartico” nelle “alleanze militari occidentali come la NATO ”. “Il valore militare strategico e l’importanza dell’Antartico sta crescendo tantissimo”, scrive Rozoff. “Una battaglia maestosa è in atto per assicurarsi il controllo sulle vaste regioni dell’Antartico e sulle sue risorse naturali sino ad oggi inesplorate (petrolio, minerali, acqua dolce, fauna ittica)”.
Cresce intanto il volume degli aiuti USA a favore delle forze armate cilene. Per l’acquisto di sistemi d’arma e l’organizzazione di attività di addestramento, si è passati da 1.804.000 dollari dell’anno 2005, a 2.971.000 dollari per il 2010. Complessivamente, nell’ultimo quinquennio, l’aiuto militare statunitense ha superato i 13.600.000 dollari.
Secondo il quotidiano messicano La Jornada , sotto la presidenza della “progressista” Michelle Bachelet, il Cile ha speso quasi 2 miliardi di dollari nell’acquisto di armamenti pesanti, tra cui 140 carri armati “Leopard 2” , 8 elicotteri da trasporto “AS 535 Cougar”, missili portatili anticarro “AT-4 Saab”, 24 cannoni da 155 millimetri a lungo raggio, 18 cacciabombardieri F-16, 60 carri leggeri “M- 41” , 7 cacciatorpediniere e 2 sommergibili della classe “Scorpion”. Nel febbraio 2010 l’US Navy consegnerà alla marina cilena la nave cisterna “Andrew J. Higgins”, già utilizzata dal Military Sealift Command per il rifornimento della flotta e dei caccia ospitati a bordo delle portaerei USA. Piccoli apprendisti stregoni crescono…
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15 ottobre, 2009
Nuova task force USA per intervenire in America latina
Negli stessi giorni in cui è stata ufficializzata l’assegnazione del premio Nobel per la pace al presidente Barack Obama, il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha annunciato la costituzione di una nuova e potentissima task force aeronavale destinata a presidiare i mari del contiente latinoamericano. Si tratta del Carrier Strike Group CSG 1 e il suo comando operativo sarà attivato a San Diego (California). Come dichiarato dal Comando della III Flotta dell’US Navy che ne coordinerà gli interventi, “il CSG 1 sosterrà la strategia marittima nazionale, aiuterà nella promozione delle partnership regionali, farà da detterente alle crisi, proietterà la potenza militare USA, promuoverà la sicurezza navale e fornirà assistenza in caso di disastri naturali all’interno di una vastissima area di operazioni dell’Oceano Pacifico”. La prima missione della forza aeronavale prenderà il via nella primavera del 2010 e si realizzerà “nelle acque del Sud America”.
Imponente la potenza di fuoco del nuovo strumento di intervento militare statunitense. Al Carrier Strike Group saranno assegnati una portaerei a propulsione nucleare, cinque fregate e due incrociatori lanciamissili, un centinaio tra cacciaintercettori, aerei a decollo verticale ed elicotteri, più alcune navi appoggio e di trasporto gasolio e munizioni. La nave ammiraglia sarà la USS Carl Vinson (CVN 70), portaerei della classe “Nimitz”, 103.000 tonnellate di stazza e una lunghezza di 332 metri , dotata di due reattori atomici della potenza di 194 Mw. Armata con sistemi missilistici Mk 57 “Sea Sparrow”, nel 2005 la Carl Vinson ha operato per sei mesi nel Golfo Persico appoggiando le operazioni di guerra in Iraq. Successivamente la portaerei è stata sottoposta a complessi lavori di manutenzione presso i cantieri navali di Newport (Virginia), di proprietà della Northrop Grumman, il gigante del complesso militare industriale USA che ha prodotto i velivoli senza pilota Global Hawk che stanno per giungere nella base siciliana di Sigonella. I lavori alla Carl Vinson, completati qualche mese, hanno permesso la “modernizzazione dei sistemi di combattimento e delle capacità operative dei velivoli trasportati” e il “rifornimento degli impianti di propulsione nucleare necessario a prolungarne il funzionamento per altri 25 anni”. Il gruppo aereo che sarà trasferito a bordo della porterei sarà il Carrier Air Wing Seventeen (CVW-17), con base a Oceana (Virginia), sino al giugno 2008 operativo dalla portaerei USS George Washington. Il CVW è composto da cinque squadroni dotati di caccia F/A-18E “Super Hornet” ed elicotteri per la guerra aeronavale ed elettronica, l’intercettazione e la distruzione di unità di superficie, sottomarini, aerei e sistemi missilistici nemici. Le capacità belliche del gruppo di volo sono state ripetutamente utilizzate dal Pentagono in occasione della prima e della seconda Guerra del Golfo e, più recentemente, nel novembre 2007, durante la sciagurata controffensiva alleata a Fallujah (Iraq), quando furono eseguite sino a quaranta missioni di bombardamento al giorno.
Della nuova task force aeronavale faranno pure parte il Destroyer Squadron - DESRON 1, costituito da cinque fregate della classe “Oliver Hazard Perry” (tutte dotate di cannoni Oto Melara 76mm/62 e Phalanx CIWS, lanciatori per missili “SM-1MR” ed “Harpoon” ed elicotteri “SH-60 Seahawk Lamps III”) e dagli incrociatori USS Bunker Hill e Lake Champlian della classe “Ticonderoga”, equipaggiati con sistemi missilistici a lancio verticale “Mk. 41 VLS”, missili RGM-84 “Harpoon” e “BGM-109 Tomahawk”, quest’ultimi a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Il Bunker Hill ha partecipato nel gennaio 2007 alle operazioni di bombardamento USA in Somalia in contemporanea all’invasione del paese da parte delle forze armate etiopi.
La proiezione della forza aeronavale nell’intero continente esalterà ulteriormente il ruolo assunto dall’US Southern Command - SOUTHCOM (il Comando Sud delle forze armate USA con sede in Florida), nella pianificazione della strategia politica e militare degli Stati Uniti verso l’America latina. Il Comando, in particolare, ha pubblicato nel 2007 un documento dal significativo titolo “US Southern Command - Strategy 2016 Partnership for the America”, in cui si delineano le ragioni e gli obiettivi della presenza militare statunitense nell’area per il prossimo decennio. Come evidenziato da Gabriel Tokatlian, docente di Relazioni Internazionali dell’Università San Andrés di Buenos Aires, si tratta del “piano strategico più ambizioso per la regione che sia mai stato concepito da diversi anni a questa parte da un’agenzia ufficiale statunitense”. Nelle pagine del report, SOUTHCOM si erge ad organizzazione leader, tra quelle esistenti negli Stati Uniti d’America, per assicurare “la sicurezza, la stabilità e la prosperità di tutta l’America”. Ampio il ventaglio degli obiettivi strategici da conseguire entro il 2016: tra essi, una “migliore definizione del ruolo del Dipartimento della Difesa nei processi di sviluppo politico e socioeconomico del continente”; la “negoziazione di accordi di sicurezza in tutto l’emisfero”; l’“attribuzione a nuovi paesi della regione dello status di alleato extra-NATO” (oggi lo è la sola Argentina); la “creazione e l’appoggio di coalizioni per eseguire operazioni di pace a livello regionale e mondiale”; l’identificazione di “nazioni alternative disponibili ad accettare immigrati” e “stabilire relazioni per affrontare il problema delle migrazioni di massa”. L’US Southern Command punta inoltre a sviluppare programmi continentali di “addestramento nel campo della sicurezza interna”; sostenere l’iniziativa di un “battaglione congiunto delle forze armate centroamericane per realizzare operazioni di stabilizzazione”; incrementare il numero delle cosiddette “località di sicurezza cooperativa” (si tratta di basi di rapido dispiegamento come quelle recentemente concesse alle forze armate USA dal governo colombiano di Alvaro Uribe).
In vista della riaffermazione egemonica delle forze armate USA in quello che da sempre viene considerato il “cortile di casa”, l’1 luglio 2008 è tornata ad essere operativa la IV Flotta dell’US Navy, disattivata dal Pentagono nel 1950.
Il quartier generale della IV Flotta è stato emblematicamente stabilito presso la stazione navale di Mayport, Florida, sede dell’US Southern Command, e il comando diretto della flotta è stato attribuito al comandante in capo dell’US Naval Forces Southern Command (NAVSO), la componente navale di SOUTHCOM. “ La IV Flotta opera di concerto con le componenti navali, sottomarine ed aree, le forze di coalizione e le Joint Task Forces di SOUTHCOM in una vastissima aerea geografica comprendente i Caraibi, il Centroamerica e il Sud America”, spiega Washington. “Con lo scopo di rafforzare l’amicizia e la partnership con i paesi della regione, la IV Flotta supporta direttamente la Strategia Marittima USA, conducendo principalmente le missioni di appoggio alle operazioni di peacekeeping, l’assistenza medica ed umanitaria, il pronto intervento in caso di disastri, la realizzazione di esercitazioni marittime d’interdizione e di addestramento militare bilaterale e multinazionale, l’azione anti-droga, la lotta al terrorismo internazionale e al traffico di persone”. A conferma dell’obiettivo di “militarizzare” ogni aspetto civile, sociale e di “cooperazione”, si puntualizza che per la pianificazione e l’esecuzione delle proprie missioni, la IV Flotta opererà “accanto alle organizzazioni non governative, alle agenzie che rappresentano le nazioni partner e alle organizzazioni internazionali”.
La riproposizione della politica delle cannoniere in Sud America e nei Caraibi risponde alla necessità di rafforzare il presidio delle rotte commerciali regionali, fondamentali per l’economia statunitense, e di protezione dell’accesso e del controllo delle grandi corporation sulle incomparabili risorse energetiche, minerarie ed idriche del continente. Il Pentagono non nasconde inoltre che le task force navali siano state costituite come forma di pressione politico-militare contro i governi più o meno progressisti che guidano ormai buona parte dei paesi del continente americano. La IV Flotta è risorta nel momento in cui si sono consolidate istanze di coordinamento politico, sociale ed economico regionale come Unasur, il Mercosur e l’Alba, ed è stato costituito il Consiglio di Difesa sud-americano, un organo di cooperazione tra le Forze Armate del continente che, tra ambiguità di fondo e latenti divisioni interne, ha tuttavia escluso la presenza statunitense.
Come successo in Africa con la costituzione del nuovo comando delle forze armate USA che sovrintende a tutte le operazioni nel continente (AFRICOM), i processi di militarizzazione dell’America latina sono stati accelerati per rispondere alla penetrazione economica e finanziaria della Cina. L’intercambio bilaterale del gigante asiatico con il continente ha raggiunto nel 2007 la ragguardevole cifra di 100 miliardi di dollari. Dall’aprile del 2009 la Cina è divenuta la principale partner commerciale del Brasile, il paese sudamericano con il tasso di crescita più rilevante, scavalcando nettamente gli USA. La Cina si sta affermando inoltre come il principale mercato di esportazione del Cile, il secondo di Argentina, Perù, Costa Rica e Cuba, il terzo di Venezuela e Uruguay. I settori d’intervento sono molteplici: innanzitutto quello petrolifero (Pechino ha assicurato un prestito per 10 miliardi di dollari all’impresa petrolifera brasiliana Petrobras ed ha investito diverse centinaia di milioni di dollari nei giacimenti di Caracoles e dell’Orinoco in Venezuela e di Talara in Perù); il minerario (zinco in Perù, ferro in Brasile, rame in Cile); l’industria agroalimentare (Argentina), meccanica ed elettronica (ancora Brasile, Perù, Uruguay e Cuba). Durante il primo anno di vita della Zona Franca di Nueva Palmira, sul Rio Uruguay, dove sono convogliate alcune produzioni agricole e forestali di Argentina, Brasile meridionale e Paraguay, la Cina compare come maggiore paese di destinazione finale delle merci (oltre 560.000 tonnellate, il 31% del totale, in buona parte soia e cellulosa). Tra i prodotti di alta tecnologia esportati al continente latinoamericano, ci sono pure i sistemi di tele-sorveglianza dei centri urbani. Il governo frenteamplista uruguaiano ha affidato alla ZTE Corporation di Pechino una commessa di 12 milioni di dollari per la fornitura di telecamere a circuito chiuso da installare in porti, aeroporti, piazze e strade del paese sudamericano.
Tra coloro che manifestano maggiore preoccupazione per l’avanzata economico-finanziaria cinese in America latina ci sono i manager dell’industria bellica statunitense. Sulla nota rivista del settore Air & Space Power Journal, nel novembre del 2006 è apparso un lungo articolo dedicato alla presenza del colosso asiatico in America latina, la cui pericolosa conseguenza sarà “la trasformazione dei porti del Pacifico” e il “cambiamento nella struttura economica con la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero”. Ergo, gli estensori ribadivano il “diritto e il dovere” degli Stati Uniti di “vigilare sulle modalità con cui questo intervento si ripercuote nella salute pubblica, sociale ed economica dell’emisfero occidentale”. Roger Noriega, ex segretario di Stato per gli Affari dell’Emisfero Occidentale, ha dichiarato di fronte al Congresso che “gli Stati Uniti continueranno ad osservare da vicino la strategia cinese di avvicinamento all’America latina, in modo da assicurare che essa sia compatibile con il progresso registrato nella regione nell’affermazione della democrazia rappresentativa. Un progresso duramente guadagnato…”.
Ulteriore elemento di preoccupazione per Washington, gli accordi di cooperazione nel settore militare sottoscritti dalla Cina con paesi della regione, in particolare quello che ha visto l’invio di personale militare venezuelano in Asia per la formazione nella gestione dei satelliti di telecomunicazione. Motivo di allarme tra gli strateghi statunitensi anche la crescente presenza di società della Cina nei porti di Balboa e Cristobal, nel Canale di Panama. “Queste compagnie sono controllate da cinesi comunisti che hanno ottenuto un bastione nel Canale senza sparare un solo colpo, cosa che invece è costata lunghi sforzi al nostro paese”, ha dichiarato qualche tempo fa il portavoce del Comando SOUTHCOM. Attraverso il Canale di Panama transita attualmente il 5% del commercio globale e più dei due terzi delle imbarcazioni sono dirette a porti degli Stati Uniti. Un’importanza economica destinata a crescere ulteriormente adesso che hanno preso il via i lavori di ampliamento del sistema di chiuse per consentire il transito a navi fino a 366 metri di lunghezza e 50 di larghezza, capaci di trasportare fino a dodicimila container, o alle petroliere in grado di stivare sino ad un milione di barili di greggio. I lavori nel Canale di Panama saranno completati entro il 2014 e costeranno più di 5,25 miliardi di dollari. Ad aggiudicarsi una porta sostanziale delle commesse un consorzio guidato dall’italiana Impregilo.
Proprio nel Canale di Panama, meno di un mese fa si è tenuta una mega-esercitazione aeronavale (PANAMAX 2009) promossa dall’US Southern Command. “Un’esercitazione insostituibile per continuare ad assicurare la difesa di questo corridoio strategico e prevenire un ampio spettro di possibili minacce, inclusi gli atti terroristici”, ha dichiarato il colonnello Michael Feil, comandante di US Army South e direttore delle operazioni aereonavali nel Canale. “Le organizzazioni terroristiche transnazionali hanno come obiettivo quello di influenzare i paesi e convincerli ad opporsi alla partnership con gli Stati Uniti d’America. Attaccando il Canale di Panama essi colpiranno i beni che vi transitano e incoraggeranno i paesi ad ascoltarli”. “PANAMAX tiene insieme i paesi che sono d’accordo a sostenere lo sforzo per la sicurezza del Canale”, ha concluso il colonnello Feil. “I paesi partecipanti ne riconoscono il ruolo e l’importanza nel mantenere gli standard di vita e l’economia dei popoli della regione”.
All’importante esercitazione hanno partecipato 4.500 militari, 30 navi da guerra e decine di cacciabombardieri di Stati Uniti e venti nazioni straniere (Argentina, Belize, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Olanda, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana ed Uruguay). PANAMAX è stata l’occasione perché la IV Flotta USA potenziasse sul campo capacità e funzioni, sperimentando tecniche d’intervento contro la pirateria navale e l’uso di velivoli senza pilota UAV. A conclusione di PANAMAX 2009, la IV Flotta ha ottenuto la pre-certificazione di Maritime Operations Center (MOC), il “congiunto di flessibilità e prontezza operativa”, necessari secondo la US Navy , per il “controllo delle missioni navali a livello bellico, d’intelligence, logistico e del settore delle telecomunicazioni”. “ La IV Flotta – spiega SOUTHCOM - può condurre da oggi l’intero spettro delle operazioni di sicurezza marittima in appoggio agli obiettivi USA di cooperazione che promuovono la costruzione di alleanze e impediscono i tentativi di aggressione”.
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12 ottobre, 2009
Con Bush od Obama i piani degli Stati Uniti per L’America Latina sono sempre gli stessi
10 giugno, 2009
continua la campagna di Survival per la ratifica della CONVENZIONE ILO 169
FIRMA subito la petizione di Survival per la ratifica della 169 da parte dell'Italia:http://www.survival.it/intervieni/petizione/169
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Solidarietà internazionale con i popoli dell'Amazzonia del Perù
» Abitanti delle Americhe
» Campagna Sfratti Zero
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L'IAI allerta sulla crisi umanitaria dei popoli dell'Amazzonia del Perú
Venerdì 5 giugno 2009, un contingente della polizia militare pesantemente armato e accompagnato da personale specializzato delle Forze Armate, ha aperto il fuoco contro un migliaio di indigeni che protestavano a Bagua, nel nord-est del Perù, chiedendo l'abrogazione di una serie di leggi promosse dal governo per privarli delle loro terre a beneficio delle multinazionali che cercano di appropriarsi dell'Amazzonia.
Almeno 25 manifestanti, 2 giornalisti che stavano seguendo gli avvenimenti e 11 poliziotti sono morti. Al momento oltre mille indigeni stanno occupando gli impianti di Petroperù nella stessa zona, circondata da un cordone di poliziotti. Minacciano di far saltare lo stabilimento se le forze dell'ordine cercassero di entrare a forza.
Facciamo appello alle persone di buona volontà, alle organizzazioni sociali, alle istituzioni della società civile, ai governi locali e regionali democratici ad unire le forze e a realizzare una campagna internazionale di solidarietà contro il genocidio del popolo dell'Amazzonia peruviana. A tale fine IAI appoggia la creazione di un comitato internazionale di solidarietà che rimarrà in contatto diretto e permanente con le popolazioni colpite.»
L'IAI allerta sulla crisi umanitaria dei popoli dell'Amazzonia del Perú
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08 giugno, 2009
Perù: nella Giornata dell'Ambiente assassinati 30 difensori della Madre Terra
Sabato 06 Giugno 2009 10:14 A Sud
Il governo aprista di Alan García Pérez ha dato il via all'alba di ieri ad una brutale repressione nell'Amazzonia Peruviana contro i popoli indigeni in agitazione pacifica per chiedere la revoca dei decreti incostituzionali emessi dal governo per favorire l'implementazione del TLC con gli Stati Uniti , in violazione dei diritti costituzionali e dei trattati internazionali sottoscritti dal Perù. Le informazioni sono confuse, non ci sono cifre ufficiali, ma le fonti parlano ormai di 30 morti accertati. Leggi il primo bollettino diffuso ieri dalla CAOI
La repressione è scattata a pochi giorni dalla conclusione del IV Vertice Continentale dei Popoli di Abya Yala, durante il quale le popolazioni indigene del continente avevano espresso totale appoggio alla lotta del popolo amazzonico peruviano. Leggi la Dichiarazione Finale
Da due mesi infatti le popolazioni indigene del Perù stanno portando avanti mobilitazioni pacifiche in difesa dell'Amazzonia, confluite in un massiccio sollevamento popolare appoggiato via via da altri settori sociali del paese.
Per approfondire leggi: Esplode in Perù la protesta indigena / Stato d'emergenza e sollevamento indigeno in Perù.
La rapida crescita della forza e della visibilità del movimento indigeno peruviano negli ultimi mesi è l'ultimo passo di un processo organizzativo che conta su anni di lotte di moltissime comunità indigene e rurali, andine ed amazzoniche, contro gli impatti di megaprogetti soprattutto estrattivi, come nel caso della Miniera Yanacocha. [Fonte: CDCA]
Le mobilitazioni moltitudinarie e l'appoggio internazionale ricevuto dal movimenti indigeno devono aver spaventato il governo neoliberale di Garcia inducendolo a mettere in atto una repressione sanguinaria per mettere un freno alle proteste che crescono giorno dopo giorno nel paese. Secondo i portavoce dei movimenti indigeni del Perù “È la chiara risposta del regime a 57 giorni di lotta pacifica indigena e di cosiddetti dialoghi e negoziazioni con il governo che finiscono come sempre con il rumore delle pallottole e la brutalità, le stesse di più di 500 anni di oppressione”.
Invitiamo a inviare soldarietà al movimento indigeno peruviano inviando questo testo (firmato con nome, cognome, città, paese e - nel caso - organizzazione o associazione di appartenenza):
"Como sociedad civil italiana expresamos nuestra solidariedad, nuestra cercanìa y nuestro respaldo a la justa lucha de los pueblos indigenas de Perù - y de la Amazonìa en particular - y condemnamos la actitud criminal del Gobierno de Alan Garcìa, pidiendo a las autoridades nacionales y a las instituciones internacionales que se pongan en acto de inmediato todas las medidas necesarias para acabar con el genocidio indigena y para atander a las peticiones del pueblo de Perù."
Il testo va inviato all'indirizzo mail http://secretariacaoi@gmail.com mettendo in oggetto: en solidariedad con los pueblos amazonicos
Troverete aggiornamenti e notizie sulle evoluzioni della situazione in Perù su www.asud.net
Redazione A Sud
inoltre, clicca qui...
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28 aprile, 2009
ECUADOR: Rafael Correa vince e si riconferma
Con il 70,36 per cento dei voti scrutinati, Correa ed il suo Movimento Alleanza Paese (MAP) ottengono il 52 per cento dei suffragi, con un ampio vantaggio sul principale rivale, l'ex presidente Lucío Gutiérrez, che ottiene il 28 per cento di voti. Al terzo posto il magnate bananiero Álvaro Noboa con l'12 per cento di voti. Per Noboa si tratta della quarta sconfitta consecutiva.
La divulgazione dei primi risultati ha dato il via alle celebrazioni, già per altro iniziate ieri sera dopo la lettura dei primi exit-pools che davano l'attuale presidente ad oltre il 55 per cento. Questo risultato permette a Correa di riprendere il cammino delle riforme iniziate nel 2007, le quali hanno avuto il loro culmine con la riforma della Costituzione il 28 settembre 2008, approvata da oltre il 64 per cento della popolazione.
Correa è il primo presidente ecuadoriano che vince al primo turno ed ha dedicato questa vittoria "ai più poveri ed ai più deboli. Siamo qui per loro, affinché la patria sia di tutti e di tutte, non li defrauderemo mai", ha detto pochi istanti dopo aver conosciuto i primi risultati ufficiali.
"Stiamo costruendo la storia del nostro paese. Tra il 1996 e il 2006 nessun presidente aveva portato a termine il suo mandato ed oggi stiamo vincendo al primo turno. Con questa vittoria -ha continuato Correa- continueremo la Rivoluzione Cittadina "per dare alle gente istruzione, sanità. Quelle cose che le hanno sempre negato. Questa popolazione che non cadrà mai più nella trappola dei bugiardi.
Di fronte a ciò, il mandatario ha chiesto ai giornalisti ed alla popolazione presente di paragonare i dati della disoccupazione a marzo del 2009 con quelli esistenti durante la presidenza di Lucío Gutiérrez nel 2004. "Abbiamo dovuto lottare contro una serie di infamie, nell'incertezza, per vedere che cosa si sarebbe inventata la stampa ogni giorno pur di danneggiarci.
Il presidente ecuadoriano si è anche impegnato a continuare a lavorare sulla stessa linea degli ultimi due anni, per continuare a generare posti di lavoro. Nonostante la dura opposizione al progetto politico della Rivoluzione Cittadina, "la popolazione non si è fatta trarre in inganno ed ha dimostrato il suo ampio sostegno dandoci una storica vittoria", ha aggiunto Correa riferendosi al fatto che è la prima volta che in Ecuador un candidato vince al primo turno.
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04 aprile, 2009
L'ACEA asseta Bogotà
A Bogotà il servizio di acqua potabile è il più costoso del paese. - Uno studio pubblicato dal periodico colombiano Portafolio afferma che tra 20 anni il 70% della popolazione colombiana (circa 31 milioni di persone) soffrirà della grave minaccia della mancanza di acqua. La mancanza di acqua, la perdita dei ghiacciai e dei boschi, l'erosione della terra e la contaminazione delle acqua esigono strategie per garantire un futuro migliore.
La prospettiva ambientale della Colombia tra 20 anni è apocalittica. Il terzo paese con maggiore biodiversità del mondo e quello con il quarto indice più alto di offerta idrica del pianeta avrà il 70% della sua popolazione (quasi 31 milioni di persone) minacciata dalla mancanza d'acqua. Se la tendenza alla compromissione degli ecosistemi e i cambiamenti climatici continuano, per il 2050 la temperatura del paese salirà di 1 o 2 gradi. Questo significa che il 78% dei ghiacciai scomparirà così come il 56% dei paramos.Questa situazione si aggraverà nel 2015 quando l'offerta idrica si ridurrà per la contaminazione, mentre la domanda di acqua potabile continuerà a salire” conclude il Rapporto Annuale sullo Stato Ambientale e delle Risorse Naturali in Colombia (2004).
In questo contesto dai primi anni 2000 si è rafforzato il processo di privatizzazione del servizio idrico in molte regioni del paese sotto la spinta del BID e della Banca Mondiale. Un rapporto di settore della Sovrintendenza dei Servizi Pubblici nel 2005 a più di 10 anni dalla legge 142 (che diede inizio al processo di privatizzazione dell'acqua nel 1994) mostra 206 imprese private che operano in 312 municipi e cinque milioni e mezzo di utenti urbani di cui il 75% deve essere agevolata da forme di sussidio visto che quattro milioni di persone vivono in condizioni di povertà.
Sono molti i cittadini che non hanno accesso al servizio acquedottistico e di fognature. E nei municipi che lo hanno, secondo la Defensoria del Pueplo, l'80% non ricevono acqua adatta al consumo umano.La privatizzazione dell'acqua attraverso diverse modalità si è realizzata tra l'altro a Bogotà, Tocaima, Agua de Dios, Cúcuta, Neiva, Chía, Melgar, Maicao, Barranquilla, Cartagena, Santa Marta, Sincelejo, Corozal, Montería, Tunja, Girardot, Tuluá, Palmira, Puerto Colombia, Florencia y Soledad.
Un buon esempio del fallimento della privatizzazione è Bogotà. Nel 2002 è stato dato per concessione il servizio idrico della città di Bogotà all'impresa denominata Aguazul Bogotà i cui soci sono per il 51% Acea S.p.A., ex municipalizzata del Comune di Roma, per il 29% del Gruppo Emdepa e per il 20% del Gruppo Hydros). Dal 2002 il gestore non ha realizzato nessuno degli obiettivi previsti. La percentuale dell'acqua dispersa è del 39%, quando l'obiettivo era il 30%, ha accumulato oltre un miliardo di pesos di debiti con una tariffa media per metro cubo che è la più cara del paese. Questo e l'eliminazione dei sussidi per le fasce protette, ha prodotto dal 2002 al 2005 un rialzo delle tariffe del 29% per la prima fascia, del 43% per la seconda e del 41% per la terza. Secondo lo stesso modello nel 1997 si è venduto l'impianto di depurazione di Tibitoc alla Vivendì. Un numero medio annuale di 236.754 di utenti di Bogotà, tra il 1998 e il 2005 hanno visto sospendersi il servizio. Queste politiche non hanno nemmeno portato ad un miglioramento nel bilancio e del patrimonio dell'impresa, che infatti è diminuito del 11%, i costi sono aumentati del 24% e i passivi in percentuale uguale.
Agli utenti del servizio idrico di Bogotà costa molto di più ogni metro cubo di acqua che consumano al confronto con le tariffe di altre capitali del mondo come Santiago de Chile, Quito, Lima o Madrid.Mentre ad un utente dell'impresa di Acquedotto e Fognature di Bogotà un metro cubo di acqua costa 1.816 pesos, in altre città come Cali lo stesso volume di acqua ha un prezzo di 992,8 pesos, a Medellin 938, a Barranquilla 1.207, a Cartagena 1.312 pesos, a Cùcuta 845 e a Bucaramanga, 829 pesos.
Il prezzo dell'acqua di Bogotà supera quello di altre capitali internazionali come Santiago del Cile: dovecosta l'equivalente di 1.129 pesos, a Quito 633 pesos, a Lima 1.129 pesos e a Madrid oscilla tra 875 e 1.458 pesos. Davanti a questa drammatica situazione le autorità nazionali continuano a chiedere maggiori rialzi delle tariffe e più privatizzazioni, come suggerisce la Banca Mondiale (come nei documenti Conpes 3383 del 2005 e 3463 del 2007).
E chi ci guadagna sui rialzi della tariffa è l'ex municipalizzata ancora con il 51% delle azioni in mano al Comune di Roma (e partecipazioni azionarie della Suez e di Caltagirone) che di fatto si rende responsabile della negazione dell'accesso all'acqua ai cittadini di Bogotà in un paese che da anni soffre per una guerra armata ma anche sociale ed economica senza pari nel mondo. Né i cittadini di Roma né il Consiglio Comunale della città sono stati consultati sulla scelta strategica di avere in gestione il servizio idrico nella capitale colombiana. E un'azienda nata per assicurare i servizi basici ai cittadini romani oggi fa affari sulla pelle di migliaia di persone nei sud del mondo.Intanto in Colombia un referendum di iniziativa popolare ha raccolto 2.066.922 firme per ripubblicizzare il servizio idrico in tutto il paese.
In questi giorni una forte mobilitazione ha attraversato tutta la Colombia e si è conclusa con una manifestazione che ha riempito le strade di Bogotà per chiedere al Parlamento di realizzare il referendum e rispettare le firme raccolte. Una delle iniziative di questi giorni si è tenuta proprio nelle sale dell'acquedotto di Bogotà che rimane l'esempio peggiore della privatizzazione in Colombia. E lì il socio privato di maggioranza è tutto italiano, anzi, romano.
Sara Vegni A Sud
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17 dicembre, 2008
AZIONE URGENTE: Colombia - Brutale attentato contro leader indigena
Allo stesso tempo, lanciamo un appello alla società civile ed alle organizzazioni ed istituzioni italiane chiedendo:
- di inviare lettere di solidarietà firmate indirizzate ad Aida Quilcuè, al CRIC e alla ONIC agli indirizzi mail consejeria@cric-colombia.org, info@cric-colombia.org e mision@onic.org.co con il testo "Expresamos nuestro dolor y cercanìa a la compañera Aida Quilcuè y a los compañeros y compañeras indigenas de Colombia y del Cauca para la continua agresiòn cometida por el estado y las fuerzas armadas en contra de su derecho a la libertad, a la vida y a expresar sus opiniones y su oposicion pacifica al regimen de violencia, terror y impunidad que vive Colombia. Condemnamos la actitud criminal del estado colombiano y pedimos que se haga justicia para todas las victimas del conflicto en Colombia, en particular por cuantos pagaron con la vida su compromiso en defensa de los derechos de los pueblos y de la Madre Tierra".
- di sostenere i Progetti di A Sud in appoggio alle comunità resistenti colombiane
Emergenza NukakCena di solidarietà - 21 dicembre
- di inviare il seguente testo firmato con nome, cognome, organizzazione di appartenenza (se del caso) agli indirizzi:
Ambasciatore colombiano in Italia: eroma@cancilleria.gov.co
Testo della lettera: oggetto:
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21 novembre, 2008
COLOMBIA
da ASud
Colombia: Donne Wayùu in marcia in difesa di Wounmainkat (la Nostra Terra)
'Perché nella Nostra Terra, gli unici giganti siamo noi, donne Wayuu ''
Campagna per l'eliminazione di tutte le forme di violenza contro Wounmainkat (la Nostra Terra)
Il 20 di novembre le donne del popolo Wayùu si sono date appuntamento vicino Maicao - nella Guajira colombiana - per dare il via ad una marcia che terminerà il 25 novembre, in corrispondenza della Giornata Mondiale per l'Eliminazione di tutte le forme di violenza contro le Donne.
Il punto di partenza e di arrivo della marcia sarà la Casa delle Donne Wayùu, intitolata a Carlo Giuliani e inaugurata nel 2007 nella località 4 vìas, a Maicao, grazie ad un progetto promosso da A Sud con il contributo del Comitato Piazza Carlo Giuliani. Guarda il video della Missione in Colombia 2007, durante la quale è stata ianugurata la Casa delle Donne Wayùu.
Secondo la Forza di Donne Wayùu - l'alleanza di donne provenienti da diverse associazioni di autorità tradizionali, cabildos e comunità che porta avanti da anni un processo di integrazione delle donne Wayùu - "la marcia si pone come obiettivo la difesa dei diritti umani e in particolare del nostro popolo e del nostro territorio, ma allo stesso tempo appoggia e si unisce alla Mobilitazione Indigena Nazionale per la Resistenza e la Dignità che è venuta moltiplicandosi dal 14 di ottobre e che continua a percorrere il paese in direzione di Bogotà".
La marcia sarà per la Forza di Donne Wayùu un punto di lancio per la Campagna per l'eliminazione di tutte le forme di violenza contro Wounmainkat, la Nostra Terra, che mira a scuotere le coscienze di fronte alla problematica della violazione dei diritti umani e del Diritto Internazionale Umanitario che si vive nella regione, schiacciata dalla violenza paramilitare, dall'implementazione di megaprogetti e da un sistema che garantisce l'impunità ai carnefici di fronte alla vulnerabilità delle vittime. Leggi l'articolo sulla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli sul popolo Wayùu.
La Forza di Donne Wayùu ha lanciato un appello alla solidarietà internazionale affinché si induca il Governo colombiano a garantire la piena agibilità alle mobilitazioni e la protezione delle donne in marcia dalle violenze perpetrate dai gruppi armati irregolari.
La Carovana toccherà i municipi di Barrancas, Dibulla, Riohacha, Uribia e Maicao e si concluderà con la celebrazione, presso la Casa delle Donne Wayùu - del Foro in omaggio a Wounmaikat (la Nostra Terra) e alle vittime Wayùu del conflitto armato, che sono ad oggi più di 250.
Leggi l'appello completo della marcia.
Per informazioni:
maricadipierri@asud.net
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30 ottobre, 2008
Nuovo Bretton Woods e blocco sudamericano
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28 ottobre, 2008
LETTERA DEL PREMIO NOBEL PER LA PACE ADOLFO PÉREZ ESQUIVEL AL PRESIDENTE URIBE
Signor Presidente della Repubblica
Dott. Álvaro Uribe Vélez
Carrera 8 No. 7 – 26 Palacio de Nariño, Bogotà – Colombia
Quando alcuni mesi fa partecipai nel suo Paese al Tribunale dei Popoli, potei toccar con mano la terribile situazione di violenza ed intimidazione che soffrono la gran parte degli oppositori sociali e le diverse comunità indigene.
In questa opportunità, quando mi chiesero in merito alla candidatura della Sua persona per il Premio Nobel per la Pace, risposi che non ero d'accordo, perché Lei non aveva fatto niente per la pace, Lei è un uomo di guerra, non un pacifista.
E ora, questa brutale e inconcepibile repressione poliziesca contro la protesta indigena, conosciuta come "la minga indigena e popolare per la resistenza", che si realizza a La Maria a 600 km da Bogotà, conferma una volta di più il suo spirito guerrafondaio e poco propenso al dialogo.
Le tre persone morte, tra le quali si trovava un bambino, ed un centinaio di feriti, che si sommano ai 7 assassini avvenuti in diverse regioni del Paese da parte dei gruppi paramilitari conosciuti come "Aguilas Negras", dimostrano l'intenzione di governare ed ammutolire il popolo attraverso il terrore e la morte. Sig. Presidente, affermare che esistano infiltrati nelle manifestazioni e che questi attentino contro la Polizia, è di un'ingenuità incredibile. In queste manifestazioni, i Popoli Indigeni stanno solo reclamando il diritto alle proprie terre, il rispetto all'autonomia delle loro comunità ed il compimento degli accordi sottoscritti con il governo che Lei presiede.
Tutti noi, le persone e le organizzazioni, che lottiamo per la giustizia e per un mondo in pace, alziamo la nostra voce contro la violenza indiscriminata e la brutalità dei suoi metodi repressivi. Esigiamo, Sig. Presidente, che abbandoni questa politica di aggressione contro tutto il popolo colombiano, e in questo caso contro i Popoli Originari. Chiediamo il rispetto ed il riconoscimento dei loro legittimi diritti e giustizia per tutta la violenza che stanno soffrendo.
Stia certo che la nostra voce si leverà ora, e tutte le volte che sarà necessario, per evitare spargimenti di sangue e contro ogni tipo di violenza inutile.
Riceva un saluto di Pace e Bene.
Adolfo Pérez EsquivelPremio Nobel de la PazPiedras 730 (1070) Buenos Aires – República Argentina
Tel/Fax ( 54-11) 4361-5745 e-mail: serpaj@serpaj. org.ar Miembro del SERPAJ América Latina, con Status Consultivo ante las Naciones Unidas
Traduzione a cura della Commissione informazione dell'Associazione nazionale Nuova Colombia
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23 ottobre, 2008
Il movimento indigeno in marcia in Bolivia e Colombia
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17 settembre, 2008
L'America Latina si schiera con Evo Morales
Poco prima della lettura della Dichiarazione de La Moneda, la presidentessa cilena e protempore di UNASUR, Michelle Bachelet ha ricordato che l'America Latina ha già vissuto "altre dolorose esperienze di crisi politiche che ci hanno insegnato l'importanza di evitare la violenza come modalità per risolvere i conflitti in un contesto di democrazia. È sempre possibile fare uno sforzo in più per costruire accordi e mantenere la convivenza pacifica e democratica e non esiste nessun argomento che giustifichi la violazione dei diritti umani, specialmente il diritto alla vita, per ottenere un obiettivo politico". Ha inoltre ricordato i tragici episodi che "35 anni fa, in questo stesso luogo, hanno commosso tutta l'umanità", in chiara allusione al colpo di stato militare, finanziato dagli Stati Uniti, contro il governo legittimamente eletto di Salvador Allende.
"Con questa riunione dei paesi sudamericani abbiamo voluto manifestare la nostra preoccupazione e la solidarietà con la Bolivia, dimostrando la capacità dell'UNASUR di rispondere e trovare un accordo in modo immediato", ha concluso Bachelet.
L'accordo raggiunto tra i paesi dell'UNASUR prevede anche la creazione di una commissione ad hoc che indagherà quanto avvenuto nel dipartimento di Pando, zona nella quale si sono concentrati i violenti scontri che hanno provocato circa 30 morti.
Quattro vittime della violenza patrocinata dalla Prefettura di questo dipartimento hanno raccontato ai mezzi d'informazione come i paramilitari hanno perpetrato il massacro, uccidendo anche bambini e lanciandoli poi nel fiume Tahuamanu.
Cristián Domínguez, Rodrigo Medina Alipaz, Claudia Alpire y Rosa Lucía Alpire, che partecipavano alla mobilitazione popolare a favore del governo, hanno incolpato dei fatti il prefetto di Pando, Leopoldo Fernández ed hanno chiesto giustizia per il massacro commesso. Secondo un primo comunicato del Ministero degli Interni, la violenza che si è scatenata in questo dipartimento avrebbe provocato la morte accertata di 15 persone, 37 feriti da arma da fuoco e ben 106 scomparsi (maggiori dettagli su http://www.radiolaprimerisima.com/noticias/general/37748 ).
Durante la giornata del 16 settembre il prefetto di Pando, Leopoldo Fernández, è stato arrestato su mandato del Pubblico Ministero e dovrà rispondere del massacro avvenuto nei giorni precedenti.
Le parole di Evo
Durante l'incontro dell'UNASUR, il presidente eletto della Bolivia, Evo Morales, ha sottolineato l'importanza di risolvere all'interno della regione i problemi che la riguardano, senza quindi la presenza e la pressione degli Stati Uniti.
"Quello che è successo in questi giorni è stato totalmente antidemocratico e la destra fascista e razzista ricorre alla violenza perché sa che perderebbe in qualsiasi tipo di consultazione democratica". Morales ha poi detto che il sostegno ottenuto dai governi latinoamericani non è "per difendere Evo Morales, ma la democrazia, l'uguaglianza e la dignità dei boliviani". Ha ricalcato inoltre che questo tipo di partecipazione dei paesi dell'America del Sud è importante ed "un presidente che si rivolge ai movimenti sociali e che lavora contro il razzismo avrà sempre il loro sostegno. Si tratta di una lotta permanente che mi rafforza ed è chiaro che quanto accaduto nel dipartimento di Pando è opera di gruppi pagati che cercano di cancellare con la violenza il 67 per cento dei voti che ha ottenuto il mio governo (nell'ultimo referendum revocatorio)".
La presidentessa argentina Cristina Fernández ha detto che "diamo il nostro totale sostegno al governo democratico del presidente Evo Morales ed allo stesso tempo mettiamo come condizione per l'inizio di un dialogo, che i gruppi che hanno occupato illegalmente edifici pubblici ed hanno realizzato azioni di boicottaggio desistano da tali azioni. Condanniamo e rifiutiamo qualsiasi tentativo di colpo di stato civile o di rottura dell'ordine costituzionale e non riconosceremo nessuna situazione che sia prodotto di azioni di tale natura", ha chiarito Fernández.
Da parte sua, il presidente venezuelano Hugo Chávez non è riuscito a far approvare un capitolo della risoluzione che criticasse il ruolo svolto dagli Stati Uniti in questa pericolosa e preoccupante vicenda. Nemmeno la presidentessa cilena Michelle Bachelet è riuscita a convincere i suoi colleghi a far sì che la OEA, rappresentata dal suo Segretario general, Miguel Insulza, venissa inclusa tra i firmanti del documento finale. Su questo fatto, il presidente Chávez, con un tono tra l'ironico ed il severo, ha ricordato che il Venezuela sta ancora aspettando la risoluzione della OEA sul colpo di stato del 2002 contro il suo governo.
Dopo una lunga riunione, i nove presidenti (Cristina Fernández/Argentina, Evo Morales/Bolivia, Luiz Inácio Lula da Silva/Brasile, Álvaro Uribe/Colombia, Rafael Correa/Ecuador, Fernando Lugo/Paraguay, Tabaré Vázquez/Uruguay, Hugo Chávez/Venezuela, Michelle Bachlet/Cile), più i delegati del Suriname e Guayana ed il ministro degli Esteri del Perù hanno firmato la Dichiarazione de La Moneda.
I presidenti dell'UNASUR
1. - Esprimono il loro pieno e deciso sostegno al governo costituzionale del presidente Evo Morales, il cui mandato è stato ratificato da un'ampia maggioranza nel recente referendum. 2. - Avvertono che i loro rispettivi governi respingono energicamente e non riconosceranno nessuna situazione che implichi un tentativo di colpo di stato civile, la rottura dell'ordine istituzionale o che comprometta l'integrità territoriale della Repubblica della Bolivia. 3. - In base a ciò e prendendo in considerazione la grave situazione che sta vivendo la hermana Repubblica della Bolivia, condannano l'attacco contro le installazioni governative e la forza pubblica da parte di gruppi che cercano la destabilizzazione della democrazia boliviana, ed esigiamo l'immediata restituzione di tali installazioni come condizione per l'inizio di un processo di dialogo. 4. - Contemporaneamente, chiediamo a tutti gli attori politici e sociali coinvolti in questa situazione che prendano le misure necessarie affinché cessino immediatamente le azioni di violenza, intimidazione e di disconoscimento dell'istituzionalità democratica e dell'ordine giuridico stabilito. 5. - In questo contesto, esprimiamo la nostra totale condanna per il massacro avvenuto nel dipartimento di Pando, e sosteniamo l'appello del Governo boliviano affinché si crei nel paese una commissione di UNASUR, per realizzare un'indagine imparziale che permetta di stabilire e chiarire quanto accaduto nel minor tempo possibile, e formulare raccomandazioni in modo tale da garantire che il fatto non rimanga impunito. 6. - Invitiamo tutti i membri della società boliviana a preservare l'unità nazionale e l'integrità territoriale del paese, fondamenti basilari di ogni Stato ed a respingere qualsiasi tentativo di alterare tali principi. 7. - Crediamo nell'importanza di un dialogo per ristabilire le condizioni che permettano di superare l'attuale situazione, nella ricerca di una soluzione sostenibile all'interno del pieno rispetto dello stato di diritto e dell'ordine legale vigente. 8. - In questo senso i presidenti di UNASUR decidono di creare una commissione aperta a tutti i suoi membri, coordinata dalla presidenza protempore, per accompagnare i lavori di questo tavolo di dialogo condotto dal legittimo governo della Bolivia. 9. - Si crea una commissione di sostegno ed assistenza al governo della Bolivia, in funzione delle sue richieste, includendo risorse umane specializzate.
Sostegno del Nicaragua
Durante una cerimonia che si è svolta in un hotel della capitale, il presidente nicaraguense Daniel Ortega ha ribadito quanto espresso nei giorni scorsi. "La crisi politica che si sta vivendo in Bolivia è frutto delle forze più conservatrici ed estremiste del governo degli Stati Uniti". Dopo aver detto che il presidente Evo Morales potrebbe essere vittima di un attentato, Ortega ha annunciato che non parteciperà ad una riunione di valutazione sul CAFTA tra i presidenti centroamericani e George Bush, che si realizzerà il prossimo 24 settembre a New York.
"Con tutto quello che sta succedendo ed in solidarietà con la Bolivia io non posso partecipare a questa riunione e chiedo rispetto agli Stati Uniti. Io non mi siederò con il presidente Bush, perché nessuno può rimanere impassibile di fronte a questa offensiva delle forze della destra che godono del sostegno degli Stati Uniti, i quali continuano a cospirare ovunque. Adesso stanno attentando contro il Venezuela e la vita del suo presidente Hugo Chávez e stanno fomentando la violenza in Bolivia", ha detto Ortega.
Nonostante questa decisione, il presidente ha assicurato che parteciperà alla 63° Assemblea delle Nazioni Unite ed esiste una forte attesa per il suo discorso. A presiedere la Assemblea Generale sará l'ex ministro degli Esteri nicaraguense, Miguel D'Escoto Brockman, che nei mesi scorsi ha ottenuto il sostegno unanime di tutti i paesi latinoamericani per ricoprire questa carica.
In una recente intervista a El País, D'Escoto ha ribadito il suo impegno per una riforma di questa organizzazione
http://www.elpais.com/articulo/internacional/ONU/ultima/esperanza/elpep
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13 settembre, 2008
Nervi tesi
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Marcelino
























