25 marzo, 2010
Mauricio Funes: il nuovo lacchè dell'amministrazione Obama in Centro America
www.voselsoberano.com - 21 marzo 2010
Roberto Iraheta - L'Indipendente, Ottawa, 5 marzo 2010
Questo venerdì in Guatemala ha preso definitivamente forma il ruolo triste e servile assegnato dall’amministrazione Obama al presidente salvadoregno Mauricio Funes.
Durante la riunione svoltasi con la Segretaria di Stato Hillary Clinton ed i rappresentanti del Centro America, Repubblica Dominicana e Belize, Funes ha reso pubblico il suo appoggio alla reintegrazione del nuovo governo honduregno di Pepe Lobo negli organismi regionali.
Il presidente salvadoregno, nella sua proposta di riconoscimento del governo Lobo, si è spinto tanto in là da affermare che il nuovo governo honduregno è stato scelto in “modo democratico e legittimo”.
Funes si dimentica che il 29 novembre 2009 un presidente democraticamente eletto e deposto da un colpo di stato si trovava in qualità di rifugiato nell'ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, circondato da effettivi dell’esercito e sottoposto ad aggressioni psicologiche e fisiche per 68 giorni, includendo tra i metodi di tortura gas tossici, speciali apparecchiature soniche per privare del sonno gli occupanti dell'ambasciata, ecc.
Parimenti, il presidente salvadoregno si dimentica che quel giorno si perpetrarono 746 perquisizioni e violazioni di domicilio di dirigenti e membri della Resistenza Nazionale, senza ordine giudiziario; quel 29 novembre vennero eseguiti oltre cento arresti illegali; fu repressa violentemente una manifestazione pacifica a San Pedro Sula; si provocarono interferenze al segnale di Canal 36 per evitarne la libera informazione alla popolazione, mentre le restanti emittenti di proprietà dell'oligarchia golpista trasmettevano interviste agli elettori, con la preoccupazione di mostrare tranquillità ed affluenza ai seggi; quel 29 novembre si militarizzarono i centri di voto.
Il presidente Funes, nelle sue dichiarazioni di “riconoscimento del governo honduregno”, omette di menzionare l'ONG “Facciamo Democrazia”, facciata della CIA, e la sua partecipazione al finanziamento e frode elettorale: a tal punto che alle 20:30 ora di Tegucigalpa, tre ore e mezzo dopo la chiusura dei seggi elettorali, mentre i Magistrati del TSE non avevano ancora nemmeno idea delle cifre iniziali esaminate, già stavano convocando una conferenza stampa.
Mauricio Funes dimentica, nel suo saccheggio storico, di menzionare l'impresa fornitrice di servizi di telefonia mobile TIGO, ampiamente segnalata come ente attivo nella frode elettorale.
E’ singolare che il principale consigliere dell'impresa TIGO sia l'ex colonnello delle forze armate e capo degli squadroni della morte Billy Joya Amendola, che parallelamente fungeva da consulente in materia di sicurezza e repressione del governo golpista di Roberto Micheletti.
Potremmo continuare segnalando altri fatti, che non permettono di considerare quelle elezioni ed i loro risultati legali e democratici, come invece afferma il nuovo lacchè dell'amministrazione yankee in Centro America, Mauricio Funes, ma ci limiteremo a ribadire la notizia pubblicata il 1° dicembre 2009 sulla pagina Web http://consuladohondurasmontreal.blogspot.com/2009/12/atencion-ultimare-ora-hillary-clinton.html, secondo cui Hillary Clinton stava negoziando con Funes il riconoscimento del governo di Pepe Lobo, in cambio di un'estensione del TPS (Status di Permesso Temporaneo) per i salvadoregni residenti negli Stati Uniti.
Non stupisce, dunque, che il presidente salvadoregno Mauricio Funes diventi portabandiera della causa del riconoscimento e reintegrazione del governo golpista di Pepe Lobo negli organismi centroamericani, come primo passo per spingere nella stessa direzione, successivamente, i paesi membri dell'Organizzazione degli Stati Americani.
Più di una volta Hillary Clinton ha affermato di “preferire una soluzione centroamericana”, che l'imperialismo realizza sempre allo stesso modo: comprare funzionari servili ed opportunisti che aspirano a diventare leader della regione.
Mauricio Funes: benvenuto nel club dei lacchè!
http://elindependiente-canada.blogspot.com/
http://voselsoberano.com/v1/index.php?option=com_content&view=article&id=4700:mauricio-funes-el-nuevo-servil-de-la-administracion-obama-en-Centro America&catid=2:opinion
Tradotto da Adelina Bottero
Roberto Iraheta - L'Indipendente, Ottawa, 5 marzo 2010
Questo venerdì in Guatemala ha preso definitivamente forma il ruolo triste e servile assegnato dall’amministrazione Obama al presidente salvadoregno Mauricio Funes.
Durante la riunione svoltasi con la Segretaria di Stato Hillary Clinton ed i rappresentanti del Centro America, Repubblica Dominicana e Belize, Funes ha reso pubblico il suo appoggio alla reintegrazione del nuovo governo honduregno di Pepe Lobo negli organismi regionali.
Il presidente salvadoregno, nella sua proposta di riconoscimento del governo Lobo, si è spinto tanto in là da affermare che il nuovo governo honduregno è stato scelto in “modo democratico e legittimo”.
Funes si dimentica che il 29 novembre 2009 un presidente democraticamente eletto e deposto da un colpo di stato si trovava in qualità di rifugiato nell'ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, circondato da effettivi dell’esercito e sottoposto ad aggressioni psicologiche e fisiche per 68 giorni, includendo tra i metodi di tortura gas tossici, speciali apparecchiature soniche per privare del sonno gli occupanti dell'ambasciata, ecc.
Parimenti, il presidente salvadoregno si dimentica che quel giorno si perpetrarono 746 perquisizioni e violazioni di domicilio di dirigenti e membri della Resistenza Nazionale, senza ordine giudiziario; quel 29 novembre vennero eseguiti oltre cento arresti illegali; fu repressa violentemente una manifestazione pacifica a San Pedro Sula; si provocarono interferenze al segnale di Canal 36 per evitarne la libera informazione alla popolazione, mentre le restanti emittenti di proprietà dell'oligarchia golpista trasmettevano interviste agli elettori, con la preoccupazione di mostrare tranquillità ed affluenza ai seggi; quel 29 novembre si militarizzarono i centri di voto.
Il presidente Funes, nelle sue dichiarazioni di “riconoscimento del governo honduregno”, omette di menzionare l'ONG “Facciamo Democrazia”, facciata della CIA, e la sua partecipazione al finanziamento e frode elettorale: a tal punto che alle 20:30 ora di Tegucigalpa, tre ore e mezzo dopo la chiusura dei seggi elettorali, mentre i Magistrati del TSE non avevano ancora nemmeno idea delle cifre iniziali esaminate, già stavano convocando una conferenza stampa.
Mauricio Funes dimentica, nel suo saccheggio storico, di menzionare l'impresa fornitrice di servizi di telefonia mobile TIGO, ampiamente segnalata come ente attivo nella frode elettorale.
E’ singolare che il principale consigliere dell'impresa TIGO sia l'ex colonnello delle forze armate e capo degli squadroni della morte Billy Joya Amendola, che parallelamente fungeva da consulente in materia di sicurezza e repressione del governo golpista di Roberto Micheletti.
Potremmo continuare segnalando altri fatti, che non permettono di considerare quelle elezioni ed i loro risultati legali e democratici, come invece afferma il nuovo lacchè dell'amministrazione yankee in Centro America, Mauricio Funes, ma ci limiteremo a ribadire la notizia pubblicata il 1° dicembre 2009 sulla pagina Web http://consuladohondurasmontreal.blogspot.com/2009/12/atencion-ultimare-ora-hillary-clinton.html, secondo cui Hillary Clinton stava negoziando con Funes il riconoscimento del governo di Pepe Lobo, in cambio di un'estensione del TPS (Status di Permesso Temporaneo) per i salvadoregni residenti negli Stati Uniti.
Non stupisce, dunque, che il presidente salvadoregno Mauricio Funes diventi portabandiera della causa del riconoscimento e reintegrazione del governo golpista di Pepe Lobo negli organismi centroamericani, come primo passo per spingere nella stessa direzione, successivamente, i paesi membri dell'Organizzazione degli Stati Americani.
Più di una volta Hillary Clinton ha affermato di “preferire una soluzione centroamericana”, che l'imperialismo realizza sempre allo stesso modo: comprare funzionari servili ed opportunisti che aspirano a diventare leader della regione.
Mauricio Funes: benvenuto nel club dei lacchè!
http://elindependiente-canada.blogspot.com/
http://voselsoberano.com/v1/index.php?option=com_content&view=article&id=4700:mauricio-funes-el-nuevo-servil-de-la-administracion-obama-en-Centro America&catid=2:opinion
Tradotto da Adelina Bottero
Etichette: Centro America y Caribe
17 marzo, 2010
Di nuovo problemi per ''L'isola dei Famosi''
Indignazione garifuna per le offese ricevute
durante "L'isola dei famosi"
Magnolia SpA porge le sue scuse e inveisce per le domande sul modello che esporta nel mondo
Il programma RAI "L'Isola dei Famosi" è una volta ancora al centro dell'attenzione ed in mezzo alle polemiche.
Questa volta si tratta della popolazione garifuna della costa caribeña del Nicaragua ad insorgere, per le censurabili dichiarazioni dello scrittore Aldo Busi durante la puntata del 3 marzo 2010, al riferirsi all'isola in cui si sta svolgendo il programma.
Durante questa puntata, lo scrittore ha detto che "A proposito dell'isolotto su cui siamo stati scagliati, sia a Milano, sia qui c'è stato ripetuto quanto bella sarebbe stata questa isola per flora e per fauna, con un grande mare turchese. Ci è stata presentata come una grande signora in un ambiente elegante e siamo capitati presso una barbona dentro una latrina. Non si è potuto fare il bagno - ha continuato Busi - perché l'acqua è piena di alghe, tutte le palme sono state tranciate, ci sono segni di bivacchi precedenti, lattine, bambole di plastica, non c'è un fiore".
Ha poi continuato, senza minimamente pensare agli effetti che avrebbe potuto provocare sulla popolazione locale, fortemente legata alla propria terra, cultura, usi e costumi, "La barriera corallina è pericolosissima parché è torbida e nessuno può pescare e nessuno ha osato allontanarsi di un metro da riva perché non si vede nulla. E' da venerdì che lancio messaggi per parlare con la produzione parché non capisco come si sia voluto portare me qui. Se uno mi dice 'Busi vai in una latrina' mi può anche andare bene, visto che ci ho passato la gioventù a battere, ma se uno mi dice 'Busi vai in un Paradiso' e poi mi trovo in un cesso...".
Non contento, ha infine chiosato "È una pattumiera dove chiunque è andato a fare i suoi porci comodi probabilmente per decenni e quindi non è stata neanche bonificata. Ribadisco il concetto: io resto qui, ma non su quell'isola".
Immediata la reazione del governo nicaraguense, ma soprattutto della popolazione garifuna, la quale è insorta minacciosamente contro i 120 italiani che da qualche settimana s'aggirano sui cayos nicaraguensi e a Corn Island o Isla del Maíz. Secondo varie indiscrezioni ci sarebbero state colluttazioni con membri dello staff de "L'Isola dei famosi", sono usciti anche machetes e la ferma intenzione di non volere più vedere italiani nel posto.
La rettifica
Durante una conferenza stampa indetta per chiarire l'episodio, il direttore dell'Istituto del Turismo, Mario Salinas, ha informato i presenti di avere chiesto immediate spiegazioni a Magnolia SpA, dato che il personale di questa impresa conosceva perfettamente il posto in cui si sarebbe svolta la trasmissione.
In un comunicato redatto in italiano e tradotto in modo improvvisato durante la sua lettura, rendendolo pressoché incomprensibile ai mezzi d'informazione nazionali ed alle autorità presenti, il direttore esecutivo di Magnolia SpA, Francesco Pucci, si è distanziato dalle dichiarazioni di Aldo Busi ed ha presentato le scuse della compagnia alla popolazione nicaraguense e soprattutto, a quella della zona atlantica.
"Dopo le dichiarazioni del concorrente della trasmissione "L'Isola dei famosi", tutto lo staff di Magnolia si rivolge con grande umiltà alla popolazione nicaraguense e porge le sue scuse, in modo particolare agli abitanti di Corn Island. Le dichiarazioni di Aldo Busi non corrispondono nel modo più assoluto all'opinione che lo staff di Magnolia ha degli abitanti di Corn Island".
Cercando di giustificare in parte l'accaduto, Pucci ha detto che la dichiarazione di Busi sarebbe derivata "dallo stato di stress molto forte e di pressione a cui è sottoposto per la natura stessa del programma", riconoscendo allo stesso tempo che sarebbe riconducibile anche "alla personalità presuntuosa e irrispettosa del concorrente, volta a cambiare il meccanismo del programma e che nulla ha a che fare con il paese che sta ospitando il programma".
Il comunicato si conclude raccogliendo le dichiarazioni della conduttrice del programma, la quale si è espressa in modo entusiasta dell'isola e del paese in generale. Lo stesso Aldo Busi ha poi ritrattato quanto detto, lanciandosi in una descrizione paradisiaca del Nicaragua e di Corn Island.ed invitando gli italiani a recarsi in Nicaragua,"dove c'è gente ospitale e gentile". A questo punto e con statistiche alla mano giunte fresche in busta chiusa nelle mani di Pucci, sarebbero stati circa 15 milioni gli italiani (poco dopo ha detto 18 milioni) che avrebbero seguito il dietro front dello scrittore lo scorso 10 marzo.
Sarà sufficiente per calmare le ire delle popolazioni locali?
Per il sindaco di Corn Island, Cleveland Webster, le cose non sono però così semplici. "Il popolo di Corn Island si è indignato per quanto accaduto ed ha chiesto che Magnolia e questa persona (Busi) rettifichino le cose vergognose dette sul mio popolo. Il mio popolo - ha continuato Webster - è così umile che quando arrivano ospiti lasciamo loro il nostro letto e dormiamo per terra. Non meritavamo questo tipo di manifestazione e quindi nello stesso modo in cui hanno macchiato il nome di Corn Island, ora lo devono pulire.
Il mio popolo non ha problemi con gli italiani del programma, ma queste due persone che hanno detto quelle cose non le vogliamo lì. Ora ho bisogno di una copia del comunicato di Magnolia in spagnolo per presentarlo alla gente, ma per essere sincero il popolo di Corn Island si sente offeso per queste menzogne.
Noi abbiamo bisogno del turismo, ma con queste dichiarazioni la gente si è sentita offesa e come sindaco devo controllare che nessuno venga sull'isola ad offendere la popolazione. C'è stato un episodio di violenza, un ragazzo che magari non sapeva come esprimere ciò che sentiva ed ha reagito in questo modo, ma noi non possiamo combattere la violenza con la violenza. Vogliamo la pace, convivere con questa gente e come sindaco mi farò carico di calmare la gente", ha concluso.
Le domande scomode
Dopo avere ricordato al direttore esecutivo di Magnolia SpA i problemi già avuti dal programma in Honduras (http://lisolaeilmattone.blogspot.com/), la Lista Informativa "Nicaragua y más" ha chiesto se non credesse che questo tipo di programma e di modello preconfezionato per il pubblico italiano, calato dall'alto in realtà particolari profondamente legate al proprio territorio, non potesse costituire un problema per le popolazioni locali.
La veemente e quanto mai scomposta risposta di Pucci ha lasciato perplessi i presenti. "La cosa migliore è che la stampa è libera e chiunque può dire ciò che vuole - ha detto il direttore esecutivo di Magnolia -.
Ciò che ha detto non è assolutamente vero e l'unico problema avuto non è un problema del programma, che funziona bene e con moltissimi spettatori, ma un problema molto piccolo che magari interessa qualche persona perché arriviamo con un apparato tecnico molto grande".
In un crescendo di toni e di nervosismo, Pucci ha poi invitato la Lista Informativa "Nicaragua y más" a chiedere informazioni e referenze al presidente dell'Honduras (Manuel Zelaya?), all'ex ministro del Turismo ed all'attuale governo sull'esperienza di Magnolia in Honduras..
"Ciò che ha detto non è vero - ha insistito Pucci -, non ha informazioni precise. I garifuna hanno una buonissima opinione di noi e lei non sa che cosa Magnolia ha fatto per queste popolazioni. Non conosce proprio niente, d'informazione non sa niente", ha concluso sempre più alterato per la scomoda domanda a cui, alla fine, non ha risposto.
Cosa avevano detto i garifuna honduregni
Durante la sua visita in Italia nel 2007, Alfredo López, leader comunitario, presidente del Patronato della comunità di Triunfo de la Cruz, membro attivo della Organización Fraternal Negra Hondureña, Ofraneh, una delle più importanti organizzazioni del popolo garifuna, la cui militanza in difesa dei diritti delle popolazioni afrocaribeñas e contro progetti di speculazione di edilizia turistica gli è costata sette anni di ingiusta carcere, aveva detto che "Le zone dove vivono le troupe e dove si gira lo show sono presidiate dalla polizia e dall’esercito dell’Honduras. Non siamo liberi di spostarci sulla nostra terra, perché ci sono zone dove è stato proibito l’ingresso. Inoltre, i movimenti delle barche e le attrezzature televisive spaventano la fauna delle lagune, come le tartarughe marine. E poi – ha continuato – è terribile vedere un tale spreco di denaro in una regione depressa come la nostra".
Il Collettivo Italia Centro America (CICA) aveva invitato López per una serie di incontri in cui si denunciava la costruzione di un mega complesso turistico nella zona di Bahía de Tela, non molto lontano da dove si svolgeva "L'Isola dei Famosi", ed in cui era coinvolta l'impresa italiana Astaldi.
Questo è quanto veniva scritto da Enzo Mangini sulla rivista Carta (http://www.carta.org/campagne/ambiente/11446).
"Dietro le avventure dei naufraghi finti, il reality show nasconde la realtà: a pochi chilometri da Cayo Cochino, dove sono esiliati i «famosi» dello show di Magnolia-RaiDue, vive la maggior parte del popolo indigeno garifuna. Trecentocinquantamila persone, in 46 comunità sparse lungo la costa atlantica dell’Honduras. "Non sono più 46 ma 45 – dice Alfredo Lopez, un rappresentante dell’Organizacion fraternal de los pueblos negros de Honduras [Ofraneh] – pochi giorni fa la comunità di Miami è praticamente scomparsa". I 150 abitanti del villaggio sono stati accolti nelle comunità vicine, attorno a Cayo Cochino e alla Baia de Tela. Miami è, anzi era, una delle comunità al centro del progetto di «sviluppo» turistico di Baia de Tela, promosso dalla multinazionale edilizia italiana Astaldi. La baia è a pochi chilometri dalla fascia costiera ricca di mangrovie e paesaggi affascinanti dove si sono accampate le troupe dell’Isola dei famosi. Uno spot lungo mesi per lanciare il «turismo» italiano in Honduras e quindi creare la domanda che Astaldi, con il suo progetto di resort ad alto impatto ambientale, è pronta a soddisfare (...).
(...) Lopez ha tenuto oggi una conferenza stampa al senato, assieme a Luca Martinelli, di Mani Tese, che assieme ad altre associazioni sta promuovendo la campagna «L’isola e il mattone» [www.lisolaeilmattone.blogspot.com]. I lavori nella Baia de Tela procedono un po’ più lentamente di quanto l’impresa e il governo vorrebbero. Le proteste dei garifuna e l’attenzione che la vicenda sta ottenendo dalla stampa, anche internazionale, hanno rallentato le ruspe.
Il progetto di resort «Los micos» prevede quattro hotel di lusso, 256 ville, un campo da golf, un centro ippico e un centro commerciale per una superficie totale di 300 ettari. Per costruire il campo da golf verrà interrata una laguna protetta dalla Convenzione internazionale per la protezione delle paludi. Secondo Astaldi è un progetto che porterà lavoro e sviluppo nella zona. "Conosciamo Astaldi da molto tempo – risponde Lopez – e non ci fidiamo di quello che dicono. In altri casi, hanno portato la manodopera da fuori. Alle comunità indigene del posto non rimarrà nulla. Verranno cancellate, come Miami".
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
durante "L'isola dei famosi"
Magnolia SpA porge le sue scuse e inveisce per le domande sul modello che esporta nel mondo
Il programma RAI "L'Isola dei Famosi" è una volta ancora al centro dell'attenzione ed in mezzo alle polemiche.
Questa volta si tratta della popolazione garifuna della costa caribeña del Nicaragua ad insorgere, per le censurabili dichiarazioni dello scrittore Aldo Busi durante la puntata del 3 marzo 2010, al riferirsi all'isola in cui si sta svolgendo il programma.
Durante questa puntata, lo scrittore ha detto che "A proposito dell'isolotto su cui siamo stati scagliati, sia a Milano, sia qui c'è stato ripetuto quanto bella sarebbe stata questa isola per flora e per fauna, con un grande mare turchese. Ci è stata presentata come una grande signora in un ambiente elegante e siamo capitati presso una barbona dentro una latrina. Non si è potuto fare il bagno - ha continuato Busi - perché l'acqua è piena di alghe, tutte le palme sono state tranciate, ci sono segni di bivacchi precedenti, lattine, bambole di plastica, non c'è un fiore".
Ha poi continuato, senza minimamente pensare agli effetti che avrebbe potuto provocare sulla popolazione locale, fortemente legata alla propria terra, cultura, usi e costumi, "La barriera corallina è pericolosissima parché è torbida e nessuno può pescare e nessuno ha osato allontanarsi di un metro da riva perché non si vede nulla. E' da venerdì che lancio messaggi per parlare con la produzione parché non capisco come si sia voluto portare me qui. Se uno mi dice 'Busi vai in una latrina' mi può anche andare bene, visto che ci ho passato la gioventù a battere, ma se uno mi dice 'Busi vai in un Paradiso' e poi mi trovo in un cesso...".
Non contento, ha infine chiosato "È una pattumiera dove chiunque è andato a fare i suoi porci comodi probabilmente per decenni e quindi non è stata neanche bonificata. Ribadisco il concetto: io resto qui, ma non su quell'isola".
Immediata la reazione del governo nicaraguense, ma soprattutto della popolazione garifuna, la quale è insorta minacciosamente contro i 120 italiani che da qualche settimana s'aggirano sui cayos nicaraguensi e a Corn Island o Isla del Maíz. Secondo varie indiscrezioni ci sarebbero state colluttazioni con membri dello staff de "L'Isola dei famosi", sono usciti anche machetes e la ferma intenzione di non volere più vedere italiani nel posto.
La rettifica
Durante una conferenza stampa indetta per chiarire l'episodio, il direttore dell'Istituto del Turismo, Mario Salinas, ha informato i presenti di avere chiesto immediate spiegazioni a Magnolia SpA, dato che il personale di questa impresa conosceva perfettamente il posto in cui si sarebbe svolta la trasmissione.
In un comunicato redatto in italiano e tradotto in modo improvvisato durante la sua lettura, rendendolo pressoché incomprensibile ai mezzi d'informazione nazionali ed alle autorità presenti, il direttore esecutivo di Magnolia SpA, Francesco Pucci, si è distanziato dalle dichiarazioni di Aldo Busi ed ha presentato le scuse della compagnia alla popolazione nicaraguense e soprattutto, a quella della zona atlantica.
"Dopo le dichiarazioni del concorrente della trasmissione "L'Isola dei famosi", tutto lo staff di Magnolia si rivolge con grande umiltà alla popolazione nicaraguense e porge le sue scuse, in modo particolare agli abitanti di Corn Island. Le dichiarazioni di Aldo Busi non corrispondono nel modo più assoluto all'opinione che lo staff di Magnolia ha degli abitanti di Corn Island".
Cercando di giustificare in parte l'accaduto, Pucci ha detto che la dichiarazione di Busi sarebbe derivata "dallo stato di stress molto forte e di pressione a cui è sottoposto per la natura stessa del programma", riconoscendo allo stesso tempo che sarebbe riconducibile anche "alla personalità presuntuosa e irrispettosa del concorrente, volta a cambiare il meccanismo del programma e che nulla ha a che fare con il paese che sta ospitando il programma".
Il comunicato si conclude raccogliendo le dichiarazioni della conduttrice del programma, la quale si è espressa in modo entusiasta dell'isola e del paese in generale. Lo stesso Aldo Busi ha poi ritrattato quanto detto, lanciandosi in una descrizione paradisiaca del Nicaragua e di Corn Island.ed invitando gli italiani a recarsi in Nicaragua,"dove c'è gente ospitale e gentile". A questo punto e con statistiche alla mano giunte fresche in busta chiusa nelle mani di Pucci, sarebbero stati circa 15 milioni gli italiani (poco dopo ha detto 18 milioni) che avrebbero seguito il dietro front dello scrittore lo scorso 10 marzo.
Sarà sufficiente per calmare le ire delle popolazioni locali?
Per il sindaco di Corn Island, Cleveland Webster, le cose non sono però così semplici. "Il popolo di Corn Island si è indignato per quanto accaduto ed ha chiesto che Magnolia e questa persona (Busi) rettifichino le cose vergognose dette sul mio popolo. Il mio popolo - ha continuato Webster - è così umile che quando arrivano ospiti lasciamo loro il nostro letto e dormiamo per terra. Non meritavamo questo tipo di manifestazione e quindi nello stesso modo in cui hanno macchiato il nome di Corn Island, ora lo devono pulire.
Il mio popolo non ha problemi con gli italiani del programma, ma queste due persone che hanno detto quelle cose non le vogliamo lì. Ora ho bisogno di una copia del comunicato di Magnolia in spagnolo per presentarlo alla gente, ma per essere sincero il popolo di Corn Island si sente offeso per queste menzogne.
Noi abbiamo bisogno del turismo, ma con queste dichiarazioni la gente si è sentita offesa e come sindaco devo controllare che nessuno venga sull'isola ad offendere la popolazione. C'è stato un episodio di violenza, un ragazzo che magari non sapeva come esprimere ciò che sentiva ed ha reagito in questo modo, ma noi non possiamo combattere la violenza con la violenza. Vogliamo la pace, convivere con questa gente e come sindaco mi farò carico di calmare la gente", ha concluso.
Le domande scomode
Dopo avere ricordato al direttore esecutivo di Magnolia SpA i problemi già avuti dal programma in Honduras (http://lisolaeilmattone.blogspot.com/), la Lista Informativa "Nicaragua y más" ha chiesto se non credesse che questo tipo di programma e di modello preconfezionato per il pubblico italiano, calato dall'alto in realtà particolari profondamente legate al proprio territorio, non potesse costituire un problema per le popolazioni locali.
La veemente e quanto mai scomposta risposta di Pucci ha lasciato perplessi i presenti. "La cosa migliore è che la stampa è libera e chiunque può dire ciò che vuole - ha detto il direttore esecutivo di Magnolia -.
Ciò che ha detto non è assolutamente vero e l'unico problema avuto non è un problema del programma, che funziona bene e con moltissimi spettatori, ma un problema molto piccolo che magari interessa qualche persona perché arriviamo con un apparato tecnico molto grande".
In un crescendo di toni e di nervosismo, Pucci ha poi invitato la Lista Informativa "Nicaragua y más" a chiedere informazioni e referenze al presidente dell'Honduras (Manuel Zelaya?), all'ex ministro del Turismo ed all'attuale governo sull'esperienza di Magnolia in Honduras..
"Ciò che ha detto non è vero - ha insistito Pucci -, non ha informazioni precise. I garifuna hanno una buonissima opinione di noi e lei non sa che cosa Magnolia ha fatto per queste popolazioni. Non conosce proprio niente, d'informazione non sa niente", ha concluso sempre più alterato per la scomoda domanda a cui, alla fine, non ha risposto.
Cosa avevano detto i garifuna honduregni
Durante la sua visita in Italia nel 2007, Alfredo López, leader comunitario, presidente del Patronato della comunità di Triunfo de la Cruz, membro attivo della Organización Fraternal Negra Hondureña, Ofraneh, una delle più importanti organizzazioni del popolo garifuna, la cui militanza in difesa dei diritti delle popolazioni afrocaribeñas e contro progetti di speculazione di edilizia turistica gli è costata sette anni di ingiusta carcere, aveva detto che "Le zone dove vivono le troupe e dove si gira lo show sono presidiate dalla polizia e dall’esercito dell’Honduras. Non siamo liberi di spostarci sulla nostra terra, perché ci sono zone dove è stato proibito l’ingresso. Inoltre, i movimenti delle barche e le attrezzature televisive spaventano la fauna delle lagune, come le tartarughe marine. E poi – ha continuato – è terribile vedere un tale spreco di denaro in una regione depressa come la nostra".
Il Collettivo Italia Centro America (CICA) aveva invitato López per una serie di incontri in cui si denunciava la costruzione di un mega complesso turistico nella zona di Bahía de Tela, non molto lontano da dove si svolgeva "L'Isola dei Famosi", ed in cui era coinvolta l'impresa italiana Astaldi.
Questo è quanto veniva scritto da Enzo Mangini sulla rivista Carta (http://www.carta.org/campagne/ambiente/11446).
"Dietro le avventure dei naufraghi finti, il reality show nasconde la realtà: a pochi chilometri da Cayo Cochino, dove sono esiliati i «famosi» dello show di Magnolia-RaiDue, vive la maggior parte del popolo indigeno garifuna. Trecentocinquantamila persone, in 46 comunità sparse lungo la costa atlantica dell’Honduras. "Non sono più 46 ma 45 – dice Alfredo Lopez, un rappresentante dell’Organizacion fraternal de los pueblos negros de Honduras [Ofraneh] – pochi giorni fa la comunità di Miami è praticamente scomparsa". I 150 abitanti del villaggio sono stati accolti nelle comunità vicine, attorno a Cayo Cochino e alla Baia de Tela. Miami è, anzi era, una delle comunità al centro del progetto di «sviluppo» turistico di Baia de Tela, promosso dalla multinazionale edilizia italiana Astaldi. La baia è a pochi chilometri dalla fascia costiera ricca di mangrovie e paesaggi affascinanti dove si sono accampate le troupe dell’Isola dei famosi. Uno spot lungo mesi per lanciare il «turismo» italiano in Honduras e quindi creare la domanda che Astaldi, con il suo progetto di resort ad alto impatto ambientale, è pronta a soddisfare (...).
(...) Lopez ha tenuto oggi una conferenza stampa al senato, assieme a Luca Martinelli, di Mani Tese, che assieme ad altre associazioni sta promuovendo la campagna «L’isola e il mattone» [www.lisolaeilmattone.blogspot.com]. I lavori nella Baia de Tela procedono un po’ più lentamente di quanto l’impresa e il governo vorrebbero. Le proteste dei garifuna e l’attenzione che la vicenda sta ottenendo dalla stampa, anche internazionale, hanno rallentato le ruspe.
Il progetto di resort «Los micos» prevede quattro hotel di lusso, 256 ville, un campo da golf, un centro ippico e un centro commerciale per una superficie totale di 300 ettari. Per costruire il campo da golf verrà interrata una laguna protetta dalla Convenzione internazionale per la protezione delle paludi. Secondo Astaldi è un progetto che porterà lavoro e sviluppo nella zona. "Conosciamo Astaldi da molto tempo – risponde Lopez – e non ci fidiamo di quello che dicono. In altri casi, hanno portato la manodopera da fuori. Alle comunità indigene del posto non rimarrà nulla. Verranno cancellate, come Miami".
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
Etichette: Centro America y Caribe
08 marzo, 2010
Solidarietà internazionale con ANAIRC
COMUNICATO STAMPA
Il prossimo 9 marzo si compie un anno dall'inizio della protesta a Managua degli ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero e vedove affiliate alla Asociación de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC), i quali continuano a lottare affinché si apra un tavolo di trattativa con l'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd., proprietaria del complesso agroindustriale Ingenio San Antonio e integrante del Grupo Pellas, per potere ricevere un risarcimento per i danni causati alla loro salute.
All'interno dello sforzo per rilanciare la campagna internazionale di sostegno alla lotta della ANAIRC, 43 organizzazioni nazionali ed internazionali hanno riaffirmato con un comunicato il loro sostegno agli ex lavoratori ed hanno chiesto alla Nicaragua Sugar Estates Ltd. che si responsabilizzi per i danni causati.
Il Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible” informa e denuncia allo stesso tempo che i due quotidiani di circolazione nazionale che esistono in Nicaragua, i giornali LA PRENSA ed EL NUEVO DIARIO, si sono negati a pubblicare detto comunicato come Pubblicazione a Pagamento, cosa che ci eravamo ripromessi di fare questa settimana. Questo fatto ci sembra gravissimo perché evidenzia nuovamente come i mezzi d'informazione siano ovunque al servizio dei signore del denaro (in questo caso la famiglia Pellas, propietaria del rum Flor de Caña ed anche la più ricca del Nicaragua). Con queste azioni negano la tanto invocata "libertà d'espressione" che questi giornali ipocritamente esigono e dicono di difendere.
Il comunicato è stato consegnato alla Presidenza della Repubblica del Nicaragua, Procura Generale della Repubblica e all'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd.-Grupo Pellas.
Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible”
COMUNICATO DI SOLIDARIETÀ con la Asociación Nicaragüense de Afectados y Afectadas por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC)
Managua, 5 marzo 2010
Le organizzazioni nazionali e internazionali firmatarie di questo comunicato, vogliono rendere pubblica la loro solidarietà con le migliaia di ex lavoratori e lavoratrici dell'Ingenio San Antonio, i quali soffrono di Insufficienza renale cronica (Irc).
Consideriamo che sia intollerabile la situazione di abbandono in cui l'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd., che integra il Grupo Pellas, ha lasciato migliaia di lavoratori e lavoratrici che durante anni hanno lavorato, che in Nicaragua produce il rum Flor de caña. Più di 3.600 di questi ex lavoratori e lavoratrici sono morti dall'anno 2000 e in questo momento ce ne sono molti altri che stanno morendo lentamente a causa di questa terribile malattia, com'è l'Insufficienza renale cronica, lasciando i loro figli, figlie e vedove senza nessun tipo di protezione.
Consideriamo che il Grupo Pellas, uno dei più influenti e ricchi del paese, debba accettare la sua responsabilità nei confronti di questi esseri umani che un giorno sono stati suoi lavoratori e che oggi si trovano in una situazione disumana. Sono condannabili e inammissibile sotto tutti i punti di vista, siano essi di tipo lavorativo, umano, morale o etico, la codizia e l'egoismo che questa famiglia di milionari ha dimostrato al negarsi a risarcire questi lavoratori e le loro famiglie.
Dal luglio 2004, la Legge 456 – Ley de Adición de Riesgos y Enfermedades Profesionales a la Ley No. 185, Código del Trabajo - riconosce che in Nicaragua la Irc è una malattia professionale particolarmente vincolata all'industria dello zucchero, e quindi già non è più un oggetto di discussione la natura della malattia, ma si tratta solamente di applicare la legge.
Dallo scorso 9 marzo 2009, un gruppo di ex lavoratori e lavoratrici e alcune vedove si trovano accampati in condizioni precarie nei pressi della cattedrale Metropolitana di Managua, aspettando la tanto attesa GIUSTIZIA. Durante questo periodo hanno inviato varie lettere al signor Carlos Pellas Chamorro, affinché risponda per i danni causati alla loro salute e alla vita di questi ex lavoratori. Per il momento non hanno ricevuto nessuna risposta.
Per questo motivo, le organizzazioni firmatarie di questo comunicato dichiarano:
- La nostra totale solidarietà con la giusta lotta degli ex lavoratori e lavoratrici dell'Ingenio San Antonio organizzati nella ANAIRC
- Il nostro rammarico e solidarietà che le famiglie di tutte quelle persone morte fino a questo momento
- La nostra richiesta al Grupo Pellas affinché si sieda a negoziare con la ANAIRC i giusti e urgenti risarcimenti per gli ex lavoratori e lavoratrici, per non lasciare che le loro famiglie e quelle degli ex lavoratori deceduti restino nel più totale abbandono
- Il nostro impegno a diffondere e sensibilizzare le popolazioni del mondo sulla campagna di boicottaggio al rum Flor de Caña, come misura di pressione nei confronti del Grupo Pellas, fino a quando non verranno concessi i risarcimenti richiesti dalla ANAIRC
VIVA LA GIUSTA LOTTA DELLA ANAIRC…!!! Risarcimenti SUBITO !
Firmano:
Iniciativa contra los Agronegocios – AAI (El Salvador), ALBA SUD (Catalunya - España), Alianza Mexicana por la Autodeterminación de los Pueblos - AMAP (México), Alianza Social Continental (Centroamérica), Asociación Entrepueblos (España), Asociación Italia-Nicaragua (Italia), Bloque Popular (Honduras), Campaña Quién debe a Quién (España), Collectif Venezuela 13 Avril (Bélgica), Comité de solidaridad internacionalista de Zaragoza (España), Comité pour les Droits Humains "Daniel Gillard" (Bélgica), Congreso Popular (Paraguay), Coordinación UITA Area Privada Chile – CONTALAPCH (Chile), Coordinadora Mesoamericana de la Juventud (Mesoamérica), DITSO (Costa Rica), Cristianos Nicaragüenses por los Pobres (CNP) / Articulación Nacional Comunidades Eclesiales de Base –CEB- (Nicaragua), Educación para la Acción Crítica –EdPAC (España), Ekologistak Martxan (País Vasco - España), Enlazando Alternativas (Europa), Enlazando Alternativas/Alianza Social Continental (Europa-Latinoamerica), En Lucha/En Lluita (Catalunya - España), Fundación Hijos del Maíz (España), Federación de Trabajadores de la Alimentación, Agroindustria, Turismo, Servicio/Comercio y Conexos de Nicaragua – FUTATSCON (Nicaragua), Frente em defesa da Amazonia brasileira (Brasil), Grito de los Excluidos (Mesoamérica), Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible” (Nicaragua), Movimento de Justiça e Direitos Humanos (Brasil), Nicaragua Network (USA), Observatorio de la Deuda en la Globalización – ODG (Catalunya – España), Peuples Solidaires (Francia), Sindicato Unico de Pescadores de Nuevas Embarcaciones del Perú – SUPNEP (Perú), Red de Acción en Plaguicidas y sus Alternativas de América Latina - RAP-AL (Uruguay), Red Sinti Techan (El Salvador), REMITE (Perú), Secretaría Regional Latinoamericana de la Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación, Agrícolas, Hoteles, Restaurantes, Tabaco y Afines (Rel-UITA), Colectivo Respuestas a las Empresas Transnacionales – RETS (Catalunya – España), SETEM MADRID - CASTILLA LA MANCHA (España), Sindicato de Paking del Sur Montevideo – SIPASUR (Uruguay), Sindicato Trabajadores Rurales de la Citricultura Salto - SITRACITA (Uruguay), Sindicato de Trabajadores de la Industria de la Bebida y Similares – STIBYS (Honduras), Sucre Ethique (Francia), Unidad de Asentamientos de Guatemala – UNASGUA (Guatemala), Unión de Trabajadores Rurales del Sur del País – UTRASURPA (Uruguay).
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
Il prossimo 9 marzo si compie un anno dall'inizio della protesta a Managua degli ex lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero e vedove affiliate alla Asociación de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC), i quali continuano a lottare affinché si apra un tavolo di trattativa con l'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd., proprietaria del complesso agroindustriale Ingenio San Antonio e integrante del Grupo Pellas, per potere ricevere un risarcimento per i danni causati alla loro salute.
All'interno dello sforzo per rilanciare la campagna internazionale di sostegno alla lotta della ANAIRC, 43 organizzazioni nazionali ed internazionali hanno riaffirmato con un comunicato il loro sostegno agli ex lavoratori ed hanno chiesto alla Nicaragua Sugar Estates Ltd. che si responsabilizzi per i danni causati.
Il Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible” informa e denuncia allo stesso tempo che i due quotidiani di circolazione nazionale che esistono in Nicaragua, i giornali LA PRENSA ed EL NUEVO DIARIO, si sono negati a pubblicare detto comunicato come Pubblicazione a Pagamento, cosa che ci eravamo ripromessi di fare questa settimana. Questo fatto ci sembra gravissimo perché evidenzia nuovamente come i mezzi d'informazione siano ovunque al servizio dei signore del denaro (in questo caso la famiglia Pellas, propietaria del rum Flor de Caña ed anche la più ricca del Nicaragua). Con queste azioni negano la tanto invocata "libertà d'espressione" che questi giornali ipocritamente esigono e dicono di difendere.
Il comunicato è stato consegnato alla Presidenza della Repubblica del Nicaragua, Procura Generale della Repubblica e all'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd.-Grupo Pellas.
Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible”
COMUNICATO DI SOLIDARIETÀ con la Asociación Nicaragüense de Afectados y Afectadas por Insuficiencia Renal Crónica (ANAIRC)
Managua, 5 marzo 2010
Le organizzazioni nazionali e internazionali firmatarie di questo comunicato, vogliono rendere pubblica la loro solidarietà con le migliaia di ex lavoratori e lavoratrici dell'Ingenio San Antonio, i quali soffrono di Insufficienza renale cronica (Irc).
Consideriamo che sia intollerabile la situazione di abbandono in cui l'impresa Nicaragua Sugar Estates Ltd., che integra il Grupo Pellas, ha lasciato migliaia di lavoratori e lavoratrici che durante anni hanno lavorato, che in Nicaragua produce il rum Flor de caña. Più di 3.600 di questi ex lavoratori e lavoratrici sono morti dall'anno 2000 e in questo momento ce ne sono molti altri che stanno morendo lentamente a causa di questa terribile malattia, com'è l'Insufficienza renale cronica, lasciando i loro figli, figlie e vedove senza nessun tipo di protezione.
Consideriamo che il Grupo Pellas, uno dei più influenti e ricchi del paese, debba accettare la sua responsabilità nei confronti di questi esseri umani che un giorno sono stati suoi lavoratori e che oggi si trovano in una situazione disumana. Sono condannabili e inammissibile sotto tutti i punti di vista, siano essi di tipo lavorativo, umano, morale o etico, la codizia e l'egoismo che questa famiglia di milionari ha dimostrato al negarsi a risarcire questi lavoratori e le loro famiglie.
Dal luglio 2004, la Legge 456 – Ley de Adición de Riesgos y Enfermedades Profesionales a la Ley No. 185, Código del Trabajo - riconosce che in Nicaragua la Irc è una malattia professionale particolarmente vincolata all'industria dello zucchero, e quindi già non è più un oggetto di discussione la natura della malattia, ma si tratta solamente di applicare la legge.
Dallo scorso 9 marzo 2009, un gruppo di ex lavoratori e lavoratrici e alcune vedove si trovano accampati in condizioni precarie nei pressi della cattedrale Metropolitana di Managua, aspettando la tanto attesa GIUSTIZIA. Durante questo periodo hanno inviato varie lettere al signor Carlos Pellas Chamorro, affinché risponda per i danni causati alla loro salute e alla vita di questi ex lavoratori. Per il momento non hanno ricevuto nessuna risposta.
Per questo motivo, le organizzazioni firmatarie di questo comunicato dichiarano:
- La nostra totale solidarietà con la giusta lotta degli ex lavoratori e lavoratrici dell'Ingenio San Antonio organizzati nella ANAIRC
- Il nostro rammarico e solidarietà che le famiglie di tutte quelle persone morte fino a questo momento
- La nostra richiesta al Grupo Pellas affinché si sieda a negoziare con la ANAIRC i giusti e urgenti risarcimenti per gli ex lavoratori e lavoratrici, per non lasciare che le loro famiglie e quelle degli ex lavoratori deceduti restino nel più totale abbandono
- Il nostro impegno a diffondere e sensibilizzare le popolazioni del mondo sulla campagna di boicottaggio al rum Flor de Caña, come misura di pressione nei confronti del Grupo Pellas, fino a quando non verranno concessi i risarcimenti richiesti dalla ANAIRC
VIVA LA GIUSTA LOTTA DELLA ANAIRC…!!! Risarcimenti SUBITO !
Firmano:
Iniciativa contra los Agronegocios – AAI (El Salvador), ALBA SUD (Catalunya - España), Alianza Mexicana por la Autodeterminación de los Pueblos - AMAP (México), Alianza Social Continental (Centroamérica), Asociación Entrepueblos (España), Asociación Italia-Nicaragua (Italia), Bloque Popular (Honduras), Campaña Quién debe a Quién (España), Collectif Venezuela 13 Avril (Bélgica), Comité de solidaridad internacionalista de Zaragoza (España), Comité pour les Droits Humains "Daniel Gillard" (Bélgica), Congreso Popular (Paraguay), Coordinación UITA Area Privada Chile – CONTALAPCH (Chile), Coordinadora Mesoamericana de la Juventud (Mesoamérica), DITSO (Costa Rica), Cristianos Nicaragüenses por los Pobres (CNP) / Articulación Nacional Comunidades Eclesiales de Base –CEB- (Nicaragua), Educación para la Acción Crítica –EdPAC (España), Ekologistak Martxan (País Vasco - España), Enlazando Alternativas (Europa), Enlazando Alternativas/Alianza Social Continental (Europa-Latinoamerica), En Lucha/En Lluita (Catalunya - España), Fundación Hijos del Maíz (España), Federación de Trabajadores de la Alimentación, Agroindustria, Turismo, Servicio/Comercio y Conexos de Nicaragua – FUTATSCON (Nicaragua), Frente em defesa da Amazonia brasileira (Brasil), Grito de los Excluidos (Mesoamérica), Movimiento Social Nicaragüense “Otro Mundo es Posible” (Nicaragua), Movimento de Justiça e Direitos Humanos (Brasil), Nicaragua Network (USA), Observatorio de la Deuda en la Globalización – ODG (Catalunya – España), Peuples Solidaires (Francia), Sindicato Unico de Pescadores de Nuevas Embarcaciones del Perú – SUPNEP (Perú), Red de Acción en Plaguicidas y sus Alternativas de América Latina - RAP-AL (Uruguay), Red Sinti Techan (El Salvador), REMITE (Perú), Secretaría Regional Latinoamericana de la Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación, Agrícolas, Hoteles, Restaurantes, Tabaco y Afines (Rel-UITA), Colectivo Respuestas a las Empresas Transnacionales – RETS (Catalunya – España), SETEM MADRID - CASTILLA LA MANCHA (España), Sindicato de Paking del Sur Montevideo – SIPASUR (Uruguay), Sindicato Trabajadores Rurales de la Citricultura Salto - SITRACITA (Uruguay), Sindicato de Trabajadores de la Industria de la Bebida y Similares – STIBYS (Honduras), Sucre Ethique (Francia), Unidad de Asentamientos de Guatemala – UNASGUA (Guatemala), Unión de Trabajadores Rurales del Sur del País – UTRASURPA (Uruguay).
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )
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14 febbraio, 2010
Haiti, un mese dopo
ciao a tutti
approfitto di un po' di tempo per mandarvi delle notizie su quello che succede qui ad Haiti.
Un punto di vista privilegato, dal quartiere più povero (e violento) della città, Martissant, dove MSF aveva un "pronto soccorso", nato per coprire un buco (uno dei tanti) nel sistema di salute pubblico, e che dopo il terremoto é diventato un punto di riferimento per i sopravvissuti.
Io sono arrivato a quasi tre settimane dalla tragedia, e guardando le case crollate, le macchine schiacciate, le vie ancora piene di macerie, i cavi elettrici penzolanti, l'aria piena di polvere, posso solo immaginare cosa deve essere successo il 12 gennaio scorso.
Chi c'era mi ha raccontato: la scossa inizia violentemente, per alcuni secondi, poi due violente scosse verticali fanno quasi saltare in aria le case, che crollano giù come fossero di cartone schiacciando tutto quello che si trova sotto...
in un area ad altissima densità abitativa (Port au Prince faceva 2 mlioni di abitanti) questo si traduce in decine di migliaia di morti. E migliaia di feriti, in cerca di cure che non potevano essere date, perchè anche gli ospedali (i piu' grandi) sono crollati, con parte dei pazienti e del personale dentro. Una catastrofe dentro la catastrofe.
Cosi', nel nostro progetto di Martissant sono arrivati a centinaia, i primi giorni. E molti erano completamente ustionati, a causa di un esplosione di un deposito di gas qui vicino. Sono quasi tutti morti.
Le prime cure sono state frenetiche, feriti dappertutto, con arti schiacciati o ossa rotte, mentre i cadaveri si accumulavano...un delirio. Questa gente ha veramente visto l'inferno, soprattutto nei primi giorni, quando non c'era praticamente nessuno, ben prima dell'arrivo degli aiuti.
Ed è impressonante vedere come hanno reagito. Qui c'è un medico haitiano che ha perduto l'unico figlio di 16 mesi, sepolto tra le macerie. Beh, il giorno dopo era in ospedale, a lavorare, perchè sapeva che altre persone avevano bisogno di lui...
E come lui, tanti altri, che ancora vivono in strada, sotto le tende, e vengono ancora a lavorare.
Cosi la vita ricomincia, le strade tornano ad essere piene di gente, parte della popolazione è tornata in campagna, altri vivono nelle tende, altri sono tornati nelle case ma la paura é ancora forte; infatti qui nell'ospedale nesuno vuole tornare "dentro", anche se l'edificio è intatto. cosi' si lavora fuori, sotto le tende, e si continua l'attività di prima, con in più un servizio d pediatria e di medicina interna.
Si, perchè delle 250 (!!!) organizzazioni non governative che sono corse a prestare soccorso, la maggior parte si è occupata delle cure chirurgiche immediate, ma adesso molti sono già andati via...e chi li segue i malati? chi prende in cura tutto il resto, tutto cio' che non è chirurgia, visto che le gente non smette di ammalarsi, o di partorire durante una catastrofe?
E neanche smettono di spararsi, a dire il vero: "grazie" al terremoto 6000 prigionieri sono evasi dalle carceri, e molti sono membri delle "famose" gang (le cui radici risalgono ad Aristide e si sviluppano nei traffici di droga che dalla colombia passa di qua per arrivare agli stati uniti), che si sono riorganizzate giusto qui a Martissant. E che da qui cominciano la resa dei conti.Tanto i caschi blu qui non riescono ad arrivare...
Fortunatamente, MSF gode di un'immunità speciale, ed è conosciuta e rispettata da tutti (per anni è stata l'unica struttura sanitaria funzionante qui intorno). Quindi non ci sono problemi.
Quanto al pericolo di altre scosse forti (quelle di assestamento si sentono quasi tutti i giorni), non c'è da temere: ognuno è provvisto di fischetto (!!) in caso di intrappolamento sotto le macerie. Non ho ancora capito se è una cosa seria o meno, ma sicuramente è un modo molto efficace per farti capire quello che ti puo' capitare!
Comunque:
Quello che faccio qui, insieme agli altri, è essenzialmente aiutare questo ospedale a rimettersi in piedi. In tutti i sensi, dal punto d vista delle attività cliniche, ma anche con il morale; lo staff locale ha subito un trauma enorme, e MSF ha offerto un sostegno psicologico a tutti, oltre a un periodo di meritato riposo...
Ci vorrà del tempo, senza dubbio; ma questa gente ha delle risorse enormi. Hanno perso tutto, ma non la voglia di ricominciare a vivere.
Tanto di cappello, veramente.
un abbraccio a tutti, e a presto.
Mauro
approfitto di un po' di tempo per mandarvi delle notizie su quello che succede qui ad Haiti.
Un punto di vista privilegato, dal quartiere più povero (e violento) della città, Martissant, dove MSF aveva un "pronto soccorso", nato per coprire un buco (uno dei tanti) nel sistema di salute pubblico, e che dopo il terremoto é diventato un punto di riferimento per i sopravvissuti.
Io sono arrivato a quasi tre settimane dalla tragedia, e guardando le case crollate, le macchine schiacciate, le vie ancora piene di macerie, i cavi elettrici penzolanti, l'aria piena di polvere, posso solo immaginare cosa deve essere successo il 12 gennaio scorso.
Chi c'era mi ha raccontato: la scossa inizia violentemente, per alcuni secondi, poi due violente scosse verticali fanno quasi saltare in aria le case, che crollano giù come fossero di cartone schiacciando tutto quello che si trova sotto...
in un area ad altissima densità abitativa (Port au Prince faceva 2 mlioni di abitanti) questo si traduce in decine di migliaia di morti. E migliaia di feriti, in cerca di cure che non potevano essere date, perchè anche gli ospedali (i piu' grandi) sono crollati, con parte dei pazienti e del personale dentro. Una catastrofe dentro la catastrofe.
Cosi', nel nostro progetto di Martissant sono arrivati a centinaia, i primi giorni. E molti erano completamente ustionati, a causa di un esplosione di un deposito di gas qui vicino. Sono quasi tutti morti.
Le prime cure sono state frenetiche, feriti dappertutto, con arti schiacciati o ossa rotte, mentre i cadaveri si accumulavano...un delirio. Questa gente ha veramente visto l'inferno, soprattutto nei primi giorni, quando non c'era praticamente nessuno, ben prima dell'arrivo degli aiuti.
Ed è impressonante vedere come hanno reagito. Qui c'è un medico haitiano che ha perduto l'unico figlio di 16 mesi, sepolto tra le macerie. Beh, il giorno dopo era in ospedale, a lavorare, perchè sapeva che altre persone avevano bisogno di lui...
E come lui, tanti altri, che ancora vivono in strada, sotto le tende, e vengono ancora a lavorare.
Cosi la vita ricomincia, le strade tornano ad essere piene di gente, parte della popolazione è tornata in campagna, altri vivono nelle tende, altri sono tornati nelle case ma la paura é ancora forte; infatti qui nell'ospedale nesuno vuole tornare "dentro", anche se l'edificio è intatto. cosi' si lavora fuori, sotto le tende, e si continua l'attività di prima, con in più un servizio d pediatria e di medicina interna.
Si, perchè delle 250 (!!!) organizzazioni non governative che sono corse a prestare soccorso, la maggior parte si è occupata delle cure chirurgiche immediate, ma adesso molti sono già andati via...e chi li segue i malati? chi prende in cura tutto il resto, tutto cio' che non è chirurgia, visto che le gente non smette di ammalarsi, o di partorire durante una catastrofe?
E neanche smettono di spararsi, a dire il vero: "grazie" al terremoto 6000 prigionieri sono evasi dalle carceri, e molti sono membri delle "famose" gang (le cui radici risalgono ad Aristide e si sviluppano nei traffici di droga che dalla colombia passa di qua per arrivare agli stati uniti), che si sono riorganizzate giusto qui a Martissant. E che da qui cominciano la resa dei conti.Tanto i caschi blu qui non riescono ad arrivare...
Fortunatamente, MSF gode di un'immunità speciale, ed è conosciuta e rispettata da tutti (per anni è stata l'unica struttura sanitaria funzionante qui intorno). Quindi non ci sono problemi.
Quanto al pericolo di altre scosse forti (quelle di assestamento si sentono quasi tutti i giorni), non c'è da temere: ognuno è provvisto di fischetto (!!) in caso di intrappolamento sotto le macerie. Non ho ancora capito se è una cosa seria o meno, ma sicuramente è un modo molto efficace per farti capire quello che ti puo' capitare!
Comunque:
Quello che faccio qui, insieme agli altri, è essenzialmente aiutare questo ospedale a rimettersi in piedi. In tutti i sensi, dal punto d vista delle attività cliniche, ma anche con il morale; lo staff locale ha subito un trauma enorme, e MSF ha offerto un sostegno psicologico a tutti, oltre a un periodo di meritato riposo...
Ci vorrà del tempo, senza dubbio; ma questa gente ha delle risorse enormi. Hanno perso tutto, ma non la voglia di ricominciare a vivere.
Tanto di cappello, veramente.
un abbraccio a tutti, e a presto.
Mauro
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21 gennaio, 2010
Terremoto neoliberale ad Haiti
Frei Gilvander Moreira
“Le bande seminano il terrore ad Haiti”, ripetono incessantemente i media, etichettando il popolo hatiano come violento.. Sarà così? Sarà questa natura indomabile la principale responsabile delle sofferenze senza misura che si è abbattuta sul popolo ? Riflettiamo.
Haiti fu invaso brutalmente dalle truppe navali degli Stati Uniti tra il 1915 e il 1934. Innumerevoli dittature furono aiutate e appoggiate da Washington.
Nel 2004, durante un golpe militare, il presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, democraticamente eletto, fu sequestrato dagli USA e portato con un aereo in esilio in Africa.
USA, Canada e Francia avevano cospirato apertamente quattro anni per sconfiggere il governo di Aristide, tagliando quesi tutti gli aiuti internazionali e distruggendo l'economia haitiana.
“Il primo governo democratico di Aristide fu sconfitto dopo soli 7 mesi, nel 1991, da militari e squadroni della morte, che successivamente si scoprì essere stati finanziati dalla CIA.
Aristide vuole ritornare al suo paese, cosa che la maggioranza del popolo haitiano rivendica fin d'allora, ma gli Stati Uniti non lo vogliono lì.
E il governo Preval, completamente dipendente da Washington, ha deciso che il partito di Aristide – il maggiore di Haiti – non sarà autorizzato a partecipare alle prossime elezioni (previste originalmente per Febbraio 2010)”, informa Mark Wesbrot (FSP, 19/01/2010, p. A3).
Dopo aver espulso il dittatore Jean-Claude Duvalier, Baby Doc, di Haiti, Jean-Bertrand, sacerdote cattolico e teologo della Liberazione, di umili origini, vinse, con più di due terzi dei voti, le prime elezioni libere realizzate in Haiti (dicembre, 1990), diventando il simbolo delle speranze popolari. Dopo aver preso le prime misure contro la corruzione e le carenze economiche, fu deposto dai militari, sotto il comando del general Raoul Cédras..
L'elezione di Aristide era stata il frutto di un processo di organizzazione popolare che avrebbe portato Haiti alla giustizia sociale e, probabilmente, a una società socialista.
Si sarebbe creata una seconda Cuba in barba allo Zio Sam.
Per questo pivatizzazione neoliberale, golpe militare, ingerenza militare, elemosina ...
Dal 1984, il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato Haiti a liberarizzare il suo mercato. Gli scarsi e ultimi servizi pubblici furono privatizzati, negando l'accesso al popolo marginalizzato. Nel 1970, Haiti produceva il 90% degli alimenti che consumava, attualmente importa 55%.
Il riso statounitense sovvenzionato ha ammazzato la produzione locale.
In agosto e settembre 2008, l'aumento enorme dei prezzi degli alimenti ha provocato un aumento dei prezzi in Haiti del 50%, provocando rivolte degli affamati.
La Croce Rossa dice che gli haitiani sono ‘aggressivi’ di fronte alla mancanza di alimenti.
Il 18 gennaio 2010, il segretario-generale dell'ONU, Ban Ki-moon, in visita a Porto Principe, ha udito nelle strade il popolo haitiano gridare “non abbiamo bisogno di aiuto militare; abbiamo bisogno di cibo e ricovero. Stiamo morendo.”
Il Banco Mondiale, il FMI, il Banco Interamericano di Sviluppo e molte imprese multinazionali da decenni hanno cinicamente gettato la società haitiana in un inferno sociale.
La situazione di grande parte del popolo haitiano da molto tempo assomiglia ai milioni di brasiliani che sopravvivono nelle favele e nelle prigioni brasiliane: troppo poveri e troppo negri per partecipare alla Casa Grande , i quartieri nobili delle città.
Senza riforma agraria, con un appoggio illimitato all'agrobusiness, cinquanta milioni di brasiliani sono stati spinti dalla classe dominante nelle attuali “senzalas” (alloggiamenti degli schiavi), le favele brasiliane dove le prigioni sono il “pelourinho”.
Ha ragione Caetano Veloso quando dice " Haiti é qui...”.
Tanto ad Haiti come in Brasile (e America Latina, Africa e Asia), le politiche neoliberali stanno causando il più tenebroso terremoto sociale.
Un terremoto naturale, come quello di 7 gradi della scala Richter che ha colpito Haiti il 12 gennaio 2010, si può imputare alla fatalità, ma il vergognoso e insopportabile impoverimento delle popolazioni urbane e rurali di Haiti, no.
Il Governo brasiliano certamente difende il ripristino della democrazia in Honduras.
Perchè non difendere la democrazia anche per Haiti? Per questo dovrebbe inviare ad Haiti, come minimo, tre mila medici, assistenti sociali e leader popolari (con le infrastrutture per attuarle) e far tornareindietro quasi tutti i 1200 militari che sono lì.
Noi non dimentichiamo: Haiti è stato il primo paese latino americano a conquistare la sua independenza nel 1804, con una insurrezione degli schiavi che sconfisse gli invasori francesi .
Il popolo negro haitiano ha inspirato tutte le lotte per l'indipendenza nella nostra Patria Grande, l'America afrolatindia.
La sete di vita e di libertà del popolo negro di Haiti è stata repressa secolarmente dai vassali di un sistema di morte: il capitalismo neoliberale.
Belo Horizonte, 19/01/2010.
“Le bande seminano il terrore ad Haiti”, ripetono incessantemente i media, etichettando il popolo hatiano come violento.. Sarà così? Sarà questa natura indomabile la principale responsabile delle sofferenze senza misura che si è abbattuta sul popolo ? Riflettiamo.
Haiti fu invaso brutalmente dalle truppe navali degli Stati Uniti tra il 1915 e il 1934. Innumerevoli dittature furono aiutate e appoggiate da Washington.
Nel 2004, durante un golpe militare, il presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, democraticamente eletto, fu sequestrato dagli USA e portato con un aereo in esilio in Africa.
USA, Canada e Francia avevano cospirato apertamente quattro anni per sconfiggere il governo di Aristide, tagliando quesi tutti gli aiuti internazionali e distruggendo l'economia haitiana.
“Il primo governo democratico di Aristide fu sconfitto dopo soli 7 mesi, nel 1991, da militari e squadroni della morte, che successivamente si scoprì essere stati finanziati dalla CIA.
Aristide vuole ritornare al suo paese, cosa che la maggioranza del popolo haitiano rivendica fin d'allora, ma gli Stati Uniti non lo vogliono lì.
E il governo Preval, completamente dipendente da Washington, ha deciso che il partito di Aristide – il maggiore di Haiti – non sarà autorizzato a partecipare alle prossime elezioni (previste originalmente per Febbraio 2010)”, informa Mark Wesbrot (FSP, 19/01/2010, p. A3).
Dopo aver espulso il dittatore Jean-Claude Duvalier, Baby Doc, di Haiti, Jean-Bertrand, sacerdote cattolico e teologo della Liberazione, di umili origini, vinse, con più di due terzi dei voti, le prime elezioni libere realizzate in Haiti (dicembre, 1990), diventando il simbolo delle speranze popolari. Dopo aver preso le prime misure contro la corruzione e le carenze economiche, fu deposto dai militari, sotto il comando del general Raoul Cédras..
L'elezione di Aristide era stata il frutto di un processo di organizzazione popolare che avrebbe portato Haiti alla giustizia sociale e, probabilmente, a una società socialista.
Si sarebbe creata una seconda Cuba in barba allo Zio Sam.
Per questo pivatizzazione neoliberale, golpe militare, ingerenza militare, elemosina ...
Dal 1984, il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato Haiti a liberarizzare il suo mercato. Gli scarsi e ultimi servizi pubblici furono privatizzati, negando l'accesso al popolo marginalizzato. Nel 1970, Haiti produceva il 90% degli alimenti che consumava, attualmente importa 55%.
Il riso statounitense sovvenzionato ha ammazzato la produzione locale.
In agosto e settembre 2008, l'aumento enorme dei prezzi degli alimenti ha provocato un aumento dei prezzi in Haiti del 50%, provocando rivolte degli affamati.
La Croce Rossa dice che gli haitiani sono ‘aggressivi’ di fronte alla mancanza di alimenti.
Il 18 gennaio 2010, il segretario-generale dell'ONU, Ban Ki-moon, in visita a Porto Principe, ha udito nelle strade il popolo haitiano gridare “non abbiamo bisogno di aiuto militare; abbiamo bisogno di cibo e ricovero. Stiamo morendo.”
Il Banco Mondiale, il FMI, il Banco Interamericano di Sviluppo e molte imprese multinazionali da decenni hanno cinicamente gettato la società haitiana in un inferno sociale.
La situazione di grande parte del popolo haitiano da molto tempo assomiglia ai milioni di brasiliani che sopravvivono nelle favele e nelle prigioni brasiliane: troppo poveri e troppo negri per partecipare alla Casa Grande , i quartieri nobili delle città.
Senza riforma agraria, con un appoggio illimitato all'agrobusiness, cinquanta milioni di brasiliani sono stati spinti dalla classe dominante nelle attuali “senzalas” (alloggiamenti degli schiavi), le favele brasiliane dove le prigioni sono il “pelourinho”.
Ha ragione Caetano Veloso quando dice " Haiti é qui...”.
Tanto ad Haiti come in Brasile (e America Latina, Africa e Asia), le politiche neoliberali stanno causando il più tenebroso terremoto sociale.
Un terremoto naturale, come quello di 7 gradi della scala Richter che ha colpito Haiti il 12 gennaio 2010, si può imputare alla fatalità, ma il vergognoso e insopportabile impoverimento delle popolazioni urbane e rurali di Haiti, no.
Il Governo brasiliano certamente difende il ripristino della democrazia in Honduras.
Perchè non difendere la democrazia anche per Haiti? Per questo dovrebbe inviare ad Haiti, come minimo, tre mila medici, assistenti sociali e leader popolari (con le infrastrutture per attuarle) e far tornareindietro quasi tutti i 1200 militari che sono lì.
Noi non dimentichiamo: Haiti è stato il primo paese latino americano a conquistare la sua independenza nel 1804, con una insurrezione degli schiavi che sconfisse gli invasori francesi .
Il popolo negro haitiano ha inspirato tutte le lotte per l'indipendenza nella nostra Patria Grande, l'America afrolatindia.
La sete di vita e di libertà del popolo negro di Haiti è stata repressa secolarmente dai vassali di un sistema di morte: il capitalismo neoliberale.
Belo Horizonte, 19/01/2010.
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18 gennaio, 2010
Aiutare Haitì, ecco come. Lista completa.
AIUTARE HAITI, ECCO COME:
Croce Rossa
Numero verde: 800.166.666
Donazione online: Causale “ Pro emergenza Haiti “ www.cri.it
Bonifico bancario: causale “ Pro emergenza Haiti” IBAN IT66-C0100503 3820 0000 0218020
Programma alimentare mondiale Onu
Posta : c/c 61559688 intestato a: Comitato Italiano per il PAM
IBAN IT45TO76 0103 200 0000 6155 9688
Banca: c/c 6250156783/83 Banca Intesa ag. 4848
ABI 03069 CAB 05196
IBAN IT39 S030 6905 1966 2501 5678 383
Donazioni online: www.wfp.org/it
Caritas Italiana:
C/C POSTALE N. 347013 – Causale: “Emergenza terremoto Haiti”
Oppure tramite bonifico:
UniCredit Banca di Roma Spa, via Taranto 49, Roma – Iban: IT50 H030 0205 2060 0001 1063 119
Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma – Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012
Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113
CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001 (orario d’ufficio)
Donazioni online: Caritas international http://www.caritas.org/activities/emergencies/HaitiAppeal.html
Save the Children:
Donazioni online con carta di credito (nessuna commissione): http://www.savethechildren.it/2003/donazioni/donazioni.asp?ERH=y
Oppure: C/C POSTALE n.43019207
Medici senza Frontiere
Con carta di credito telefonando al numero verde 800.99.66.55 oppure allo 06.44.86.92.25
Con bonifico bancario IBAN IT58D0501803200000000115000
CC postale 87486007, intestato a Medici senza Frontiere inlus, causale: Terremoto Haiti
Online: http://www.medicisenzafrontiere.it/
Unicef
Donazioni online:
https://www.unicef.it/web/donazioni/index.php?c=OEHA&l=0001
Oppure: C/C postale 745.000 IBAN IT55 O050 1803 2000 0000 0505 010
...continua...
Croce Rossa
Numero verde: 800.166.666
Donazione online: Causale “ Pro emergenza Haiti “ www.cri.it
Bonifico bancario: causale “ Pro emergenza Haiti” IBAN IT66-C0100503 3820 0000 0218020
Programma alimentare mondiale Onu
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16 gennaio, 2010
HAITI: Un Paese da sempre vittima del colonialismo e dell’imperialismo
Il 2010 si è aperto con le scene apocalittiche del terremoto di Haiti.
Spesso le catastrofi naturali, che naturali del tutto non sono quasi mai almeno per quel che riguarda gli effetti, riescono ad illuminare le ingiustizie del mondo meglio di accurate analisi scientifiche.
Questo è il caso di Haiti, un paese poverissimo da sempre vittima del colonialismo e dell’imperialismo.
La povertà di Haiti è racchiusa in pochi dati. In un territorio di 27.750 Kmq vivono più di 8 milioni di abitanti, con una densità di circa 300 abitanti a Kmq. Il Pil pro-capite era pari nel 2002 a 410 dollari annui ad abitante. L’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. L’1% dei mulatti possiede il 50% della ricchezza nazionale, il 90% (nero) non possiede niente. La mortalità infantile è addirittura del 74 per mille, la speranza di vita è di 50,5 anni per gli uomini e di 53 anni per le donne. Il 2% degli abitanti è sieropositivo all’AIDS. Il 50% della popolazione in età lavorativa non ha un lavoro fisso.
E’ chiaro che, in un simile contesto, un terremoto non è semplicemente un terremoto: è piuttosto un disastro che va ad aggravare terribilmente una situazione già disastrosa. Ma perché Haiti è venuta a trovarsi in queste condizioni?
L’isola di Hispaniola, di cui Haiti rappresenta la parte occidentale (ad oriente c’è la Repubblica Dominicana), fu raggiunta da Cristoforo Colombo nel 1492 e diventò subito dopo una colonia spagnola. Ecco come la descrisse Las Casas nel ‘500, citato da Noam Chomsky (vedi l'Archivio Web Noam Chomsky):
«Hispaniola era, scrisse Las Casas, "forse uno dei posti al mondo più densamente popolati", "un alveare di gente" che "in tutto l'infinito universo dell'umanità... è tra le più ingenue e meno malvagie e bugiarde". "Per conoscenza diretta, essendo stato testimone dei fatti", scrisse ancora Las Casas nel 1552, gli spagnoli, spinti da "avidità ed ambizione insaziabili", si avventarono sugli abitanti di Haiti "come bestie voraci... uccidendo, terrorizzando, umiliando, torturando, distruggendo i popoli indigeni" con "i più originali e svariati metodi di crudeltà, tanto che sopravvissero a malapena 200 persone. "Essere crudeli per gli spagnoli era la norma", continua Las Casas. "Più che crudeli, gli spagnoli si comportavano in modo così feroce perché, in seguito a quel trattamento duro ed umiliante, gli indiani non osassero più considerarsi esseri umani". Così "quando [gli abitanti di Hispaniola] videro ogni giorno i loro concittadini morire per il trattamento crudele ed inumano degli spagnoli, schiacciati dai cavalli, tagliati a pezzi con le spade, divorati e dilaniati dai cani, molti sepolti vivi, dopo aver sofferto ogni tipo di raffinate torture... decisero di abbandonarsi al loro infelice destino senza combattere, consegnandosi nelle mani dei loro carnefici così che facessero di loro quel che volevano"».
Ma il tentativo di schiavizzare la popolazione di Hispaniola fallì, gli abitanti dell’isola finirono per morire di stenti, quasi abbandonandosi ad una sorta di suicidio collettivo. Iniziò così – nei primi anni del Cinquecento – l’importazione degli schiavi dall’Africa, che venivano impiegati nelle piantagioni. Quando, nel 1697, la Francia conquistò alla Spagna il territorio che corrisponde all’attuale Haiti, gli indigeni erano stati completamente sterminati. Un genocidio totale di cui l’Europa preferisce non parlare.
Nel 1791, l’anno della rivolta degli schiavi di Haiti, la produzione totale dell’isola di Hispaniola era la più ricca di tutte le colonie europee nelle Americhe. Arrivano da qui i tre quarti della produzione mondiale di zucchero, e l’isola era al primo posto per la produzione del caffè, del cotone e del rhum.
In quell’anno gli abitanti di Haiti erano così suddivisi: 32mila bianchi europei, 28mila individui liberi di sangue misto (la gens de couleur) e ben 500mila schiavi neri, quasi tutti nati in Africa.
La rivolta degli schiavi, guidata da Touissant Louverture, scoppiò il 22 agosto 1791 e portò, dopo alterne vicende, all’abolizione della schiavitù e (nel 1804) all’indipendenza.
Haiti pose così fine, per la prima volta nel continente americano, all’istituto della schiavitù. Nacque in questo modo, dopo aver respinto i tentativi di riconquista di Napoleone, la prima repubblica nera del mondo, che dette rifugio anche a Simon Bolivar, appoggiando la sua causa indipendentista a condizione che egli sostenesse la liberazione di tutti gli schiavi dell’America Latina.
Ma Haiti fu anche il secondo paese del continente, dopo gli Stati Uniti, a conquistare l’indipendenza. Un’indipendenza però antischiavista, a differenza di quella statunitense, fondata invece proprio sullo schiavismo.
Per il «giacobino nero» Touissant Louverture che, catturato dai francesi durante i loro tentativi di riconquista, morirà di freddo e di stenti in prigione l’obiettivo era: «l’adozione assoluta del principio per cui nessun uomo, rosso, nero o bianco che sia, può essere proprietà del suo simile».
Per la nascente potenza nordamericana, allora ancora in fasce, tutto ciò risultava inaccettabile. Citiamo un brano assai significativo e documentato dal libro Controstoria del liberalismo di Domenico Losurdo:
«Indipendentemente dagli scambi commerciali – sottolineano autorevoli personalità politiche della repubblica nord-americana – già con il suo esempio l’isola rischia di mettere in discussione l’istituto della schiavitù ben al di là dei suoi confini: i suoi abitanti di fatto sono “vicini pericolosi per gli stati del sud e un asilo per i rinnegati di queste parti” (Langley). In conclusione: “La pace di undici stati non può consentire che in seno a loro siano esibiti i frutti di un’insurrezione nera vittoriosa” (idem). Si comprende allora l’appoggio di Jefferson al tentativo napoleonico di riconquista dell’isola e di reintroduzione della schiavitù. Al rappresentante della Francia il presidente statunitense assicura: “Niente sarà più facile che rifornire di ogni cosa il vostro esercito e la vostra flotta e ridurre Touissant alla morte per inedia”».
Siamo agli inizi dell’Ottocento ed il destino di Haiti sembra già segnato dalla vicinanza degli Stati Uniti. Negli anni che seguirono all’indipendenza l’ostracismo delle potenze schiaviste condannò Haiti al pagamento di ingentissimi danni alla Francia, che in questo modo riconquistò il controllo della finanza dell’ex colonia. Ma Haiti fu messa in un angolo perfino da Bolivar che, divenuto presidente della Grande Colombia, si rifiutò di riconoscere il paese caraibico perché «fomentava il conflitto razziale».
Con la guerra civile americana, Haiti diventò un luogo dove indirizzare i neri indotti a lasciare gli USA.
Se tra il 1849 ed il 1913 unità navali americane entrarono ben 24 volte nelle acque territoriali haitiane «per proteggere vite e proprietà americane» – giusto per far capire chi stesse prendendo il sopravvento nell’area caraibica – è nel 1915 che gli Stati Uniti occupano direttamente il paese. Un’occupazione che porterà alla violenta repressione delle rivolte, provocando la morte di migliaia di neri. Un’occupazione che troverà una forte resistenza nella guerriglia dei Cacos, nei confronti della quale gli americani reagiranno creando una Guardia Nazionale, che diventerà poi l’Armée d’Haiti, secondo un modello che viene ancora oggi applicato (basti pensare all’esercito di Karzai in Afghanistan). Per distruggere la guerriglia gli occupanti si servirono dell’aviazione, utilizzata per la prima volta in azioni coordinate con le truppe terrestri. Ma si servirono soprattutto delle stragi e delle esecuzioni sommarie.
Ma gli americani, dopo che i marines avevano sciolto l’assemblea Nazionale, vollero imporre anche una loro costituzione (come non ricordare le recenti vicende dell’Iraq!), che venne scritta nientemeno che dal futuro presidente Franklin Delano Roosevelt. Questa costituzione, redatta da un personaggio spesso evocato in positivo dalla cosiddetta “sinistra” italiana, reintrodusse il sistema feudale della corvée, applicandolo (ecco il progressismo roosveltiano!) a tutta la popolazione, non solo ai neri.
L’occupazione americana si appoggiò sulle minoranze collaborazioniste, rafforzando così le gerarchie razziali e di classe che affondavano le radici nel colonialismo francese.
Le truppe statunitensi se ne andarono nel 1934, ma solo dopo aver creato le premesse di un dominio totale sugli affari del paese. E’ in questo quadro di dipendenza assoluta che, nel 1956, arriva al potere “Papa Doc” Duvalier, le cui squadracce personali – i Tontons Macoutes, nome derivato dallo spauracchio di una fiaba locale – terrorizzeranno Haiti negli anni a venire.
Nel 1971, con la morte di Papa Doc, il potere dei Duvalier passa al figlio Jean-Claude, soprannominato Baby Doc, che resterà alla presidenza fino al 1986, quando una rivolta popolare costringerà il dittatore e la sua dannata famiglia a riparare verso l’esilio dorato in Costa Azzurra.
La dittatura dei Duvalier, oltre che per la sua spietatezza, è passata alla storia per la sua leggendaria corruzione. Ma dittatura, spietatezza e corruzione ebbero sempre la benedizione della Casa Bianca.
Nel 1986 Washington giunse invece alla convinzione di dover cambiare strada. Fu uno di quei cambiamenti, tipici del pragmatismo statunitense, che tanto piacciono ai creduloni di casa nostra che riescono sempre a vedervi il trasporto americano per la “democrazia”.
In realtà (riprendiamo dal già citato Archivio Chomsky) la verità veniva cosi spiattellata agli inizi del 1987 dal Wall Street Journal:
«Un funzionario dell'Amministrazione ha dichiarato che, alla fine dello scorso anno, la Casa Bianca era giunta alla conclusione, in seguito a manifestazioni di dimensioni mai viste prima di allora, che il regime stava andando in pezzi... Gli analisti Usa sapevano bene che gli stessi circoli dominanti ad Haiti avevano perso fiducia nel trentaquattrenne presidente a vita. E così i funzionari statunitensi, a partire dal segretario di Stato George Shultz, cominciarono a parlare apertamente di una 'democratizzazione' di Haiti».
Dopo vicende assai confuse, ma sempre pilotate da Washington, nel 1990 le elezioni presidenziali vennero invece vinte da Jean-Bertrand Aristide, un prete che faceva riferimento alla teologia della liberazione e che parlava di «potere ai poveri».
Fu un momento di vera speranza per gli haitiani. Una speranza che durò poco. Nel 1991 Aristide fu deposto da un golpe militare, e quando venne fatto rientrare nel 1994 si capì ben presto a quali condizioni Clinton aveva subordinato il suo rimpatrio.
Queste condizioni, dettate da un piano del Fondo monetario internazionale, prevedevano la svendita delle compagnie di Stato: la società telefonica, quella elettrica, il porto, tre banche e l’industria del cemento e della farina. I padroni nordamericani avevano così neutralizzato il «pericolo Aristide».
In questo modo Aristide poté tornare alla presidenza, alternandosi con René Preval (tuttora al potere), fino a quando nel 2004 l’«alternanza» prese di nuovo la forma di un golpe – questa volta mascherato da rivolta della «società civile». Nella notte fra il 28 ed il 29 febbraio 2004 militari statunitensi fanno salire Aristide – evidentemente tornato di nuovo «scomodo» ai padroni nord-americani – su un aereo che lo porta in esilio in Sudafrica. Contemporaneamente i marines, seguiti da unità dell’esercito francese, prendono il controllo di Haiti, fino a quando il 1° giugno arriva nel paese – anche qui seguendo uno schema ormai super-collaudato – la forza multinazionale dell’ONU guidata, giusto per dare un po’ meno nell’occhio, dal Brasile.
A questo colpo di Stato seguì la solita sanguinosa repressione. Solo nel primo anno dopo il golpe si parla dell’uccisione di circa tremila haitiani, di cui mille oppositori politici appartenenti per lo più al partito Fanmi Lavalas, il partito di Aristide.
Da notare che i membri del governo instaurato da Washington, seppure di origini haitiane, hanno quasi tutti vissuto e studiato negli Stati Uniti. Ma la cosiddetta «stabilizzazione» – anche nel 2008 vi fu una rivolta, repressa nel sangue, per l’aumento del prezzo del riso – fu possibile solo grazie all’azione del contingente ONU, di fatto una vera e propria forza di occupazione.
Oggi i geologi ci parlano giustamente delle placche che hanno generato il sisma del 12 gennaio, ma per capire il dramma del popolo di Haiti – anche quello immediato fatto di morte e distruzione, ma pure di fame, violenza e malattie – è bene soffermarsi a riflettere sulla storia di questo disgraziato paese. Disgraziato non per il «patto con il diavolo» evocato da un noto telepredicatore reazionario americano (il pastore evangelico Pat Robertson), ma per le concrete forze storiche che l’hanno oppresso per 500 anni.
Prima l’annientamento degli indigeni, poi lo schiavismo e lo sfruttamento coloniale, infine il dominio americano esercitato con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
Ricordiamoci di tutto ciò di fronte alle scene di dolore diffuse dalla tv. Ricordiamoci che quel dolore non è solo conseguenza di un terribile terremoto. Un terremoto che, tra le altre conseguenze, ha avuto anche quella di riportare ad Haiti i marines...
Spesso le catastrofi naturali, che naturali del tutto non sono quasi mai almeno per quel che riguarda gli effetti, riescono ad illuminare le ingiustizie del mondo meglio di accurate analisi scientifiche.
Questo è il caso di Haiti, un paese poverissimo da sempre vittima del colonialismo e dell’imperialismo.
La povertà di Haiti è racchiusa in pochi dati. In un territorio di 27.750 Kmq vivono più di 8 milioni di abitanti, con una densità di circa 300 abitanti a Kmq. Il Pil pro-capite era pari nel 2002 a 410 dollari annui ad abitante. L’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. L’1% dei mulatti possiede il 50% della ricchezza nazionale, il 90% (nero) non possiede niente. La mortalità infantile è addirittura del 74 per mille, la speranza di vita è di 50,5 anni per gli uomini e di 53 anni per le donne. Il 2% degli abitanti è sieropositivo all’AIDS. Il 50% della popolazione in età lavorativa non ha un lavoro fisso.
E’ chiaro che, in un simile contesto, un terremoto non è semplicemente un terremoto: è piuttosto un disastro che va ad aggravare terribilmente una situazione già disastrosa. Ma perché Haiti è venuta a trovarsi in queste condizioni?
L’isola di Hispaniola, di cui Haiti rappresenta la parte occidentale (ad oriente c’è la Repubblica Dominicana), fu raggiunta da Cristoforo Colombo nel 1492 e diventò subito dopo una colonia spagnola. Ecco come la descrisse Las Casas nel ‘500, citato da Noam Chomsky (vedi l'Archivio Web Noam Chomsky):
«Hispaniola era, scrisse Las Casas, "forse uno dei posti al mondo più densamente popolati", "un alveare di gente" che "in tutto l'infinito universo dell'umanità... è tra le più ingenue e meno malvagie e bugiarde". "Per conoscenza diretta, essendo stato testimone dei fatti", scrisse ancora Las Casas nel 1552, gli spagnoli, spinti da "avidità ed ambizione insaziabili", si avventarono sugli abitanti di Haiti "come bestie voraci... uccidendo, terrorizzando, umiliando, torturando, distruggendo i popoli indigeni" con "i più originali e svariati metodi di crudeltà, tanto che sopravvissero a malapena 200 persone. "Essere crudeli per gli spagnoli era la norma", continua Las Casas. "Più che crudeli, gli spagnoli si comportavano in modo così feroce perché, in seguito a quel trattamento duro ed umiliante, gli indiani non osassero più considerarsi esseri umani". Così "quando [gli abitanti di Hispaniola] videro ogni giorno i loro concittadini morire per il trattamento crudele ed inumano degli spagnoli, schiacciati dai cavalli, tagliati a pezzi con le spade, divorati e dilaniati dai cani, molti sepolti vivi, dopo aver sofferto ogni tipo di raffinate torture... decisero di abbandonarsi al loro infelice destino senza combattere, consegnandosi nelle mani dei loro carnefici così che facessero di loro quel che volevano"».
Ma il tentativo di schiavizzare la popolazione di Hispaniola fallì, gli abitanti dell’isola finirono per morire di stenti, quasi abbandonandosi ad una sorta di suicidio collettivo. Iniziò così – nei primi anni del Cinquecento – l’importazione degli schiavi dall’Africa, che venivano impiegati nelle piantagioni. Quando, nel 1697, la Francia conquistò alla Spagna il territorio che corrisponde all’attuale Haiti, gli indigeni erano stati completamente sterminati. Un genocidio totale di cui l’Europa preferisce non parlare.
Nel 1791, l’anno della rivolta degli schiavi di Haiti, la produzione totale dell’isola di Hispaniola era la più ricca di tutte le colonie europee nelle Americhe. Arrivano da qui i tre quarti della produzione mondiale di zucchero, e l’isola era al primo posto per la produzione del caffè, del cotone e del rhum.
In quell’anno gli abitanti di Haiti erano così suddivisi: 32mila bianchi europei, 28mila individui liberi di sangue misto (la gens de couleur) e ben 500mila schiavi neri, quasi tutti nati in Africa.
La rivolta degli schiavi, guidata da Touissant Louverture, scoppiò il 22 agosto 1791 e portò, dopo alterne vicende, all’abolizione della schiavitù e (nel 1804) all’indipendenza.
Haiti pose così fine, per la prima volta nel continente americano, all’istituto della schiavitù. Nacque in questo modo, dopo aver respinto i tentativi di riconquista di Napoleone, la prima repubblica nera del mondo, che dette rifugio anche a Simon Bolivar, appoggiando la sua causa indipendentista a condizione che egli sostenesse la liberazione di tutti gli schiavi dell’America Latina.
Ma Haiti fu anche il secondo paese del continente, dopo gli Stati Uniti, a conquistare l’indipendenza. Un’indipendenza però antischiavista, a differenza di quella statunitense, fondata invece proprio sullo schiavismo.
Per il «giacobino nero» Touissant Louverture che, catturato dai francesi durante i loro tentativi di riconquista, morirà di freddo e di stenti in prigione l’obiettivo era: «l’adozione assoluta del principio per cui nessun uomo, rosso, nero o bianco che sia, può essere proprietà del suo simile».
Per la nascente potenza nordamericana, allora ancora in fasce, tutto ciò risultava inaccettabile. Citiamo un brano assai significativo e documentato dal libro Controstoria del liberalismo di Domenico Losurdo:
«Indipendentemente dagli scambi commerciali – sottolineano autorevoli personalità politiche della repubblica nord-americana – già con il suo esempio l’isola rischia di mettere in discussione l’istituto della schiavitù ben al di là dei suoi confini: i suoi abitanti di fatto sono “vicini pericolosi per gli stati del sud e un asilo per i rinnegati di queste parti” (Langley). In conclusione: “La pace di undici stati non può consentire che in seno a loro siano esibiti i frutti di un’insurrezione nera vittoriosa” (idem). Si comprende allora l’appoggio di Jefferson al tentativo napoleonico di riconquista dell’isola e di reintroduzione della schiavitù. Al rappresentante della Francia il presidente statunitense assicura: “Niente sarà più facile che rifornire di ogni cosa il vostro esercito e la vostra flotta e ridurre Touissant alla morte per inedia”».
Siamo agli inizi dell’Ottocento ed il destino di Haiti sembra già segnato dalla vicinanza degli Stati Uniti. Negli anni che seguirono all’indipendenza l’ostracismo delle potenze schiaviste condannò Haiti al pagamento di ingentissimi danni alla Francia, che in questo modo riconquistò il controllo della finanza dell’ex colonia. Ma Haiti fu messa in un angolo perfino da Bolivar che, divenuto presidente della Grande Colombia, si rifiutò di riconoscere il paese caraibico perché «fomentava il conflitto razziale».
Con la guerra civile americana, Haiti diventò un luogo dove indirizzare i neri indotti a lasciare gli USA.
Se tra il 1849 ed il 1913 unità navali americane entrarono ben 24 volte nelle acque territoriali haitiane «per proteggere vite e proprietà americane» – giusto per far capire chi stesse prendendo il sopravvento nell’area caraibica – è nel 1915 che gli Stati Uniti occupano direttamente il paese. Un’occupazione che porterà alla violenta repressione delle rivolte, provocando la morte di migliaia di neri. Un’occupazione che troverà una forte resistenza nella guerriglia dei Cacos, nei confronti della quale gli americani reagiranno creando una Guardia Nazionale, che diventerà poi l’Armée d’Haiti, secondo un modello che viene ancora oggi applicato (basti pensare all’esercito di Karzai in Afghanistan). Per distruggere la guerriglia gli occupanti si servirono dell’aviazione, utilizzata per la prima volta in azioni coordinate con le truppe terrestri. Ma si servirono soprattutto delle stragi e delle esecuzioni sommarie.
Ma gli americani, dopo che i marines avevano sciolto l’assemblea Nazionale, vollero imporre anche una loro costituzione (come non ricordare le recenti vicende dell’Iraq!), che venne scritta nientemeno che dal futuro presidente Franklin Delano Roosevelt. Questa costituzione, redatta da un personaggio spesso evocato in positivo dalla cosiddetta “sinistra” italiana, reintrodusse il sistema feudale della corvée, applicandolo (ecco il progressismo roosveltiano!) a tutta la popolazione, non solo ai neri.
L’occupazione americana si appoggiò sulle minoranze collaborazioniste, rafforzando così le gerarchie razziali e di classe che affondavano le radici nel colonialismo francese.
Le truppe statunitensi se ne andarono nel 1934, ma solo dopo aver creato le premesse di un dominio totale sugli affari del paese. E’ in questo quadro di dipendenza assoluta che, nel 1956, arriva al potere “Papa Doc” Duvalier, le cui squadracce personali – i Tontons Macoutes, nome derivato dallo spauracchio di una fiaba locale – terrorizzeranno Haiti negli anni a venire.
Nel 1971, con la morte di Papa Doc, il potere dei Duvalier passa al figlio Jean-Claude, soprannominato Baby Doc, che resterà alla presidenza fino al 1986, quando una rivolta popolare costringerà il dittatore e la sua dannata famiglia a riparare verso l’esilio dorato in Costa Azzurra.
La dittatura dei Duvalier, oltre che per la sua spietatezza, è passata alla storia per la sua leggendaria corruzione. Ma dittatura, spietatezza e corruzione ebbero sempre la benedizione della Casa Bianca.
Nel 1986 Washington giunse invece alla convinzione di dover cambiare strada. Fu uno di quei cambiamenti, tipici del pragmatismo statunitense, che tanto piacciono ai creduloni di casa nostra che riescono sempre a vedervi il trasporto americano per la “democrazia”.
In realtà (riprendiamo dal già citato Archivio Chomsky) la verità veniva cosi spiattellata agli inizi del 1987 dal Wall Street Journal:
«Un funzionario dell'Amministrazione ha dichiarato che, alla fine dello scorso anno, la Casa Bianca era giunta alla conclusione, in seguito a manifestazioni di dimensioni mai viste prima di allora, che il regime stava andando in pezzi... Gli analisti Usa sapevano bene che gli stessi circoli dominanti ad Haiti avevano perso fiducia nel trentaquattrenne presidente a vita. E così i funzionari statunitensi, a partire dal segretario di Stato George Shultz, cominciarono a parlare apertamente di una 'democratizzazione' di Haiti».
Dopo vicende assai confuse, ma sempre pilotate da Washington, nel 1990 le elezioni presidenziali vennero invece vinte da Jean-Bertrand Aristide, un prete che faceva riferimento alla teologia della liberazione e che parlava di «potere ai poveri».
Fu un momento di vera speranza per gli haitiani. Una speranza che durò poco. Nel 1991 Aristide fu deposto da un golpe militare, e quando venne fatto rientrare nel 1994 si capì ben presto a quali condizioni Clinton aveva subordinato il suo rimpatrio.
Queste condizioni, dettate da un piano del Fondo monetario internazionale, prevedevano la svendita delle compagnie di Stato: la società telefonica, quella elettrica, il porto, tre banche e l’industria del cemento e della farina. I padroni nordamericani avevano così neutralizzato il «pericolo Aristide».
In questo modo Aristide poté tornare alla presidenza, alternandosi con René Preval (tuttora al potere), fino a quando nel 2004 l’«alternanza» prese di nuovo la forma di un golpe – questa volta mascherato da rivolta della «società civile». Nella notte fra il 28 ed il 29 febbraio 2004 militari statunitensi fanno salire Aristide – evidentemente tornato di nuovo «scomodo» ai padroni nord-americani – su un aereo che lo porta in esilio in Sudafrica. Contemporaneamente i marines, seguiti da unità dell’esercito francese, prendono il controllo di Haiti, fino a quando il 1° giugno arriva nel paese – anche qui seguendo uno schema ormai super-collaudato – la forza multinazionale dell’ONU guidata, giusto per dare un po’ meno nell’occhio, dal Brasile.
A questo colpo di Stato seguì la solita sanguinosa repressione. Solo nel primo anno dopo il golpe si parla dell’uccisione di circa tremila haitiani, di cui mille oppositori politici appartenenti per lo più al partito Fanmi Lavalas, il partito di Aristide.
Da notare che i membri del governo instaurato da Washington, seppure di origini haitiane, hanno quasi tutti vissuto e studiato negli Stati Uniti. Ma la cosiddetta «stabilizzazione» – anche nel 2008 vi fu una rivolta, repressa nel sangue, per l’aumento del prezzo del riso – fu possibile solo grazie all’azione del contingente ONU, di fatto una vera e propria forza di occupazione.
Oggi i geologi ci parlano giustamente delle placche che hanno generato il sisma del 12 gennaio, ma per capire il dramma del popolo di Haiti – anche quello immediato fatto di morte e distruzione, ma pure di fame, violenza e malattie – è bene soffermarsi a riflettere sulla storia di questo disgraziato paese. Disgraziato non per il «patto con il diavolo» evocato da un noto telepredicatore reazionario americano (il pastore evangelico Pat Robertson), ma per le concrete forze storiche che l’hanno oppresso per 500 anni.
Prima l’annientamento degli indigeni, poi lo schiavismo e lo sfruttamento coloniale, infine il dominio americano esercitato con tutti i mezzi possibili e immaginabili.
Ricordiamoci di tutto ciò di fronte alle scene di dolore diffuse dalla tv. Ricordiamoci che quel dolore non è solo conseguenza di un terribile terremoto. Un terremoto che, tra le altre conseguenze, ha avuto anche quella di riportare ad Haiti i marines...
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13 maggio, 2009
Incursione nel SINA di L'Avana in solidarietà dei Cinque cubani
Il distratto della SINA
Ida Garberi*
“Porque esta gran humanidad ha dicho «¡Basta!» y ha echado a andar. Y su marcha, de gigantes, ya no se detendrá hasta conquistar la verdadera independencia, por la que ya han muerto más de una vez inútilmente”.
Ernesto Che Guevara
“Che passi una buona giornata, compagna” , mi dice un ragazzo negro molto bello e imponente, di quasi due metri, con un sorriso disarmante e con la divisa di guardiano dell’Ufficio di Interessi Nordamericano a L’Avana (SINA), mentre stringe le sue mani, unite, così forte, che le nocche delle dita diventando bianche, in segno di vittoria.
Ed ha ragione, perché quello che ho appena fatto, insieme alla coordinatrice del Comitato Internazionale per la libertà dei Cinque cubani, non lo aveva mai fatto nessuno, credo, in questi ultimi cinquanta anni a L’Avana.
Questo 2 aprile 2009 resterà per sempre negli annali della SINA (e nella mia memoria!).
Io avevo proposto questo tipo di azioni già alcuni anni fa, ma devo riconoscere che il Comitato le aveva sempre rifiutate, pensando giustamente che l’amministrazione assassina e arrogante di Bush avrebbe potuto utilizzarle come scusa per abusare una volta di più sui miei Cinque fratelli prigionieri politici dell’impero e le loro famiglie.
Però quest’anno è diverso, quest’anno alla Casa Bianca c’è Barack Obama, e spinta dal suo “Yes, we can” e dal fatto che anche Graziela Ramirez era d’accordo sull’utilità di consegnare un dossier al console USA a L’Avana, Stephen Murphy, e allo stesso Obama, per ottenere il diritto dei visti multipli per i famigliari dei Cinque cubani e soprattutto perché si permetta che Olga Salanueva e Adriana Perez di visitare i loro mariti prigionieri negli USA, ci presentiamo alla SINA.
Io sinceramente pensavo che dal momento che siamo due cittadine straniere ci avrebbero concesso, se non di incontrarci immediatamente con il console, almeno un appuntamento ben definito.
Premetto che astutamente quando ci siamo presentate alla porta, Graciela affermava con aria innocente, che avremmo dovuto vedere il console per un assunto di interesse cruciale degli USA, che si trattava di “un caso notevole di violazioni dei Diritti Umani e che trattava di prigionieri politici”.
E qui sicumente l’equivoco era d’obbligo, chiaramente provocato da noi, che loro pensassero che stavamo domandando ancora più appoggio per i famosi 75 “mercenari della verità”, nonché erroneamente chiamati dissidenti (che adesso poi in carcere sono solo 54).
La nostra sorpresa è molto grande quando arriviamo alla porta e ci viene detto da un custode, gentilmente, che questo tipo di appuntamenti si gestisce solo per telefono e ci viene fornito un numero degli Stati Uniti!!!
Sinceramente, io sono sicura che per educazione, sia nell’ambasciata italiana che in quella spagnola, almeno, si sarebbe presentata una segretaria scusandosi dell’inconveniente, per fissare il famoso incontro richiesto.
Dopo alcune trattative, riusciamo ad ottenere il numero del centralino degli Uffici della SINA e cerchiamo un telefono per parlare con calma.
Graciela, con una sacrosanta pazienza, incomincia una lunga spiegazione, che dura circa mezz’ora, mentre le passeranno al telefono tutti gli uffici e tutti i funzionari presenti quel giorno.
Molto gentilmente cerca di mettere sempre in risalto che il dossier era “un caso notevole di violazioni dei Diritti Umani e di prigionieri politici”, di un interesse estremo per il governo degli Stati Uniti e che noi eravamo solamente le portavoci di 170 personalità a livello mondiale, tra cui si contavano 10 premi Nobel.
Tutto questo per i cittadini numero uno del pianeta non era assolutamente importante, l’unica cosa che li ha fatti letteralmente saltare è stata una parola magica: siamo giornaliste.
Il fatto che la stampa era coinvolta deve avere paralizzato loro i cervelli, che già erano un poco incuriositi dal fatto che stavamo chiamando da un territorio praticamente nordamericano: avrei voluto davvero vedere la faccia dell’operatore quando si è reso conto della provenienza della chiamata!!!
Ecco, che dopo la parola magica, tra tutte le voci anonime con cui avevamo trattato, che continuavano a chiederci i nostri nomi senza mai presentarsi, appare per miracolo il distratto della SINA: il signor Gregory Adams, che si presenta come responsabile della sezione “Stampa e Cultura”.
Figuratevi se “il nostro uomo a L’Avana” è un po’ confuso che non sa che le sue funzioni sono quelle di Responsabile delle Relazioni Pubbliche, come riporta la pagina web del suo luogo di lavoro……pazienza, nel nostro dialogo dimostrerà di non essersi accorto di molte cose che sono accadute nel suo paese negli ultimi mesi…..
Quando riusciamo ad incontrare fisicamente il nostro Gregory, siamo nella sala di ingresso della SINA, all’entrata del personale dell’ufficio, che passerà per tutto il tempo della discussione al nostro fianco, incuriosito e marcando il cartellino.
Questo è per spiegare che siamo state ricevute nel posto di controllo dei lavoratori, dove un metal detector (e sicuramente un microfono ed una telecamera) registrano tutte le persone che passano nella piccola stanza.
Gregory arriva all’appuntamento un poco molesto e nervoso, quasi seccato e autosufficiente, come chi sa già che si incontrerà di fronte ai soliti fanatici sostenitori dei dissidenti cubani, un male necessario che nell’era di Bush è stato utilizzato dai controrivoluzionari per sostenere le loro sporche bugie sulla mancanza dei diritti elementari di libertà di espressione nel Grande Caimano Verde.
Ed io mi domando: come mai si critica Cuba sui diritti ai carcerati quando a nessuno dei 75 arrestati, dal 2003, è stato negato il permesso di vedere i loro famigliari?
Perché nessuno è riuscito ad ottenere fino ad oggi i visti di Olga e Adriana, che da dieci anni reclamano il loro sacrosanto diritto ad incontrare René e Gerardo, che sono dei prigionieri politici dell’impero?
Ed ecco che quando formuliamo la domanda al nostro funzionario disattento, subito il suo interesse si sveglia, guarda con orrore il dossier che Graciela gli sta porgendo ed esclama: “Ah….ma voi venite per le Cinque spie!!!”.
Devo dire che l’atmosfera del luogo cambia completamente e non ci sentiamo più in un ambiente ostile: prima le persone che erano attorno a noi ci osservavano in modo diffidente e quasi disgustato, pensando di trattare con i soliti sostenitori dei ricercatori di elemosina e bustarelle, cioè i mercenari ideologici chiamati erroneamente dissidenti, ed ora si rendono conto che invece siamo sostenitori di Cinque cubani innocenti che sono colpevoli solo di aver difeso la loro patria da attentati terroristi del braccio armato della controrivoluzione di Miami.
Devo riconoscere che da questo momento la discussione diventa di un livello molto basso, il “nostro” Gregory cerca di provocare ed insultarci sperando che anche noi ci abbassiamo al suo livello, pensate che arriverà ad affermare che i premi Nobel che fanno parte della Commissione che chiede il visto di Olga e Adriana per visitare i loro mariti ed ottenere i visti multipli per gli altri famigliari sono premi da novella, giocando sul suono della parola Nobel-novella (umorismo di cattivo gusto, se mi permettete!! ).
Durante la continua botta e risposta, mentre Gregory cercava di provocare una risposta maleducata, ha avuto il coraggio di affermare che un serial killer ha più diritti dei miei Cinque fratelli prigionieri politici perché ha ucciso dei cittadini nordamericani, magari quasi cento, però non è un problema perché non si è intrufolato negli interessi dello stato…..senza parole!!!
Chiariamo questo punto: per un funzionario dell’era di Bush la vita dei cittadini del suo paese non sono un assunto dello stato, mentre invece considera i terroristi di Miami come parte del Dipartimento di Stato, allora non ho ragione ad affermare che Gregory è un po’ distratto?
Il “nostro caro” funzionario poi ci dimostra che ha anche dei piccoli problemi con la matematica, cioè ci racconta che ogni anno gli Stati Uniti devono “sopportare” l’immigrazione di 20000 cittadini cubani che chiedono la residenza nordamericana come redatto negli accordi migratori tra i due paesi, senza citare le difficoltà che sempre creano all’accordo stesso, anche se poi alla fine dell’anno rispettano sempre quello che si è stipulato. Qui non resisto e sbotto accusandolo di essere un bugiardo, perché non posso credere che non sia a conoscimento di dati arcinoti che servono solo ad alimentare l’emigrazione illegale e la legge assassina di Aggiustamento Cubano.
Ed ecco che anche Gregory perde le staffe e mi chiede perché sono venuta da tanto lontano per occuparmi di Cuba, perché non penso al mio paese ed ad agli italiani.
Ed io lo accontento subito domandandogli perché gli Usa non estradano Luis Posada Carriles, omicida confesso di Fabio Di Celmo, un giovane italiano che è stato solo colpevole di stare a L’Avana nel luogo equivocato e nel momento equivocato, come ha affermato il suo feroce assassino.
Incomincia a farfugliare che Posada Carriles non è suo amico (per fortuna, altrimenti non so come finiva la discussione….), accetta il documento e scompare dentro l’edificio della SINA.
Io e Graciela ci avviamo all’uscita con l’augurio felice del ragazzo negro e con l’animo sollevato per aver compiuto la nostra missione.
Però oggi è già passato il 10 aprile, data dell’appuntamento di Adriana alla SINA, dove le hanno detto di aspettare, ancora una volta, e dove invece Olga non è stata neanche citata, per essere stata dichiarata l’anno scorso “ineleggibile” dalla cara Condoleezza Rice.
Premetto che il mio Comitato ha già emesso una nota di stampa per informare della consegna del dossier: AFP ed il sito controrivoluzionari o “cubaencuentro”, sicuramente in malafede affermano nei loro articoli che è stata Cuba ed il governo cubano a consegnare il documento. Assolutamente falso, noi siamo cittadini liberi che facciamo i più diversi lavori, siamo quasi tutti stranieri ed abbiamo deciso di sommarci alle file della solidarietà dei Cinque cubani perché come ha detto un giorno il Che Guevara “siamo capaci di tremare di indignazione ogni volta che si commette un’ingiustizia”.
Per concludere questa cronaca, vorrei fare un appello al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, io sono sicura che lui “Yes, we can”, è capace di ascoltare il nostro grido che chiede giustizia perché è un uomo diverso dal suo predecessore, che anche lui sa che deve stare attento con certi funzionari, come Gregory, che gli hanno lasciato in eredità, che approfittando di questo momento della crisi mondiale non hanno nessuno scrupolo a screditare ed infangare la nuova amministrazione, soprattutto dopo aver perso le elezioni.
Però, presidente Obama, come può non ascoltare l’appello che un altro presidente le ha inviato, in questo Summit delle Americhe, un suo collega, stimato economista, presidente dell’Ecuador ha chiesto che si faccia giustizia e si pensi soprattutto a quanto stanno soffrendo i figli dei miei Cinque fratelli prigionieri dell’impero:
per piacere, Obama, per una volta, fa che possa credere alle promesse elettorali che si fanno nel capitalismo! !!
*l’autrice è responsabile della pagina web in italiano di Prensa Latina
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07 aprile, 2009
America Centrale, la Cooperazione rimodula la sua presenza
Roma, 3 apr (Velino) - La direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) della Farnesina ha dato il via alla strategia di riordino della sua presenza in America Centrale, come previsto dalle linee guida per il triennio 2009-2011, pubblicate a dicembre. A causa di ciò, è stato deciso di chiudere l’Unità tecnica locale (Utl) di Tegucigalpa in Honduras e di trasferire la gestione di tutti i progetti nel paese all’Utl di Città del Guatemala. L’ufficio della Cooperazione della città, infatti, tornerà a essere il punto di riferimento per le attività della Dgcs in America Centrale e nei Caraibi. Tutte le iniziative in corso in Honduras, comunque, proseguiranno. A partire dal progetto Winner per l’empowerment di piccole e medie imprenditrici attraverso l’accesso a nuove tecnologie informatiche per il rafforzamento delle attività imprenditoriali (giunto alla seconda fase) per arrivare al programma regionale di lotta contro l’abuso, lo sfruttamento ed il traffico dei bambini ed adolescenti in America Centrale, alle iniziative multilaterali.
Nel frattempo, è stato portato a compimento con successo il programma di prevenzione ed eliminazione del lavoro minorile nelle discariche di El Salvador, Guatemala e Honduras (concluso a dicembre del 2008) e a maggio sarà ultimato anche il programma (a credito di aiuto) per la fornitura di equipaggiamenti e attrezzature per il nuovo ospedale pediatrico di Tegucigalpa. È in via di partenza, inoltre, un progetto di irrigazione nella valle di Nacaome (è stato approvato) per un controvalore di 24 milioni a credito di aiuto (l’Honduras è l’unico paese dell’area ad aver scelto questo tipo di strumento finanziario), più tre tramite la Fao (Food and agricultural organization) che fornirà assistenza tecnica. L’Honduras, peraltro, fa parte dei destinatari dell’iniziativa “Hipc” (Heavily indebted poor countries), che prevede la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. A questo proposito, l’Italia in due tranches ha “abbonato” 214 milioni di dollari. Nella prima, il 18 marzo 2005, sono stati cancellati 50 milioni e nella seconda, il 29 giugno 2006, altri 164 milioni.
Nel frattempo, è stato portato a compimento con successo il programma di prevenzione ed eliminazione del lavoro minorile nelle discariche di El Salvador, Guatemala e Honduras (concluso a dicembre del 2008) e a maggio sarà ultimato anche il programma (a credito di aiuto) per la fornitura di equipaggiamenti e attrezzature per il nuovo ospedale pediatrico di Tegucigalpa. È in via di partenza, inoltre, un progetto di irrigazione nella valle di Nacaome (è stato approvato) per un controvalore di 24 milioni a credito di aiuto (l’Honduras è l’unico paese dell’area ad aver scelto questo tipo di strumento finanziario), più tre tramite la Fao (Food and agricultural organization) che fornirà assistenza tecnica. L’Honduras, peraltro, fa parte dei destinatari dell’iniziativa “Hipc” (Heavily indebted poor countries), che prevede la cancellazione del debito estero dei paesi più poveri. A questo proposito, l’Italia in due tranches ha “abbonato” 214 milioni di dollari. Nella prima, il 18 marzo 2005, sono stati cancellati 50 milioni e nella seconda, il 29 giugno 2006, altri 164 milioni.
(fbu) 3 apr 2009 19:04
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Salvador, maledetto oro
di Fulvio Gioanetto
È risaputo che le rocche vulcaniche tropicali del Centroamerica racchiudono minerali di oro di buona qualitá e che le tecniche di estrazione con solventi chimici o a cielo aperto distruggono ecosistemi e suoli fertili, falde acquifere e contaminano fiumi ed acque superficiali.
Secondo un articolo dell'edizione spagnola della rivista National Geographic («Oro: il costo umano di una ossessione») la totalitá dell'oro estratto finora, dall'inizio della storia delle civilizzazioni all'epoca attuale, sarebbe solamente di 161.000 tonnelate, la metá del quale estratto negli ultimi cinquant'anni. L'equivalente alla superficie di due piscine olimpiche. Per ottenere una oncia di oro si estraggono e si triturano circa 250 tonnellate di minerali, rocce e terra. Il costo umano, ambientale ed economico è sproporzionato. E tutto questo per coniare lingotti, monete, gioielleria, a parte usi secondari in elettronica e odontotecnica.
«I depositi piú ricchi del pianeta rapidamente si esauriscono ed é sempre piú difficile incontrare nuove vene; quasi tutto l'oro ancora da estrarre si trova interrato in piccole quantitá dentro fragili ed isolate zone del pianeta». E conclude: «È un invito alla distruzione». In tutto Centroamerica, il cui territorio ambientalmente è molto vulnerabile e la ricchezza di biodiversitá è conosciuta, le lotte della popolazione sono una costante. Caso emblematico El Salvador, dove recentemente la statunitense Pacific Rim, appellandosi al nuovo trattato commerciale di libero commercio fra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica dominicana (Tlcac+ Rd) sta iniziando un processo contro il governo statale che gli nega il diritto di estrazione dell'oro nella zona di El Dorado (departamento di Cabañas). Dove dicono che hanno giá invertito 75 milioni di dollari in prospezioni. Una forte inversione mediatica che cerca di vendere alla gente l'idea di una «estrazione ecologica e sostenibile». Inversione che non include ovviamente i danni ambientali giá provocati alla popolazione di San Isidro, nelle vicinanze della zona di estrazione. Dove i pozzi e l'acqua potabile gia vengono contaminati con arsenico, mercurio e cromo. Per non citare poi il cianuro, che secondo la Caritas locale, riappare negli ecosistemi delle zone vicine alla miniera per contaminazione diffusa, condensazione ed in forma di acqua piovana. E che rischia di arrivare fino alla capitale San Salvador, attraverso il fiume Lempa. Il rapporto sulle attivitá minerarie in El Salvador pubblicato da Oxfam America é chiaro: «Il settore minerario esagera con frequenza il beneficio dei posti di lavoro che creerebbe questa attivitá, senza considerare i costi sociali ed ambientali. Como nello studio del progetto della mina del El Dorado, dove a partire dei 450 impieghi che si creranno, moltiplicano la cifra a 36.000 posti di lavoro diretti ed indiretti». Un progetto «sostenibile» da dove, in sei anni, pretendono estrarre un milione di once d'oro a un prezzo di vendita attuale che sfiora i 1800 dollari per oncia. Esistono possibili alternative estrattive? Scrive il geologo costaricense Alan Astorga (www.nacion.com): «Bisogna che innanzitutto la popolazione abbia la possibilitá di conoscere le alternative possibili e che quindi decida se la mineria dell'oro possa far parte del modello di sviluppo economico. Poi si devono modernizzare in modo realmente participativo le legislazioni tecniche ed ambientali, e far sí che le decisioni siano rette su dei veri studi dove si indichi la relazione del costo e del beneficio ambientale. E tutto questo deve essere accompagnato da un effettivo monitoraggio e controllo tecnico ambientale del territorio».
È risaputo che le rocche vulcaniche tropicali del Centroamerica racchiudono minerali di oro di buona qualitá e che le tecniche di estrazione con solventi chimici o a cielo aperto distruggono ecosistemi e suoli fertili, falde acquifere e contaminano fiumi ed acque superficiali.
Secondo un articolo dell'edizione spagnola della rivista National Geographic («Oro: il costo umano di una ossessione») la totalitá dell'oro estratto finora, dall'inizio della storia delle civilizzazioni all'epoca attuale, sarebbe solamente di 161.000 tonnelate, la metá del quale estratto negli ultimi cinquant'anni. L'equivalente alla superficie di due piscine olimpiche. Per ottenere una oncia di oro si estraggono e si triturano circa 250 tonnellate di minerali, rocce e terra. Il costo umano, ambientale ed economico è sproporzionato. E tutto questo per coniare lingotti, monete, gioielleria, a parte usi secondari in elettronica e odontotecnica.
«I depositi piú ricchi del pianeta rapidamente si esauriscono ed é sempre piú difficile incontrare nuove vene; quasi tutto l'oro ancora da estrarre si trova interrato in piccole quantitá dentro fragili ed isolate zone del pianeta». E conclude: «È un invito alla distruzione». In tutto Centroamerica, il cui territorio ambientalmente è molto vulnerabile e la ricchezza di biodiversitá è conosciuta, le lotte della popolazione sono una costante. Caso emblematico El Salvador, dove recentemente la statunitense Pacific Rim, appellandosi al nuovo trattato commerciale di libero commercio fra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica dominicana (Tlcac+ Rd) sta iniziando un processo contro il governo statale che gli nega il diritto di estrazione dell'oro nella zona di El Dorado (departamento di Cabañas). Dove dicono che hanno giá invertito 75 milioni di dollari in prospezioni. Una forte inversione mediatica che cerca di vendere alla gente l'idea di una «estrazione ecologica e sostenibile». Inversione che non include ovviamente i danni ambientali giá provocati alla popolazione di San Isidro, nelle vicinanze della zona di estrazione. Dove i pozzi e l'acqua potabile gia vengono contaminati con arsenico, mercurio e cromo. Per non citare poi il cianuro, che secondo la Caritas locale, riappare negli ecosistemi delle zone vicine alla miniera per contaminazione diffusa, condensazione ed in forma di acqua piovana. E che rischia di arrivare fino alla capitale San Salvador, attraverso il fiume Lempa. Il rapporto sulle attivitá minerarie in El Salvador pubblicato da Oxfam America é chiaro: «Il settore minerario esagera con frequenza il beneficio dei posti di lavoro che creerebbe questa attivitá, senza considerare i costi sociali ed ambientali. Como nello studio del progetto della mina del El Dorado, dove a partire dei 450 impieghi che si creranno, moltiplicano la cifra a 36.000 posti di lavoro diretti ed indiretti». Un progetto «sostenibile» da dove, in sei anni, pretendono estrarre un milione di once d'oro a un prezzo di vendita attuale che sfiora i 1800 dollari per oncia. Esistono possibili alternative estrattive? Scrive il geologo costaricense Alan Astorga (www.nacion.com): «Bisogna che innanzitutto la popolazione abbia la possibilitá di conoscere le alternative possibili e che quindi decida se la mineria dell'oro possa far parte del modello di sviluppo economico. Poi si devono modernizzare in modo realmente participativo le legislazioni tecniche ed ambientali, e far sí che le decisioni siano rette su dei veri studi dove si indichi la relazione del costo e del beneficio ambientale. E tutto questo deve essere accompagnato da un effettivo monitoraggio e controllo tecnico ambientale del territorio».
Il Manifesto, 28 marzo 2009
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03 novembre, 2008
Schiacciante vittoria di Cuba nella ONU
• L’Intervento del Ministro degli Esteri di Cuba, nel 63º Periodo di Sessione della AGNU, compagno Felipe Pérez Roque, intitolato: “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”- New York, 29 ottobre del 2008 ...continua...
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30 ottobre, 2008
Pubblicata sentenza finale del TPP
di Giorgio Trucchi
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) ha pubblicato il testo completo della sentenza emessa durante l'udienza centroamericana dello scorso 11 ottobre, durante la quale ha condannato eticamente e moralmente numerose imprese multinazionali che operano nella regione, tra di esse il Grupo Pellas del Nicaragua e la ENEL Green Power, impresa italiana di energia rinnovabile, proprietà dell'impresa statale ENEL, che opera in El Salvador producendo energia geotermica (Leggi sentenza completa su www.itanica.org).
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è sorto nel 1979 come successore dei Tribunali Russel sul Vietnam (1966-1967), denominato "Tribunale contro il Crimine del Silenzio" e sulle dittature dell'America Latina (1974-1976) ed ha come compito specifico quello di trasformare in permanente la funzione iniziata dal tribunale fondato dal filosofo inglese.
Il TPP è un tribunale d'opinione e quindi le sue sentenze non sono imperative per i governi e solo può esercitare influenza sull'opinione pubblica.
Come ha segnalato Bertrand Russell, questa apparente debolezza è fonte di forza, in quanto le decisioni del Tribunale non sono condizionate da nessuna Ragione di Stato. L'esistenza stessa del TPP e l'eco che ha tra i Popoli è una evidenza della sua legittimità, perché è espressione della sovranità dei popoli del mondo, che sono l'unica fonte di autorità degli Stati stessi.
Secondo quanto scritto dai giudici all'inizio della sentenza, il TPP si era posto come principale obiettivo di questa udienza Centroamericana "esaminare direttamente le modalità operative e le conseguenze delle attività delle imprese multinazionali nella regione. Al Tribunale - continua il testo - è stata offerta un'occasione privilegiata, che gli permetterà di osservare sul posto dove si sono sviluppati gli eventi, i comportamenti economici che colpiscono profondamente il rispetto dei diritti civili, politici, economici, sociali, culturali ed ambientali degli abitanti dei paesi in cui le multinazionali operano.
In Centroamerica le imprese multinazionali hanno operato nelle ultime decadi attraverso megaprogetti economici, formulati in base a varie modalità, come il Plan Puebla Panamá o il Progetto Mesoamérica. I programmi di interconnessione elettrica, le piattaforme transnazionali di comunicazione e di produzione energetica, la produzione di agrocombustibili, fanno parte della stessa offensiva del capitale multinazionale.
Questi progetti hanno significato una ristrutturazione dei territori, un deterioramento accelerato delle condizioni di vita delle comunità - le quali hanno visto minacciata la loro capacità di riproduzione delle forme di vita -, la perdita dei mezzi di sostentamento più solidi e derivanti dalle loro culture ancestrali, la brutale pauperizzazione di milioni di lavoratori e lavoratrici esposte alla precarietà, alla fame, alla disoccupazione ed alle migrazioni. Hanno significato anche il controllo dei beni comuni e delle risorse strategiche come l'acqua, la biodiversità, le vie di comunicazione, la privatizzazione massiccia delle imprese, degli attivi e delle istituzioni e alla fine, la distruzione programmata di vite quando il corpo umano e sociale e l'ambiente circostante si riducono semplicemente a uno strumento per ottenere il massimo del guadagno finanziario".
La sentenza del TPP ha toccato anche altri temi prima di entrare nello specifico dei casi affrontati.
"Nelle ultime decadi c'è stata un'intensificazione del processo di mercificazione, con un drastico aumento della violenza del sistema giudiziale contro i lavoratori. Allo stesso modo, gli accordi commerciali giocano un ruolo chiave nel consolidamento di queste nuove forme di dominazione, nell'affanno di ampliare le frontiere dell'accumulazione.
Si verifica anche l'offensiva della nuova legislazione internazionale fondata esclusivamente sulle priorità della valorizzazione del capitale multinazionale. Il diritto del capitale è chiaramente gerarchizzato al di sopra dei diritti della cittadinanza e la violenza del capitale multinazionale si traveste attraverso leggi di controllo (terrorismo, brevetti, marche, etc...), che alla fine costituiscono nuove vie di sottomissione e criminalizzazione della protesta sociale".
La sentenza continua poi con l'analisi dei casi presentati, le testimonianze rilasciate e la risoluzione finale.
Il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) è sorto nel 1979 come successore dei Tribunali Russel sul Vietnam (1966-1967), denominato "Tribunale contro il Crimine del Silenzio" e sulle dittature dell'America Latina (1974-1976) ed ha come compito specifico quello di trasformare in permanente la funzione iniziata dal tribunale fondato dal filosofo inglese.
Il TPP è un tribunale d'opinione e quindi le sue sentenze non sono imperative per i governi e solo può esercitare influenza sull'opinione pubblica.
Come ha segnalato Bertrand Russell, questa apparente debolezza è fonte di forza, in quanto le decisioni del Tribunale non sono condizionate da nessuna Ragione di Stato. L'esistenza stessa del TPP e l'eco che ha tra i Popoli è una evidenza della sua legittimità, perché è espressione della sovranità dei popoli del mondo, che sono l'unica fonte di autorità degli Stati stessi.
Secondo quanto scritto dai giudici all'inizio della sentenza, il TPP si era posto come principale obiettivo di questa udienza Centroamericana "esaminare direttamente le modalità operative e le conseguenze delle attività delle imprese multinazionali nella regione. Al Tribunale - continua il testo - è stata offerta un'occasione privilegiata, che gli permetterà di osservare sul posto dove si sono sviluppati gli eventi, i comportamenti economici che colpiscono profondamente il rispetto dei diritti civili, politici, economici, sociali, culturali ed ambientali degli abitanti dei paesi in cui le multinazionali operano.
In Centroamerica le imprese multinazionali hanno operato nelle ultime decadi attraverso megaprogetti economici, formulati in base a varie modalità, come il Plan Puebla Panamá o il Progetto Mesoamérica. I programmi di interconnessione elettrica, le piattaforme transnazionali di comunicazione e di produzione energetica, la produzione di agrocombustibili, fanno parte della stessa offensiva del capitale multinazionale.
Questi progetti hanno significato una ristrutturazione dei territori, un deterioramento accelerato delle condizioni di vita delle comunità - le quali hanno visto minacciata la loro capacità di riproduzione delle forme di vita -, la perdita dei mezzi di sostentamento più solidi e derivanti dalle loro culture ancestrali, la brutale pauperizzazione di milioni di lavoratori e lavoratrici esposte alla precarietà, alla fame, alla disoccupazione ed alle migrazioni. Hanno significato anche il controllo dei beni comuni e delle risorse strategiche come l'acqua, la biodiversità, le vie di comunicazione, la privatizzazione massiccia delle imprese, degli attivi e delle istituzioni e alla fine, la distruzione programmata di vite quando il corpo umano e sociale e l'ambiente circostante si riducono semplicemente a uno strumento per ottenere il massimo del guadagno finanziario".
La sentenza del TPP ha toccato anche altri temi prima di entrare nello specifico dei casi affrontati.
"Nelle ultime decadi c'è stata un'intensificazione del processo di mercificazione, con un drastico aumento della violenza del sistema giudiziale contro i lavoratori. Allo stesso modo, gli accordi commerciali giocano un ruolo chiave nel consolidamento di queste nuove forme di dominazione, nell'affanno di ampliare le frontiere dell'accumulazione.
Si verifica anche l'offensiva della nuova legislazione internazionale fondata esclusivamente sulle priorità della valorizzazione del capitale multinazionale. Il diritto del capitale è chiaramente gerarchizzato al di sopra dei diritti della cittadinanza e la violenza del capitale multinazionale si traveste attraverso leggi di controllo (terrorismo, brevetti, marche, etc...), che alla fine costituiscono nuove vie di sottomissione e criminalizzazione della protesta sociale".
La sentenza continua poi con l'analisi dei casi presentati, le testimonianze rilasciate e la risoluzione finale.
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14 ottobre, 2008
Astaldi: sbarca a El Salvador con impianto idroelettrico
- Roma, 2 ott -(Teleborsa)
Il Gruppo Astaldi si è aggiudicato un contratto del valore di 220 milioni di dollari, per la realizzazione dell'impianto idroelettrico di El Chaparral, nella valle del fiume Torola, in El Salvador. Lo annuncia la società con una nota. Il contratto prevede la progettazione e realizzazione, secondo la formula "chiavi in mano", di una nuova centrale per la produzione di energia idroelettrica da 66MW di potenza. L'esecuzione delle opere porterà, tra l'altro, alla costruzione di una diga in RCC (Roller-Compacted Concrete) alta 87 metri, lunga 321 metri con un volume di 375 mila metri cubi. L'inizio dei lavori è previsto per il primo semestre del 2009, con una durata complessiva pari a 50 mesi.Committente delle opere è la CEL (Commissione Esecutiva Idroelettrica del Rio Lempa), la compagnia elettrica salvadoregna e l'iniziativa verrà finanziata dal BCIE (Banco Centroamericano per l'Integrazione Economica)."La realizzazione di importanti centrali idroelettriche e dighe ha storicamente contribuito ad accrescere in Italia e all'estero il buon nome della Astaldi, che vanta significative esperienze nel campo della produzione energetica - ha sottolineato l'Ing. Giuseppe Cafiero, Amministratore Delegato con delega alle politiche industriali del Gruppo -. Con questo nuovo progetto, intendiamo confermare la volontà di assumere un ruolo di protagonista sulla scena internazionale anche in questo settore, in particolare nel continente americano, che riteniamo possa offrire per il medio termine grandi opportunità nel campo energetico".Il Gruppo Astaldi è attivo in Venezuela, Honduras, El Salvador, Costa Rica, Nicaragua, Guatamela, Perù e Panama prevalentemente nel settore delle infrastrutture di trasporto, dell'energia e dell'edilizia sanitaria.
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22 settembre, 2008
Uragano MINUSTAH, Quattro anni di Missione ONU, quattro anni di stragi
Questa è l'inchiesta che denuncia gli abusi e le devianze sull'operato dei caschi blu ad Haiti. La "missione umanitaria" è degenerata progressivamente in una occupazione militare di truppe straniere cui -disgraziatamente- partecipano anche Paesi latinoamericani. Haiti è stato privato delle poche infrastrutture di cui disponeva dagli uragani. Haiti soffre, si avvia verso una preoccupante carestia. Non lasciamolo solo! Questa inchiesta documenta minuziosamente il rosario di dolore della Prima Repubblica delle Americhe, di cui l'ONU è l'ultimo grano.Aiutateci a rompere il silenzio! Rompere l'assedio mediatico.www.selvas.orgEmergenza umanitaria è la parola d'ordine ad Haiti. Il passaggio dei tre uragani, Gustav, Hanna e Ike ed una "tempesta tropicale" a distanza di pochi giorni tra agosto e settembre 2008, hanno distrutto totalmente Haiti, già il Paese più povero del Continente Americano.La sconcertante cronologia di morte e orrore che insanguina Haiti dovrebbe bastare ad attirare l'attenzione internazionale sulla nazione caraibica. E la sequenza degli accadimenti dimostra un piano di terrore contro la popolazione civile.Ecco in esclusiva un dossier che responsabilizza la comunità internazionale e la cosiddetta Missione di Pace ad Haiti.
Dossier di Alma Giraudo - ricercatrice indipendenteper Selvas.org
Dossier di Alma Giraudo - ricercatrice indipendenteper Selvas.org
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11 settembre, 2008
Appello per HAITI
http://www.selvas.org/AppelloHaiti2008.html
Tre uragani e una « tempesta tropicale » (“Fay”, “Gustav”, “Hanna” e “Ike”) che si sono susseguiti a distanza di pochi giorni hanno distrutto totalmente Haiti, il Paese più povero del Continente Americano. Il Governo sta facendo ciò che può, con le scarse risorse a disposizione e le richieste di soccorso urgente che provengono da tutto il Paese.L’Artibonite, dove vivono la maggior parte dei contadini che avevano ripreso a coltivare il riso per limitare la dipendenza alimentare dai Paesi esteri, è ora isolata, dopo che l’ultimo ponte che permetteva di raggiungere le vallate e le montagne è crollato a causa del passaggio dell’uragano IKE. Inoltre il governo è stato costretto a far defluire le acqe dalla diga più grande del Paese, quella di Peligre (sempre nell’Artibonite), ed ha richesto l’evacuazione immediata della zona. Impossibile sapere quanti contadini siano riusciti a salvarsi, costretti a fuggire in una zona già allagata da Hanna, sotto il vento e la fortissima pioggia.Gli aiuti internazionali sono giunti o stanno arrivando alla città più colpita dalla « tempesta tropicale » Hanna, cioè Gonaives, capoluogo del Dipartimento dell’Artibonite. Le ultime stime, ancora vaghe, parlano di 1.000 - 2.000 vittime solo fra Gonaives e dintorni.Il primo uragano, cioè Gustav, classificato come categoria 1 dal « National Hurrican Center » di Miami è già dimenticato. Gustav, nel sud, ha causato almeno 100 morti, 20 dispersi e numerosi feriti oltre a 10.000 senza tetto. Quello che è meno noto è che Gustav ha colpito anche le zone più povere della capitale, Port-au-Prince.L’AUMOHD (Association des Universitaires Motivés Pour Une Haïti Des Droits), composta da avvocati e volontari che dal 2004 si occupano, non senza rischi, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani, si sta prendendo cura di centinaia di sfollati, dimenticati da tutti.Inizialmente i volontari hanno percorso le strade di Cité Soleil, Simon-Pelé e altre periferie per avvisare gli abitanti, che spesso non sono raggiunti neanche dalle informazioni radiofoniche, dell’immediato pericolo, permettendo alle persone di mettersi in salvo.Ha successivamente coordinato l’evacuazione di Grand Ravin (il quartiere più povero di Port-au-prince insieme alla bidonville di Cité Soleil), trasferendo 340 persone, 118 delle quali sono bambini, al liceo di Grand Ravin, mentre le loro case sono state totalmente distrutte, prima da Gustav e poi da Ike che ha completato l’opera di devastazione. Attualmente l’AUMOHD ha lanciato un appello urgente per provvedere alle necessità primarie degli sfollati, dimenticati dal Governo : mancano di tutto, dall’acqua potabile al cibo, dai vestiti ai medicinali e persino di scarpeA Cité Soleil, dalle 64 fontane che servono gli abitanti esce acqua fortemente inquinata, è indispensabile almeno potabilizzare l’acqua per evitare disastrose epidemie che causerebbero centinaia di vittime soprattutto fra i bambini.L’AUMOHD, fino a oggi, ha utilizzato le sue scarse risorse per provvedere almeno a distribuire acqua e un po' di cibo, ma le risorse sono finite : il Governo non se ne occupa, o non può occuparsene, e l’AUMOHD si rivolge a noi contando sul nostro aiuto URGENTISSIMO. La sete e la fame non possono attendere.Visto che il governo italiano non ha assolutamente risposto agli appelli del Presidente haitiano René Préval, che siano i comuni cittadini italiani a far sentire la loro solidarietà.
PER ULTERIORI INFORMAZIONI e DOMANDE scrivi a redazione@selvas.org
Tre uragani e una « tempesta tropicale » (“Fay”, “Gustav”, “Hanna” e “Ike”) che si sono susseguiti a distanza di pochi giorni hanno distrutto totalmente Haiti, il Paese più povero del Continente Americano. Il Governo sta facendo ciò che può, con le scarse risorse a disposizione e le richieste di soccorso urgente che provengono da tutto il Paese.L’Artibonite, dove vivono la maggior parte dei contadini che avevano ripreso a coltivare il riso per limitare la dipendenza alimentare dai Paesi esteri, è ora isolata, dopo che l’ultimo ponte che permetteva di raggiungere le vallate e le montagne è crollato a causa del passaggio dell’uragano IKE. Inoltre il governo è stato costretto a far defluire le acqe dalla diga più grande del Paese, quella di Peligre (sempre nell’Artibonite), ed ha richesto l’evacuazione immediata della zona. Impossibile sapere quanti contadini siano riusciti a salvarsi, costretti a fuggire in una zona già allagata da Hanna, sotto il vento e la fortissima pioggia.Gli aiuti internazionali sono giunti o stanno arrivando alla città più colpita dalla « tempesta tropicale » Hanna, cioè Gonaives, capoluogo del Dipartimento dell’Artibonite. Le ultime stime, ancora vaghe, parlano di 1.000 - 2.000 vittime solo fra Gonaives e dintorni.Il primo uragano, cioè Gustav, classificato come categoria 1 dal « National Hurrican Center » di Miami è già dimenticato. Gustav, nel sud, ha causato almeno 100 morti, 20 dispersi e numerosi feriti oltre a 10.000 senza tetto. Quello che è meno noto è che Gustav ha colpito anche le zone più povere della capitale, Port-au-Prince.L’AUMOHD (Association des Universitaires Motivés Pour Une Haïti Des Droits), composta da avvocati e volontari che dal 2004 si occupano, non senza rischi, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani, si sta prendendo cura di centinaia di sfollati, dimenticati da tutti.Inizialmente i volontari hanno percorso le strade di Cité Soleil, Simon-Pelé e altre periferie per avvisare gli abitanti, che spesso non sono raggiunti neanche dalle informazioni radiofoniche, dell’immediato pericolo, permettendo alle persone di mettersi in salvo.Ha successivamente coordinato l’evacuazione di Grand Ravin (il quartiere più povero di Port-au-prince insieme alla bidonville di Cité Soleil), trasferendo 340 persone, 118 delle quali sono bambini, al liceo di Grand Ravin, mentre le loro case sono state totalmente distrutte, prima da Gustav e poi da Ike che ha completato l’opera di devastazione. Attualmente l’AUMOHD ha lanciato un appello urgente per provvedere alle necessità primarie degli sfollati, dimenticati dal Governo : mancano di tutto, dall’acqua potabile al cibo, dai vestiti ai medicinali e persino di scarpeA Cité Soleil, dalle 64 fontane che servono gli abitanti esce acqua fortemente inquinata, è indispensabile almeno potabilizzare l’acqua per evitare disastrose epidemie che causerebbero centinaia di vittime soprattutto fra i bambini.L’AUMOHD, fino a oggi, ha utilizzato le sue scarse risorse per provvedere almeno a distribuire acqua e un po' di cibo, ma le risorse sono finite : il Governo non se ne occupa, o non può occuparsene, e l’AUMOHD si rivolge a noi contando sul nostro aiuto URGENTISSIMO. La sete e la fame non possono attendere.Visto che il governo italiano non ha assolutamente risposto agli appelli del Presidente haitiano René Préval, che siano i comuni cittadini italiani a far sentire la loro solidarietà.
PER ULTERIORI INFORMAZIONI e DOMANDE scrivi a redazione@selvas.org
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10 settembre, 2008
“UNA GRANDE MANIFESTAZIONE NAZIONALE E UNITARIA PER LA LIBERTA’ DEI CINQUE”
Associazione nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Nel 10 ° anniversario dell'arresto negli Stati Uniti dei Cinque cubani che, a protezione del proprio popolo, raccoglievano informazioni sulle attività terroristiche di gruppi mafiosi e paramilitari anticubani, l'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba aderisce alla manifestazione indetta dal Comitato Italiano Giustizia per i Cinque per il 13 settembre a Roma, in Piazza Farnese.
Il silenzio tombale dei grandi mezzi di comunicazione, su questo caso e per tutto questo tempo, dimostra il controllo a cui sono sottoposti, la loro mancanza di etica professionale e l'ipocrisia del cosiddetto mondo occidentale sulla tanto strombazzata "libertà di stampa".
Chiediamo ai cittadini italiani che, nonostante tutto quello che accade nel mondo e nel nostro paese, continuano ad avere e a credere nei valori morali, di partecipare a questa manifestazione e di unirsi a noi per lanciare un segnale di solidarietà ai Cinque e chiedere la loro liberazione.
Sabato 13 settembre (Roma — Piazza Farnese, dalle 17 alle 21)
· Saluto di
Rodney Clemente López Ambasciatore della Repubblica cubana in Italia
Interventi di:
· José Luiz Del Roio (Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Iacopo Venier (Vice Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Claudio Grassi (Vice Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Sergio Marinoni (Presidente “ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba”)
· Tecla Faranda (Coordinatore Sede di Milano “ Associazione Nazionale Giuristi Democratici”)
· padre Massimo Nevola (Direttore della Lega Missionaria Studenti)
· Rose Kazma (Coordinatore “U.S. Citizens for Peace and Justice”)
· Oliviero Diliberto (Partito dei Comunisti Italiani)
· Fabio Amato (Partito della Rifondazione Comunista)
· Franco Turigliatto (Sinistra Critica)
· Marco Ferrando (Partito Comunista dei Lavoratori)
· Mauro Bulgarelli (Verdi)
· Vittorio Agnoletto (Europarlamentare, Gruppo GUE/NGL)
· Marco Rizzo (Europarlamentare PdCI)
· Giusto Catania (Europarlamentare PRC)
· Umberto Guidoni (Europarlamentare PdCI)
· “El moncada” Marilisa Verti
· “ La Rinascita della Sinistra ” Maurizio Musolino
· “L’ernesto” Fosco Giannini
· “Essere comunisti”
Nel 10 ° anniversario dell'arresto negli Stati Uniti dei Cinque cubani che, a protezione del proprio popolo, raccoglievano informazioni sulle attività terroristiche di gruppi mafiosi e paramilitari anticubani, l'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba aderisce alla manifestazione indetta dal Comitato Italiano Giustizia per i Cinque per il 13 settembre a Roma, in Piazza Farnese.
Il silenzio tombale dei grandi mezzi di comunicazione, su questo caso e per tutto questo tempo, dimostra il controllo a cui sono sottoposti, la loro mancanza di etica professionale e l'ipocrisia del cosiddetto mondo occidentale sulla tanto strombazzata "libertà di stampa".
Chiediamo ai cittadini italiani che, nonostante tutto quello che accade nel mondo e nel nostro paese, continuano ad avere e a credere nei valori morali, di partecipare a questa manifestazione e di unirsi a noi per lanciare un segnale di solidarietà ai Cinque e chiedere la loro liberazione.
Sabato 13 settembre (Roma — Piazza Farnese, dalle 17 alle 21)
· Saluto di
Rodney Clemente López Ambasciatore della Repubblica cubana in Italia
Interventi di:
· José Luiz Del Roio (Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Iacopo Venier (Vice Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Claudio Grassi (Vice Presidente “Comitato Italiano Giustizia per i Cinque”)
· Sergio Marinoni (Presidente “ Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba”)
· Tecla Faranda (Coordinatore Sede di Milano “ Associazione Nazionale Giuristi Democratici”)
· padre Massimo Nevola (Direttore della Lega Missionaria Studenti)
· Rose Kazma (Coordinatore “U.S. Citizens for Peace and Justice”)
· Oliviero Diliberto (Partito dei Comunisti Italiani)
· Fabio Amato (Partito della Rifondazione Comunista)
· Franco Turigliatto (Sinistra Critica)
· Marco Ferrando (Partito Comunista dei Lavoratori)
· Mauro Bulgarelli (Verdi)
· Vittorio Agnoletto (Europarlamentare, Gruppo GUE/NGL)
· Marco Rizzo (Europarlamentare PdCI)
· Giusto Catania (Europarlamentare PRC)
· Umberto Guidoni (Europarlamentare PdCI)
· “El moncada” Marilisa Verti
· “ La Rinascita della Sinistra ” Maurizio Musolino
· “L’ernesto” Fosco Giannini
· “Essere comunisti”
Dalle ore 17 gli interventi politici saranno inframmezzati dal concerto di Enrico Capuano e il gruppo TammurriataRock Ospiti musicali i cantanti cubani Víctor Quiñones e Teresa Lafauries
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01 settembre, 2008
Sacco e VanCinque
• Il caso dei Cinque ed i due italiani innocenti giustiziatinegli USA il 23 agosto 1927
Roberto Ruiz Bass Werner*
(Prensa Latina) Cinque giovani cubani a Miami sono accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale statunitense. Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigranti italiani, lavoratori ed anarchici, accusati di assassinio, giudicati, condannati e giustiziati nel 1927 dalla giustizia nordamericana, si sono trasformati in un paradigma di condotta impropria da parte dei giudici e dei pubblici ministeri che non solo hanno distorto i fatti, ma hanno anche promosso dei sentimenti anti-italiani ed anti-inmigranti per condizionare la giuria. Malgrado cittadini della taglia di Upton Sinclair, Bertrand Russell, John Dos Passos, George Bernard Shaw e H.G. Wells hanno manifestato il loro appoggio, né il calzolaio né il pescivendolo italiani hanno potuto evitare la sedia elettrica. La loro esecuzione generò proteste massicce a New York, Londra, Amsterdam e Tokyo, scioperi attraverso tutto il Sud-America e tumulti a Parigi, Ginevra, Germania e Johannesburg. Le parole finali di Sacco furono "Evviva l'anarchia!" e "Addio, cara madre". Gentilmente Vanzetti, nei suoi ultimi momenti, ringraziò le guardie con una stretta di mano…
Il 23 agosto 1977, cinquanta anni dopo la loro esecuzione, il Governatore del Massachusetts, M. Dukakis, pubblicò un proclama dichiarando che Sacco e Vanzetti erano stati trattati ingiustamente e che "qualunque calunnia dovrà essere rimossa dai loro nomi". Questo processo ingiusto e truccato scosse la coscienza politica degli USA e generò un'enorme quantità di film, documentari, canzoni (Here's to you) e ballate popolari.
Siamo a pochi giorni dal decimo anniversario dell'avvenimento che ci sembra più simile al caso "Sacco e Vanzetti" nel nuovo millennio: la cattura di Cinque giovani cubani a Miami, il 12 settembre 1998, accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale statunitense.
Questi giovani si erano proposti redigere un dossier sui piani terroristici dei gruppi anticubani che operano dalla Florida e che, dal 1959, hanno causato la morte di più di tre mila cittadini.
Nella decade scorsa, più di 170 azioni terroriste, includendo piani per di assassinare il presidente Castro, sono state bloccate, in parte grazie al lavoro dei Cinque ragazzi arrestati e sottomessi ad un giudizio che è stato fatto dieci anni fa, pieno di irregolarità e pregiudizi anticubani, in un contesto che ricorda l'ambiente delle deportazioni degli anni 20.
Gerardo Hernández, Fernando González, Antonio Guerrero, René González e Ramon Labañino hanno ricevuto delle condanne individuali assolutamente sproporzionate, che vanno da decine di anni di prigione fino a due ergastoli più quindici anni! Non invano, il Governo cubano considera che i suoi cittadini sono stati sottomessi ad un giudizio "… progettato per soddisfare la sete di vendetta" di settori estremisti della comunità cubana nel paese del nord.
Che cosa succede in quel paese strano, tanto contraddittorio e complesso, ma sempre considerato come culla della democrazia multirazziale del continente? Che fattori spiegano la debolezza manifestata dalla sua opinione pubblica, apparentemente ancora assopita per gli effetti dell’11 settembre? Sarà che, ignorando le suppliche di decine di intellettuali; le domande di parlamentari e leader politici di tutto il pianeta, il clamore di milioni di cubani e latinoamericani che li considerano eroi della lotta contro il terrorismo… la giustizia nordamericana continua a sbagliarsi?
Che ballate intoneremo allora per i Cinque? Che film gli dedicheremo? Sarà che Sacco e Vanzetti sono morti in vano?
Roberto Ruiz Bass Werner*
(Prensa Latina) Cinque giovani cubani a Miami sono accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale statunitense. Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigranti italiani, lavoratori ed anarchici, accusati di assassinio, giudicati, condannati e giustiziati nel 1927 dalla giustizia nordamericana, si sono trasformati in un paradigma di condotta impropria da parte dei giudici e dei pubblici ministeri che non solo hanno distorto i fatti, ma hanno anche promosso dei sentimenti anti-italiani ed anti-inmigranti per condizionare la giuria. Malgrado cittadini della taglia di Upton Sinclair, Bertrand Russell, John Dos Passos, George Bernard Shaw e H.G. Wells hanno manifestato il loro appoggio, né il calzolaio né il pescivendolo italiani hanno potuto evitare la sedia elettrica. La loro esecuzione generò proteste massicce a New York, Londra, Amsterdam e Tokyo, scioperi attraverso tutto il Sud-America e tumulti a Parigi, Ginevra, Germania e Johannesburg. Le parole finali di Sacco furono "Evviva l'anarchia!" e "Addio, cara madre". Gentilmente Vanzetti, nei suoi ultimi momenti, ringraziò le guardie con una stretta di mano…
Il 23 agosto 1977, cinquanta anni dopo la loro esecuzione, il Governatore del Massachusetts, M. Dukakis, pubblicò un proclama dichiarando che Sacco e Vanzetti erano stati trattati ingiustamente e che "qualunque calunnia dovrà essere rimossa dai loro nomi". Questo processo ingiusto e truccato scosse la coscienza politica degli USA e generò un'enorme quantità di film, documentari, canzoni (Here's to you) e ballate popolari.
Siamo a pochi giorni dal decimo anniversario dell'avvenimento che ci sembra più simile al caso "Sacco e Vanzetti" nel nuovo millennio: la cattura di Cinque giovani cubani a Miami, il 12 settembre 1998, accusati di mettere in pericolo la sicurezza nazionale statunitense.
Questi giovani si erano proposti redigere un dossier sui piani terroristici dei gruppi anticubani che operano dalla Florida e che, dal 1959, hanno causato la morte di più di tre mila cittadini.
Nella decade scorsa, più di 170 azioni terroriste, includendo piani per di assassinare il presidente Castro, sono state bloccate, in parte grazie al lavoro dei Cinque ragazzi arrestati e sottomessi ad un giudizio che è stato fatto dieci anni fa, pieno di irregolarità e pregiudizi anticubani, in un contesto che ricorda l'ambiente delle deportazioni degli anni 20.
Gerardo Hernández, Fernando González, Antonio Guerrero, René González e Ramon Labañino hanno ricevuto delle condanne individuali assolutamente sproporzionate, che vanno da decine di anni di prigione fino a due ergastoli più quindici anni! Non invano, il Governo cubano considera che i suoi cittadini sono stati sottomessi ad un giudizio "… progettato per soddisfare la sete di vendetta" di settori estremisti della comunità cubana nel paese del nord.
Che cosa succede in quel paese strano, tanto contraddittorio e complesso, ma sempre considerato come culla della democrazia multirazziale del continente? Che fattori spiegano la debolezza manifestata dalla sua opinione pubblica, apparentemente ancora assopita per gli effetti dell’11 settembre? Sarà che, ignorando le suppliche di decine di intellettuali; le domande di parlamentari e leader politici di tutto il pianeta, il clamore di milioni di cubani e latinoamericani che li considerano eroi della lotta contro il terrorismo… la giustizia nordamericana continua a sbagliarsi?
Che ballate intoneremo allora per i Cinque? Che film gli dedicheremo? Sarà che Sacco e Vanzetti sono morti in vano?
* Senatore del partito "Possiamo" della Bolivia
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15 luglio, 2008
Inizia Foro Mesoamericano de los Pueblos
Movimenti sociali si riuniscono per dire No al neocolonialismo del libero commercio
Dal 14 al 16 di luglio il Nicaragua sarà anfitrione del VII Foro Mesoamericano dei Popoli - "Mesoamérica en resistencia…NO al neocolonialismo del libre comercio", al quale parteciperanno circa 1.200 delegati di tutta la regione (da Panama al Messico), concentrati nelle installazioni della Università d'Agraria del Nicaragua (UNA). William Rodríguez, del Movimiento Social Nicaraguense "Otro Mundo es Posible", ha spiegato alla Lista Informativa "Nicaragua y más" i principali obiettivi e contenuti strategici di questo incontro. "È stato uno sforzo molto grande e si tratta di uno spazio naturale di confluenza e convergenza di tutte le espressioni sociali che esistono in Mesoamerica. Credo che debba essere uno strumento di consultazione per governi ed istituzioni che stanno portando avanti accordi commerciali e politiche economiche che influenzeranno in modo determinante il futuro delle popolazioni. Ci sono tre grandi aree che sono trasversali alle quaranta attività che si svilupperanno durante il Foro, che sono il tema di Genere, la Diversità ed il Soggetto Politico, perché bisogna costruire quell'uomo nuovo e quella donna nuova che vogliamo governino i nostri paesi nel futuro", ha affermato Rodríguez. All'interno del Foro Mesoamericano dei Popoli ci saranno sette aree tematiche centrali, tra cui gli Accordi Commerciali e la Cooperazione per lo Sviluppo. "Si dice che tutti i problemi della regione possano essere risolti con gli accordi commerciali, come il CAFTA-DR, il Plan Puebla Panamá (PPP) o l'Accordo di Associazione (AdA) con l'Unione Europea e con l'aiuto economico della cooperazione per lo sviluppo. Vogliamo discutere questi temi - ha continuato il rappresentante del Movimiento Social Nicaraguense (MSN) -, perché i nostri paesi sono ricchi di risorse naturali, biodiversità e risorse umane, ma continuiamo ad essere molto poveri. È per questo motivo che dobbiamo valutare e rivedere l'effettività di questi trattati e della cooperazione". Le altre aree riguardano la Partecipazione Politica e la Governabilità, che definiscono il diritto delle organizzazioni sociali a mantenere la loro autonomia nel momento in cui si relazionano con i governi della regione, i Diritti umani, la Militarizzazione, con riferimento alla presenza militare straniera nella regione mesoamericana e alla criminalizzazione dei movimenti sociali, il Debito Estero ed i Cambiamenti Climatici e la Crisi Alimentaria. I lavori verranno completati da 14 Tavoli settoriali, tra i quali si evidenziano Gioventù, Donna, Infanzia ed Adolescenza, Lavoro e Sindacalismo, Sovranità Alimentaria, Ambiente, Migrazioni, Diversità Sessuale.
Secondo Carlos H. Reyes, rappresentante del Bloque Popular dell'Honduras e del Sindacato dei Lavoratori dell'Industria delle Bevande e Simili (STIBYS), integrante della UITA, "quando i nostri paesi si emanciparono dalla Spagna nel 1821, si unirono in quello che si conosce come Province Unite dell'America Centrale. Ci pensarono però gli inglesi e le oligarchie conservatrici a dividerci in cinque paesi in stato di disabilità, per poter fare tutto ciò che volevano e questa situazione è peggiorata con il passare del tempo.
Un evento come il VII Foro Mesoamericano de los Pueblos serve per far crescere le nostre coscienze sulla necessità di unirci e lottare insieme agli altri paesi latinoamericani, per rivendicare il pensiero di Bolivar, Morazán, Martí e di altri eminenti del continente che sono stati i precursori dell'antimperialismo. Veniamo - ha continuato Reyes - a conoscere le esperienze di resistenza e di lotta dei vari paesi della regione, perché esiste un'enorme ricchezza ed i popoli stanno prendendo coscienza della necessità di unirsi e lottare insieme. In questo sistema della globalizzazione neoliberista non possiamo continuare a restare separati". Per il rappresentante dello STIBYS è di somma importanza la partecipazione a questi eventi del movimento sindacale. "Se il movimento sindacale si atomizza all'interno dei propri sindacati, se non ha un'agenda politica e un'agenda di unificazione con gli altri settori, per lottare per un processo integrazionista e di liberazione, il modello neoliberista se lo mangia. Abbiamo visto come molte organizzazioni sindacali sono scomparse e come molte altre continuano a sparire. Bisogna trasformare la nostra lotta in lotta del popolo ed i livelli di politicizzazione che si acquisiscono in processi come questi, migliorano la qualità dei quadri sindacali, perché non possiamo rinchiuderci nel circolo vizioso del Contratto Aziendale", ha concluso Reyes. Dopo un minuto di applausi per commemorare i caduti durante le lotte sociali nella regione, si è dato inizio ai lavori del VII Foro Mesoamericano dei Popoli, i quali si concluderanno il 16 luglio con una marcia per le strade di Managua "in rifiuto agli Accordi di Associazione dell'Unione Europea ed America Centrale e per la statalizzazione dei servizi pubblici". Sarà anche l'occasione per far conoscere la Dichiarazione Politica del Foro Mesoamericano. "Per noi è importante poter definire un'agenda comune affinché, come Mesoamerica, si possa far fronte a tutti questi programmi e accordi neoliberisti che, come sempre hanno fatto, vengono a saccheggiare i nostri paesi - ha commentato Zulma Larín, della Red Sinti Techan del Salvador, alla Lista Informativa "Nicaragua y más" . Sarà una Dichiarazione Politica del Foro che si costruirà durante questi tre giorni di intensi lavori, all'interno dei Tavoli Multisettoriali, dei Tavoli Tematici ed attorno alle aree strategiche. Sarà il frutto dell'apporto di tutti i partecipanti, affinché ogni persona si senta parte di questo sforzo e si continui a lavorare e lottare sia a livello locale che regionale", ha concluso Larín. I risultati di questo Foro Mesoamericano saranno ripresi all'interno del Foro Sociale Americano che si realizzerà nel mese di ottobre in Guatemala.
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - http://www.itanica.org/ )
Un evento come il VII Foro Mesoamericano de los Pueblos serve per far crescere le nostre coscienze sulla necessità di unirci e lottare insieme agli altri paesi latinoamericani, per rivendicare il pensiero di Bolivar, Morazán, Martí e di altri eminenti del continente che sono stati i precursori dell'antimperialismo. Veniamo - ha continuato Reyes - a conoscere le esperienze di resistenza e di lotta dei vari paesi della regione, perché esiste un'enorme ricchezza ed i popoli stanno prendendo coscienza della necessità di unirsi e lottare insieme. In questo sistema della globalizzazione neoliberista non possiamo continuare a restare separati". Per il rappresentante dello STIBYS è di somma importanza la partecipazione a questi eventi del movimento sindacale. "Se il movimento sindacale si atomizza all'interno dei propri sindacati, se non ha un'agenda politica e un'agenda di unificazione con gli altri settori, per lottare per un processo integrazionista e di liberazione, il modello neoliberista se lo mangia. Abbiamo visto come molte organizzazioni sindacali sono scomparse e come molte altre continuano a sparire. Bisogna trasformare la nostra lotta in lotta del popolo ed i livelli di politicizzazione che si acquisiscono in processi come questi, migliorano la qualità dei quadri sindacali, perché non possiamo rinchiuderci nel circolo vizioso del Contratto Aziendale", ha concluso Reyes. Dopo un minuto di applausi per commemorare i caduti durante le lotte sociali nella regione, si è dato inizio ai lavori del VII Foro Mesoamericano dei Popoli, i quali si concluderanno il 16 luglio con una marcia per le strade di Managua "in rifiuto agli Accordi di Associazione dell'Unione Europea ed America Centrale e per la statalizzazione dei servizi pubblici". Sarà anche l'occasione per far conoscere la Dichiarazione Politica del Foro Mesoamericano. "Per noi è importante poter definire un'agenda comune affinché, come Mesoamerica, si possa far fronte a tutti questi programmi e accordi neoliberisti che, come sempre hanno fatto, vengono a saccheggiare i nostri paesi - ha commentato Zulma Larín, della Red Sinti Techan del Salvador, alla Lista Informativa "Nicaragua y más" . Sarà una Dichiarazione Politica del Foro che si costruirà durante questi tre giorni di intensi lavori, all'interno dei Tavoli Multisettoriali, dei Tavoli Tematici ed attorno alle aree strategiche. Sarà il frutto dell'apporto di tutti i partecipanti, affinché ogni persona si senta parte di questo sforzo e si continui a lavorare e lottare sia a livello locale che regionale", ha concluso Larín. I risultati di questo Foro Mesoamericano saranno ripresi all'interno del Foro Sociale Americano che si realizzerà nel mese di ottobre in Guatemala.
© (Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - http://www.itanica.org/ )
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02 luglio, 2008
APPELLO dell`Associazione di Amicizia Italia-Cuba
Cari iscritti,
il prossimo 12 settembre ricorre il decimo anniversario dell'arresto negli Stati Uniti dei Cinque cubani, che svolgevano mansioni di controllo sulle attività dei gruppi mafiosi controrivoluzionari della Florida per prevenire e sventare attentati contro il proprio popolo.Per ricordare questo anniversario, per protestare per la loro ingiusta detenzione, per fare arrivare ai Cinque e ai loro familiari un significativo messaggio di solidarietà, per rompere il muro di silenzio dei mezzi di comunicazione su questo caso, il Comitato Italiano Giustizia per i Cinque promuove una grande manifestazione a Roma nella giornata di sabato 13 settembre.L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, che ha aderito al Comitato fin dalla sua costituzione, considera di primaria importanza la mobilitazione dei propri Circoli e dei propri soci per la miglior riuscita di questa iniziativa.
Le vostre adesioni possono essere inviate a info@giustiziapericinque.org
Ma è anche necessario far sentire la nostra efficace presenza, con le nostre bandiere e con i nostri striscioni, come già è avvenuto nelle manifestazioni di Roma nel giugno 2003 e di Milano nel settembre 2006, anche se il nostro intervento comporterà che ciascuno di noi dovrà affrontare un impegno economico per le spese di viaggio. Gli obiettivi di questa manifestazione valgono bene questo sforzo.Chiediamo, pertanto, a tutti i nostri Circoli e ai nostri soci di diffondere il più possibile l'appello allegato per promuovere la più ampia partecipazione alla manifestazione.
Vi ringrazio per l'attenzione.
Sergio Marinoni, presidenteAssociazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Iscritta al Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale al n° 82
Codice fiscale 96233920584
Segreteria: via Pietro Borsieri, 420159 MILANO tel.
+39.02.680862 fax+39.02.683082
LIBERTA' PER I CINQUE CUBANI DA DIECI ANNI PRIGIONIERI NEGLI STATI UNITI
L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba aderisce alla manifestazione di Roma - sabato 13 settembre 2008 alle ore 15.00 in Piazza Farnese - indetta dal Comitato Italiano Giustizia per i Cinque. Una manifestazione che vogliamo grande, partecipata e unitaria a sostegno della causa dei Cinque patrioti cubani detenuti nelle carceri statunitensi solo per aver sventato e denunciato alle autorità statunitensi gli attentati terroristici in preparazione contro Cuba da parte dei gruppi mafiosi anticubani di Miami. A settembre saranno dieci anni che questi Cinque cubani sono reclusi illegalmente e ingiustamente nelle carceri degli Stati Uniti. L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba invita tutte le forze politiche e sociali, tutte le Associazioni di solidarietà con Cuba, tutto il mondo del volontariato, tutti i sinceri democratici a partecipare alla manifestazione indetta dal Comitato Italiano Giustizia per i Cinque.
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Per adesioni: info@giustiziapericinque.org
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25 giugno, 2008
LE RIFLESSIONI DI FIDEL sulla ipocrisia dell'Europa
Speciale per Cubadebate
La poco prestigiosa forma di sospendere le sanzioni contro Cuba che ha appena adottato l'Unione Europea il 19 giugno, è stata abbordata da 16 dispacci internazionali di stampa. Non implica in assoluto conseguenze economiche per il nostro paese. Al contrario le leggi extraterritoriali degli USA e il blocco economico e finanziario continuano pienamente vigenti.Alla mià età e con il mio stato di salute, uno non sa quanto tempo vivrà, ma sin d'ora desidero esprimere il mio disprezzo per l'enorme ipocrisia che questa decisione contiene.Questo inoltre è avvenuto coincidendo con la brutale misura europeadi espellere gli immigranti non autorizzati provenienti dai paesi latinoamericani, in alcuni dei quali la maggioranza della popolazione è d'origine europea. Gli emigranti inoltre sono frutto dello sfruttamento coloniale, semicoloniale e capitalista.A Cuba, in nome dei diritti umani s¡ esige impunità per coloro che pretendono di consegnare, piedi e mani legate, la Patria e il popolo al capitalismo.Anche le autorità del Messico hanno dovuto riconoscere che mafia di Miami al servizio degli Stati Uniti ha strappato con la forza o comprato a un importante contingente di agenti dell'emigrazione del paese decine di immigranti illegali tra i quali bambini innocenti,trasportai a forza per acque pericolose e persino madri forzate ad emigrare.I trafficanti di persone, come quelli della droga, che dispongono a loro piacimento del più grande e ricco mercato del mondo, hanno posto a rischio l'autorità e la morale che qualsiasi governo necessita per dirigere uno Stato, spargendo sangue latinoamericano per ogni luogo,senza contare i morti che per emigrare cercano d'attraversare l'umiliante muraglia di frontiera su quel che fu un tempo territorio del Messico.La crisi degli alimenti e dell'energia, i cambi climatici,l'inflazione danneggiano le nazioni. L'impotenza politica regna e l'inganno e le illusione tendono a generalizzarsi.Nessuno dei governi, e tanto meno quelli della Repubblica Ceca e della Svezia che erano recalcitranti alla decisione dell'UnioneEuropea, potrebbero rispondere coerentemente agli interrogativi che sono sul tappeto.Intanto a Cuba i mercenari e vendi patria al servizio dell'impero si strappano i capelli e si stracciano i vestiti in difesa dei diritti umani di tradimento e impunità.Ho molte cose da dire, ma basta per oggi. Non desidero infastidire,ma vivo e penso.
Divulgherò questa riflessione solo via Internet, venerdì 20 giugno 2008.
Fidel Castro (Traduzione Gioia Minuti)
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Marcelino
























